EMOZIONI DI VIAGGIO: A FRATTA POLESINE IN RICORDO DI GIACOMO MATTEOTTI

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Il 30 maggio del 1924 Giacomo Matteotti tenne un discorso molto duro in Parlamento, contestando la legittimità delle elezioni tenutesi in aprile, perché inquinate dai brogli ed influenzate dalla violenza dello squadrismo fascista. Ne chiese, motivandolo con precise documentazioni, l’annullamento. Ai deputati che si accalcarono per congratularsi disse,  profetico:”Io il mio discorso l’ho fatto. Voi preparatevi a fare quello del mio elogio funebre”. Che si sentisse perseguitato e braccato dagli sbirri del regime ne é dimostrazione la frase, rimasta storica, pronunziata qualche mese prima “Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai”

 

E la morte arrivò di lì a poco, in un agguato preparato nei minimi particolari, a Roma, sul Lungotevere,che ricorda il martire socialista con un monumento. Era il 10 giugno del 1924:In un afoso pomeriggio il commando squadrista, guidato da Amerigo Dumini rapì il deputato, il cui corpo martoriato fu trovato nel successivo agosto in una campagna della periferia della capitale. Quell’omicidio politico suscitò reazioni indignate in Italia, in Europa ed in tutto il mondo libero. Benito Mussolini,per tacitare le polemiche, in un memorabile intervento alla Camera dei Deputati si accollò “la responsabilità politica, morale e storica” del delitto, come se bastasse la “voce del regime”.a giustificarlo.

 

Fratta Polesine, dove Matteotti era nato, si prepara a ricordare il suo illustre concittadino nel giorno della nascita, dando all’evento una particolare solennità in concomitanza dei 150 dell’Unità d’Italia, di cui il deputato socialista è splendida testimonianza di libertà e difesa della democrazia. Io a Fratta ci sono stato di recente per un viaggio di amore e di cultura ed ho fatto il pieno di emozioni nella terra di un simbolo del socialismo, che mi gonfiò il cuore di orgoglio e mi fecondò anima e pensieri di ideali nella giovane età con la testa piena di sogni di giustizia,uguaglianza e libertà.

 

Ha una sua dignità nella struttura urbanistica la cittadina polesana, attraversata da canali oggi irrigui, un tempo navigabili per il commercio di prodotti della proto-industria del territorio (manufatti di ferro e terraglie) verso l’Adriatico. Fu terra di latifondi con feudi di censo e di casata. I “signori” non badarono a spese per rendere confortevoli le “case” di campagna a governo di risaie e coltivazioni di mais. Ne è testimonianza la Villa Badoer, frutto di quel genio dell’architettura che fu Andrea Palladio. L’ho visitata e ne sono rimasto incantato, pur tra lo strazio delle zanzare, che ronzano a sciami tra canali ed acquitrini. Ma l’emozione maggiore l’ho provata a “Casa Matteotti”, una dimora spaziosa, che si appresta a diventare “museo di memorie” nel verde di un parco spazioso con pini che cercano il cielo, gelsi carichi di frutti pastosi e tigli odorosi.

 

Mi sono aggirato tra le stanze dove il vecchio mobilio tirato a lucido mi materializzava le abitudini del “maestro/compagno”: gli studi rigorosi, i pasti frugali a base di genuini prodotti della terra, i brevi sonni interrotti dagli impegni della “missione” politica in difesa degli umili e degli sfruttati, plebe di contado alla merce di “signori” senza umanità ed attenti solo al profitto. Ho provato emozioni intense e profonde al gusto tattile di carezzare sedie, tavoli, scrivania, letto e foto sbiadite dal tempo. Nel parco la brezza sbrigliava gli alberi e l’eco mi cantava nel cuore gli inni di piazza di battaglie generose. Sulle ali del vento la memoria è trasmigrata alla mia Piana del Sele e mi furureggiava dentro la battaglia per l’assalto ai latifondi incolti dei baroni. Vi partecipai ragazzo al battesimo di lotta socialista. Non me ne pento e lo rifarei. Il ricordo si è fatto sangue e si è materializzato in poesia.

 

 

 

 

 

Dove Palladio a lago di pianura

 

latifondo esaltò di censo e casta

 

con magione a prodigio di costrutto

 

è Fratta a corso lento di canali

 

già snodo di commerci verso il mare

 

di manufatti a vanto di contrada.

 

Negli acquitrini a strazio di zanzare

 

si levò forte, dura la Tua voce

 

a riscatto di plebe di contado

 

e trasmigrò solenne in Parlamento

 

e reclamò giustizia ed uguaglianza

 

nel santo nome della libertà.

 

Son venuto devoto alla Tua casa

 

museo di memorie ad ombre amiche

 

di pini, gelsi e tigli odorosi

 

a scompiglio di brezza nel meriggio

 

a riecheggiare canti di battaglia

 

che mi gonfiò l’orgoglio socialista

 

nella stagione giovane all’assalto

 

di latifondi incolti di baroni

 

nella piana del Sele incontro al mare.

 

 

 

Giuseppe Liuccio

 

g.liuccio@alice.it 

 

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