Le responsabilità degli accompagnatori escursionistici

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Quali sono le responsabilità degli accompagnatori escursionistici quali sono gli A.E.N. (Accompagnatori Escursionistici Nazionali) quelli formati dalla F.I.E. (Federazione Italiana Escursionismo) che fa parte della F.E.E. (Federazione Europea Escursionismo)? Facciamo una premessa,  si tratta di una figura di un volontario “qualificato”, ma pure sempre volontario e quindi “non professionale”, ma questo non lo esime da responsabilità nelle attività che compie, come nessuno ne è esente vigente i principi generali della nostra legislazione che ha come cardine l’art. 2043 del c.c.. Ma chi è e cosa è un accompagnatore?  La dottrina da una definizione di Accompagnatore. Accompagnatore è chi accetta di unirsi ad altre persone per compiere o per portare a termine una gita (o escursione, termini equivalenti per qualsiasi tipo di attività di uscita ) , assumendosi, anche tacitamente, la responsabilità di offrire loro collaborazione e protezione in misura proporzionale alla differenza di capacità e di esperienza fra l’accompagnatore e gli accompagnati; assumendosi anche, correlativamente e necessariamente, un potere direttivo, al quale corrisponde una soggezione degli accompagnati4. Ne risulta per questi ultimi, almeno nelle intenzioni, una diminuzione del rischio effettivo o quanto meno del rischio soggettivamente percepito; in molti casi ne risulta anche la possibilità di fare una gita che altrimenti non sarebbero tecnicamente in grado di fare. Intanto chiariamo che la figura di accompagnatore va tenuta ben distinto da quella figura professionale che è la guida , la quale svolge la funzione di accompagnamento nell’ambito di un rapporto contrattuale percependo un corrispettivo, ed è anche unica autorizzata a percepirlo in quanto iscritta in apposito albo. Il concetto base della responsabilità è che ognuno risponde del danno in base a quanto da lui addebitabile (il principio generale è il 2043 c.c.) . Essere accompagnatori senza scopo di lucro ma anche volontari non significa essere esonerati dalla responsabilità, civile o penale, in quanto tale responsabilità è creata di per sé dall’affidamento che l’accompagnato fa sulla persona e sulle competenze dell’accompagnatore. Ma si è responsabili e basta a prescindere dal comportamento altrui? Ovviamente no. Il partecipante alla gita ha l’obbligo di partecipare con diligenza alla gita, di essere collaborativo e di attenersi strettamente alle indicazioni e istruzioni dell’accompagnatore, al quale è legato da un dovere di subordinazione, e ciò perché l’accompagnatore assume una posizione di garanzia nei suoi confronti, si fa garante della sua sicurezza e si grava delle relative responsabilità, civili e penali, ad essa connesse. Il mancato rispetto dell’obbligo di diligenza, collaborazione, prudenza ed obbedienza alle istruzioni del capogita, potrà comportare un concorso di responsabilità del danneggiato nella causazione dell’evento dannoso e delle sue conseguenze, rilevante dal punto di vista risarcitorio ai sensi e per gli effetti dell’art. 1227 cc. L’accompagnatore, organizza e cura la realizzazione pratica della gita o escursione , in presenza di una differenza di capacità tecniche tale da creare affidamento nella persona che a lui si affida; pertanto, il capogita assume su di sé una posizione di garanzia nei confronti dell’affidato e le relative responsabilità per la sua sicurezza. Quindi, requisito fondamentale per determinare la sussistenza di profili di responsabilità civile e penale a carico del capogita è la presa in carico del soggetto accompagnato: in particolare è richiesto che vi sia l’accordo tra le parti – che può essere tacito o espresso, scritto o verbale – sull’affidamento; occorre, inoltre, che sussista un dovere di subordinazione dell’accompagnato nei confronti dell’accompagnatore. In caso di accompagnamento di minori, peraltro, il “principio dell’affidamento” opera automaticamente. Da quanto sopra, emerge il motivo per cui, secondo i principi del nostro