Napoli. Feltrinelli. Notte in Arabia. Vita e storia di Gianmarco Bellini, il ragazzo che voleva volare.

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La guerra non riconosciuta di Gianmarco Bellini

 

Appuntamento: Venerdì 24 giugno 2001, ore 18:00 La Feltrinelli, Via S. Tommaso D’Aquino 70, Napoli

 

 

 

E’ stato il pilota, che insieme con il suo secondo, fu abbattuto dagli iracheni nella guerra in Iraq nel ‘91. Gianmarco Bellini e Maurizio Cocciolone sono stati i primi prigionieri di guerra italiani, dopo gli ultimi  del secondo conflitto mondiale. Per quarantasette giorni, l’Italia è rimasta col fiato sospeso per la loro sorte e i timori venivano acuiti dalle immagini cruente che, per la prima volta, le tv trasmettevano in diretta nelle case. Ma per lo Stato italiano il colonnello Bellini non è mai stato prigioniero di guerra. Questa vicenda, poco conosciuta ai più, è nelle pagine di Notte in Arabia. Vita e storia di Gianmarco Bellini, il ragazzo che voleva volare (Bellini & Cocciolone, Iraq ’91) il libro nato dai racconti che il colonnello – medaglia d’argento al valor militare – ha consegnato all’autore Francesco Di Domenico. Il volume, edito dalla BoopenLED, raccoglie anche i sogni e le speranze e la passione per il volo e l’arma aeronautica che Bellini ha provato fin da ragazzo e che ha confermato giorno dopo giorno proprio come quando, nella notte del 17 gennaio del 1991, decise di portare a termine la missione assegnatigli. Notte in Arabia segue il percorso di vita che portò Bellini a diventare un pilota di Tornado, a quei tempi la più micidiale macchina da guerra in volo, e racconta i quarantasette giorni di prigionia e le torture. Giorni in cui le autorità aeronautiche hanno riconosciuto il pilota Gianmarco Bellini prima “assente dal servizio” e poi “a disposizione del comando”: si bombardò ma non fu guerra?

 

Venerdì ne sapremo di più.

 

Conduce la presentazione lo storico e giornalista Maurizio Ponticello. Presenti l’autore Francesco Di Domenico, il Colonnello Gianmarco Bellini e, per la casa editrice, il curatore del volume Lucio Ricci.

 

Il libro:

 

Notte in Arabia. Vita e storia di Gianmarco Bellini,il ragazzo che voleva volare (Bellini e Cocciolone, Iraq ’91)/Francesco Di Domenico/ Boopen LED

 

La storia di Gianmarco Bellini, i suoi sogni giovanili e la sua voglia di servire la Patria in quella che fu la prima guerra che vide impegnata la nostra Nazione dopo l’ultima mondiale. I fatti sono noti. Durante la notte del 17 e il 18 gennaio 1991 il Tornado guidato dall’allora Maggiore Gianmarco Bellini  e dal capitano Maurizio Cocciolone, fu l’unico velivolo italiano a portare a termine la missione assegnata. In seguito alla scelta eroica di proseguire, nonostante le difficili condizioni atmosferiche, i due ufficiali furono fatti prigionieri dagli iracheni. Il Colonnello Bellini si racconta all’autore del volume, Francesco Di Domenico, illustrando anche le tristi vicende che l’hanno visto protagonista. Le emozioni provate nei quarantasette giorni di prigionia sono narrati con viva partecipazione, ma il libro racconta anche dei sogni di ragazzo del colonnello, la sua passione per il volo, il sacrificio negli affetti per servire la Patria.

 

Il libro è stato presentato lo scorso 15 marzo in Senato, presso la sala Nassyria, dagli onorevoli Maurizio Gasparri e Domenico Gramazio alla presenza dell’autore e del Colonnello Bellini.