diritto, in caso di sinistro, l’accompagnatore potrà essere chiamato a rispondere, a livello di responsabilità civile e penale, per non aver tenuto un comportamento improntato alle capacità medie che sono attribuite ad una persona avente la sua qualifica, e a seconda della specifica qualifica assunta (es. guida o accompagnatore escursionistico), ed essere dichiarato tenuto al risarcimento dei danni subiti dall’accompagnato, le cui conseguenze, da un punto di vista meramente patrimoniale possono essere attenuate o addirittura eliminate con la stipula di un’apposita polizza assicurativa della responsabilità civile; non è possibile, invece, liberarsi dalla responsabilità penale, che in quanto tale è personale (art. 27 Cost.). Va precisato che, in caso di incidente, l’accertamento della responsabilità inizia dal momento della preparazione della gita: occorre, quindi, prestare particolare attenzione alla scelta del percorso in relazione alle capacità dei partecipanti (che può anche essere fatta a priori, ad es. mediante predisposizione di un calendario di uscite, con indicazione per ciascuna del livello di difficoltà, che sarà opportuno determinare in base al punto più difficile del percorso); tenere d’occhio le condizioni ambientali e metereologiche, sia in sede di preparazione della gita (es. bollettini valanghe e metereologici), sia al momento in cui ci si accinge ad iniziare la gita, sia durante la gita stessa, così come le effettive e reali condizioni del percorso; valutare lo stato d’uso dei materiali e l’adeguatezza o meno dell’equipaggiamento di ciascuno, valutando di volta in volta i singoli casi (ad es., se in una gita con difficoltà estreme un partecipante ha dimenticato di portare con se l’attrezzatura adatta va escluso..).. Non va, infatti, dimenticato che l’accompagnatore ha il dovere-potere di escludere i partecipanti che non ritiene in grado di affrontare la gita, sia tecnicamente sia per l’equipaggiamento di cui sono dotati. Il mancato rispetto di quanto sopra può far sì che, in caso di incidente, si possa ragionevolmente configurare un’ipotesi di responsabilità civile e penale a titolo di colpa. La prima ipotesi da considerare è quella dell’errore nell’organizzazione, cioè nella scelta di svolgere la gita, dove, quando e con chi; la seconda è quella dell’errore nell’esecuzione, cioè compiuto durante lo svolgimento della gita. a) L’organizzazione della gita Nella fase di scelta e decisione della gita, in linea di prima approssimazione le valutazioni principali da fare riguardano i seguenti aspetti, strettamente legati fra loro: il rapporto, guardato oggettivamente, fra la difficoltà e i rischi naturalmente insiti nella gita (considerati ovviamente nel concreto delle condizioni effettive della montagna, del tempo atmosferico della giornata scelta e dell’orario deciso), da un lato, e le capacità complessive (tecniche, fisiche, psico-emotive) dell’accompagnato, dall’altro lato: tanto più la gita è prossima ai suoi limiti, tanto più l’accompagnatore è gravato di responsabilità; il medesimo rapporto, guardato però dal punto di vista soggettivo dell’accompagnato: tanto minore è la disponibilità soggettiva, manifestata da quest’ultimo in modo esplicito, ad affrontare difficoltà e rischi, tanto maggiore è l’affidamento fatto sul ruolo dell’accompagnatore; il livello di capacità tecniche, di esperienza, di “forza”, come si dice in gergo alpinistico, dell’accompagnato e dell’accompagnatore e la differenza che intercorre fra essi: tanto maggiore è tale differenza, tanto più essenziale per l’accompagnato appare la presenza al suo fianco dell’accompagnatore e per conseguenza tanto più importante, e quindi gravato di responsabilità, è il ruolo di quest’ultimo; il rapporto fra le difficoltà e i rischi insiti nella gita e le capacità dell’accompagnatore; a questo proposito ha certamente rilievo, come fattore che giustifica un grado di affidamento più alto, l’esistenza o meno di una specifica qualifica istituzionale dell’accompagnatore, come per esempio quella di istruttore nazionale di alpinismo o di scialpinismo del CAI. Dal collegamento fra questi aspetti emergono alcune regole, espressione di un elementare buon senso derivante dall’esperienza, quindi ovvie per chiunque – come chi scrive – abbia una buona pratica di montagna e di accompagnamento. Tali regole sono le seguenti: tanto più la gita presenta difficoltà e pericoli prossimi ai limiti di capacità dell’accompagnato, tanto maggiore dev’essere la capacità dell’accompagnatore e quindi la differenza di capacità fra i due soggetti della vicenda; in questi casi, infatti, è relativamente più facile che l’accompagnato venga a trovarsi in difficoltà o in pericolo, dai quali sarebbe compito dell’accompagnatore farlo uscire; tanto più la gita presenta difficoltà o pericoli prossimi ai limiti di capacità dell’accompagnatore, tanto maggiore sarebbe opportuno fosse la capacità dell’accompagnato e quindi tanto minore dovrebbe essere la differenza di capacità fra i due soggetti della vicenda: in questi casi, infatti, mancano o scarseggiano nell’accompagnatore quelle capacità in più rispetto all’accompagnato, che sarebbero necessarie per aiutarlo a superare le difficoltà e a uscire dai pericoli. In caso di accompagnamento istituzionale (scuole del CAI, gite sezionali), la responsabilità per la scelta della gita (e del suo giorno e orario) ricade sulla direzione della scuola e sugli organi direttivi della sezione che la organizzano. Altrettanto si dica per la decisione di ammettere i partecipanti alla gita stessa: ammetterli implica inequivocabilmente una valutazione positiva della loro idoneità a compierla. È infatti agli organi direttivi della scuola che spetta il potere di scegliere la gita e le persone da accompagnare, per qualità e per numero; è a loro che spetta il diritto e dovere di rifiutarsi di compiere una gita troppo difficile o troppo pericolosa in relazione alle capacità e al numero degli accompagnati, o alle condizioni obiettive della montagna o del tempo atmosferico; come è a loro che spetta il diritto e dovere di imporre agli accompagnati, all’inizio della gita o nel suo corso, la rinuncia o il ritorno anticipato a causa del tempo, o delle condizioni della montagna, o delle condizioni psichiche o fisiche dei partecipanti. Anche in caso di accompagnamento non istituzionale, ma per amicizia o per cortesia, mi sembra ragionevole che la responsabilità per la scelta gravi sull’accompagnatore, quand’anche la proposta della gita e delle sue modalità provenisse dall’accompagnato: è sufficiente ad attribuirgliela il sol fatto ch’egli accetti di farla, forte della capacità e dell’esperienza che l’accompagnato presuppone in lui e nelle quali ripone fiducia. Esamino ora più analiticamente i diversi aspetti. Riguardo a quello oggettivo, chi si assume la responsabilità dell’accompagnamento è tenuto a sapere dove si va, qual è l’esatto itinerario, quali sono le sue difficoltà e i suoi pericoli, sia costanti sia specifici del momento, anche in relazione alle condizioni meteorologiche e all’orario: pericolo di valanghe e di frane, esistenza di roccette affioranti, esistenza di placche a vento, condizioni insicure dell’innevamento e in generale dei pendii, condizioni della neve che la rendono sciabile con speciale difficoltà o pericolo, per esempio neve crostata in cui si sprofonda, o fortemente ghiacciata, o alta e molto marcia. Egli è anche tenuto a sapere se vi siano ordini dell’autorità e a ottemperarli, come per esempio un’ordinanza del sindaco che vieti di passare in determinati luoghi per motivi di pericolo oggettivo. Riguardo all’aspetto soggettivo, chi si assume la responsabilità dell’accompagnamento è tenuto a conoscere, riguardo agli accompagnati, ciò che conta ai fini della gita: le loro capacità tecniche, la loro preparazione psicologica, la loro capacità di resistenza alla fatica e il loro modo di reagire alle difficoltà e ai pericoli imprevisti. Egli deve saper valutare correttamente tutto ciò, e rifiutarsi quindi di accompagnare persone non idonee alla gita. Con riferimento alla sua conoscenza delle capacità dell’accompagnato, opera il principio dell’affidamento di