 

L’autore:

 

Francesco Di Domenico è nato a Giugliano in Campania (NA) nel 1954. Ha collaborato con Il Mattino di Napoli negli anni ’80, negli anni 2000 con Il Roma e su svariate riviste come corsivista satirico. Suoi racconti sono presenti in una decina di antologie; ha pubblicato il volume Storie brillanti di eroi scadenti (Cento Autori, 2008).

 

 

Prefazione Notte in Arabia

di Gianmarco Bellini

  

Cinque anni fa, durante il mio lavoro alla Nato di Norfolk in Virginia come Executive Officer del Comando NATO, pensando al mio paese al di là dell’oceano, la vicenda di cui ero stato mio malgrado protagonista mi tornava alla mente non come ossessione, ma malinconicamente, come un bagaglio da trasportare inutilmente. A quindici anni da quell’evento che aveva sconvolto l’equilibrio mondiale, l’Italia, per la prima volta coinvolta in una guerra dopo i fatti del 1945, sembrava aver dimenticato tutto, e la memoria di quei giorni sembrava essere stata gettata nell’oblio da una società massmediatica che pure si nutriva e si nutre sostanzialmente di questo.

 

I miei 47 giorni di tortura e prigionia nel silenzio feroce di Abu Ghraib, le centinaia di brillanti operazioni della nostra aeronautica, la gestione perfetta della collaborazione col comando USA: l’unica guerra di cui per assurdo ci si poteva non dico vantare, ma di cui non ci si dovesse vergognare, era stata cancellata, come se non fosse mai avvenuta. Una paura sotterranea inspiegabile, alimentata probabilmente dalla cattiva interpretazione dell’articolo 11 della Costituzione, o da altre remore culturali che non sta al sottoscritto stabilire.

 

Toccherebbe agli storici, e in una società così veloce, come quella odierna, dove la storia è quantomeno più limpida che nel passato perché sottoposta al vaglio dei riscontri immediati dell’informazione globale, web compreso e primario, mi sono sentito costretto a cercare di chiarire quell’evento, che fu interpretato con cinismo e approssimazione dai mezzi d’informazione.

 

La verità su quella notte, quando, nella manovra di rientro, Cocciolone ed io fummo abbattuti, spesso travisata, raccontata male, o addirittura oggetto di scherno da parte di chi non era a conoscenza della realtà, mi costringeva a continue revisioni mnemoniche, a retroanalisi. Il carico di quella vicenda mi restava come un macigno da trascinare, storicamente affidato a me o al mio compagno di quella notte. Non poteva andare in quel modo: la storia, quando non è solo un fatto personale, va condivisa e bisogna cercare di farne un’analisi il più oggettiva possibile.

 

Fu così che un lustro fa chiesi all’autore di questa narrazione se potesse aiutarmi a raccontare quella vicenda, sostenendomi nel contempo a liberarmene psicologicamente, consegnandola definitivamente all’esterno: era e resta una vicenda della storia collettiva di questa nazione, non solo mia.

 

Attraverso le sue domande Francesco Di Domenico cominciò ad indagare anche sulla mia vita precedente all’attività di pilota, per cercare di capire non solo chi fossi io realmente, ma quali motivi avessero portato un giovane ad entrare nel mondo delle nuvole, quali molle culturali lo avessero spinto fino al cielo: l’ingresso in un’arma tra le più nobili; il concetto del dovere e la conoscenza della cultura militare italiana, che non è assimilabile ad altre perché possiede un forte senso di ricerca della pace e della solidarietà che si è guadagnata negli ultimi sessant’anni post conflitto mondiale.

 

È nato un racconto che ha per me il respiro di un romanzo e la gioia di una liberazione, e che stabilisce un paio di cose imprescindibili: le vicende vere superano ampiamente la fantasia. E che le vite delle persone possono essere cambiate totalmente da una scintilla d’accendino, come lo fu per me quella notte in Arabia.

 

  

 

 

 

[Dal lancio-stampa ricevuto: segnalazione di Maurizio Vitiello.]

 

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