buona fede: l’accompagnatore non risponde se l’accompagnato ha fornito informazioni non corrispondenti al vero, come per esempio se ha vantato capacità non possedute o ha dichiarato un curriculum di attività e di esperienze falso, o anche solo condito di esagerazioni deformanti. Per quanto riguarda le fattispecie di reato che possono configurarsi più frequentemente, si citano le seguenti: • Esercizio abusivo della professione di guida alpina (art. 348 cp e art. 18 Legge 6/89): la guida alpina è legittimata a chiedere un compenso e ad ottenerlo, in forza di un accordo contrattuale intercorso tra le parti; al semplice escursionista, invece, è vietato richiedere e ottenere compensi. L’attività di guida alpina o di accompagnatore di media montagna, infatti, può essere svolta solamente da chi ha conseguito la relativa abilitazione ed è iscritto nell’apposito Albo (artt. 2 e ss. e 21 L. 6/89); • Abbandono di persone minori od incapaci • Omissione di soccorso (art. 593 cp): il soccorso è un dovere generale, grava su chiunque. E’ un reato tipicamente doloso; • Omicidio colposo e lesioni personali colpose (589 cp e 590 cp). Ovviamente, in ciascuno dei sovracitati casi, la responsabilità penale sussisterà solo se verrà riscontrata la presenza dei necessari elementi soggettivi (imputabilità, dolo o colpa) ed oggettivi (condotta attiva od omissiva, nesso di causalità ed evento dannoso) in assenza di cause di giustificazione o scriminanti. In particolare, perché vi sia responsabilità penale, e quindi imputabilità della pena, deve esserci la capacità di intendere e volere al momento del fatto. Inoltre, è sempre necessaria una puntuale ricostruzione: 1) dei comportamenti tenuti dai soggetti, 2) della riconducibilità o meno dell’evento dannoso alla condotta, attiva od omissiva, del capogita, 3) dell’assenza dei limiti di responsabilità (forza maggiore o caso fortuito), 4) dell’assenza di cause di giustificazione (es. aver agito in caso di necessità). Solo dopo aver accertato questi punti è possibile esprimere un giudizio di responsabilità penale con le relative conseguenze sanzionatorie. In conclusione, è bene chiarire che chi va in montagna con una persona che ha le stesse capacità tecniche, in mancanza di diverso accordo, non è autorizzato a fare affidamento sul compagno come se fosse un capogita, salva l’eventuale responsabilità del compagno di gita secondo le ordinarie norme della responsabilità civile ex art. 2043 cc. o penale qualora si configuri una specifica ipotesi di reato (es. omissione di soccorso). Rileviamo come ha scritto il professor Leonardo Lenti professore universitario a Torino di diritto privato nonché istruttore della scuola di alpinismo e scialpinismo “il contenzioso in questo campo non è molto diffuso ciò un atteggiamento psicologico caratteristico, molto diffuso fra le persone che vanno in montagna: i loro comportamenti sono governati da spirito di solidarietà reciproca e da senso di responsabilità per le proprie azioni, anzitutto sul piano etico, forgiato nell’esperienza.” Ma non dimentichiamo La Corte di Cassazione, Sez. IV, sentenza 24 marzo 2003, n. 13323, si è occupata di un caso di responsabilità per omicidio colposo di una guida alpina condannata per aver causato, per colpa, nella sua qualità di guida-accompagnatore di un gruppo in escursione lungo il corso di un torrente alpino la morte di un giovane che ne faceva parte. In particolare, si era accertato che la guida aveva omesso di segnalare ai componenti del gruppo l’esistenza, a valle del corso d’acqua sul quale si svolgeva l’escursione, di un salto d’acqua (“rapida”), sì che il giovane, che si era allontanato dal gruppo, contravvenendo alle disposizioni della guida, veniva travolto dalla corrente e travolto dalla impetuosità della corrente nello sbalzo di circa trenta metri, con conseguente morte per annegamento. La responsabilità della guida alpina è stata individuata nell’omissione di accorgimenti idonei ad evitare l’evento e, più precisamente, per non aver segnalato in maniera adeguata, al gruppo da lui guidato, il rischio

Michele Cinque