Alfonso Gatto il poeta con la valigia

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Gran concorso di pubblico al Catalogo per la presentazione del volume “Alfonso Gatto a Milano” di Anna Modena. Tra il pubblico Alfonso Andria, Rino Mele, Francesco Tozza, la figlia del poeta Paola e il nipote Filippo Trotta

 Venerdì sera presso la galleria “Il Catalogo”, di Lelio Schiavone e Antonio Adiletta, si è tenuta la presentazione del libro “Alfonso Gatto a Milano” scritto da Anna Modena ed edito dalla Pacini Editore di Pisa con il contributo della Fondazione Cariplo che da anni si occupa del recupero e della cura degli archivi letterari lombardi. La sede è stata quanto mai opportuna dal momento che, va ricordato, “Il Catalogo” è stato fondato, insieme a Lelio Schiavone, anche da Alfonso Gatto 43 anni fa in quella Salerno non solo città natale del poeta ma anche luogo di affetti e ricordi a cui tornare. La serata,  ha avuto tra il suo pubblico anche alcuni discendenti di Alfonso Gatto che hanno dialogato a distanza con l’autrice. A moderare il dibattito due giornaliste Olga Chieffi e Francesca Salemme che hanno ripercorso le fasi del libro costituito, in effetti, da una serie di documenti sulla base dei quali si è “sviscerato” il rapporto di Gatto con Milano per quasi un ventennio, dal 1943 data del suo arrivo nella città lombarda, ai primi anni ’50. In particolare è stato evocato tutto il periodo di “precariato” editoriale e giornalistico del poeta salernitano ( è stato tra le altre cose: poeta, scrittore, pittore, curatore editoriale, correttore di bozze, critico letterario, televisivo e artistico, attore, attivista politico, insegnante di liceo artistico per “chiara fama”) fino ad approdare ad una maggiore stabilità lavorativa con l’ingresso alla Mondadori e alla rivista “Epoca”. Sono state sottolineate le amicizie con tutti i maggiori esponenti della cultura del tempo tra cui i più intimi Sinisgalli, Zavattini, poi Tofanelli, Vittorini, Pavolini, Vigorelli nonchè Giulia Veronesi e Anna Maria Mazzucchelli. Anna Modena ha, soprattutto, rilevato come Gatto sia giunto a Milano con molta fiducia, lì si sia sposato con Iole Turco con un rito riportato dalle cronache colte del tempo e sia arrivato a considerarla l’altra sua città natale, la “mia città”, come ebbe a dire il poeta; secondo l’autrice, però, se Gatto avesse trovato lavoro a Napoli probabilmente a Milano non sarebbe mai approdato. Dai documenti ne esce il ritratto di un uomo che ha avuto sì momenti di cedimento ma non ha mai desistito; se Sinisgalli, uno dei suoi padri putativi, con cui ha condiviso gli anni milanesi, ha avuto crisi lunghe, le sue sono stae più varie e bravi. Tra le persone e gli eventi che ne hanno segnato la vita non può essere dimenticata Giulia Veronesi, sorella del più famoso pittore Luigi, che lavorerà per la casa editrice “Roseballo”, uno dei progetti editoriali intrapresi da Gatto che si rivelerà fallimentare per Achille Rosa che vi investe, e il cui sogno era lavorare nell’editoria. Tra i lutti che hanno segnato il suo percorso esistenziale nel 1935 vanno ricordate la morte del padre nell’estate di quell’anno e la morte di Persico, altro suo padre putativo, 6 mesi dopo; inoltre, un momento di grande sconforto si verificherà quando sarà incarcerato nel 1936, in pieno periodo fascista, e la sua liberazione vedrà l’intercessione tramite Giulia Veronesi, addirittura, di Edda Ciano Mussolini. Insomma, Gatto attraversa il ventennio milanese con moltissimi progetti e la scoperta attraverso i documenti è stata soprattutto quella che le idee furono molto più numerose di quelle che poi si realizzarono concretamente. Fino a quello che diventerà il suo “porto sicuro” quando negli anni ’40 Alberto Mondadori lo coinvolgerà nella rivista “Epoca” in cui si occuperà, tra l’altro, della rubrica “Italia domanda” e scoprirà quell’attitudine giornalistica di avanguardia che ha segnato il giornalismo di là da venire. Da Anna Modena, ricercatrice presso l’Università degli Studi di Pavia, dove insegna Letteratura Contemporanea Italiana e Storia della Stampa e dell’Editoria e con il centro manoscritti di ateneo ha pubblicato vari libri sui materiali conservati, ci siamo fatti dire alcune sue impressioni, più personali, sui documenti curati per il libro.

Innanzitutto, come è nata l’idea di raccogliere documenti sul periodo milanese di Alfonso Gatto?

“Avevo, già in passato, sempre lavorato su tematiche milanesi, infatti, era uscito in precedenza un volume su suoi articoli pubblicati da riviste; dal lavoro di raccolta di diversi studi effettuati e dalla consultazione di vari archivi di fondazioni, tra cui il Fondo Pavese e la Fondazione Mondadori, ho ritenuto opportuno fare un libro sul materiale rilevato”.

Cosa ha scoperto di nuovo in questo studio di approfondimento, di ricerca, rispetto alla documentazione già in precedenza in suo possesso?

“Ho scoperto che l’attività di lavoro di Alfonso Gatto è stata di gran lunga superiore a quella documentata “ufficialmente” da lui stesso; ci sono aspetti inediti come quelli riguardanti il periodo editoriale di “Panorama” degli anni ’30 di Gianni Mazzocchi o quello di “Roseballo”. Gatto fa ingresso a Milano come nella città del lavoro, entra a pieno nella vita dei lavoratori, e questa esistenza si interseca con legami e amicizie importanti che costituiranno quel gruppo di intellettuali raffinati che sapevano di essere tali”.

Lei ha conosciuto Gatto, che ricordo ne ha?

“Più che conosciuto, appena laureta a Pavia l’ho icontrato ad un ciclo di incontro di poeti e lui era accompagnato dal M° Giannandrea Gavazzeni. Indubbiamente mi è apparso subito come un uomo di grande fascino e personalità esuberante. Un uomo molto carismatico che riusciva a creare un rapporto coinvolgente ed immediato con i giovani che incontrava”.

Questo lavoro di ricognizione documentale cosa ha aggiunto alla sua “Idea” di Gatto?

“Ne emerge una vita difficile e sofferta; eppure, non si evince mai un senso di arrendevolezza. Nella sua vita ha attraversato grandi crisi, ragionava molto sull’esistenza ma allo stesso tempo progettava continuamente nuovi percorsi. La vita per lui non è stata facile, e non lo era per nulla quando, ad esempio, fu imprigionato nel 1936 e aveva una figlia da mantenere e accudire”.

Ci potrebbe essere, nel suo futuro professionale, qualche altro libro che potrebbe documentare gli anni successivi ai primi ’50 in cui si arresta la vita milanese di Gatto?

“Molto lavoro su quegli anni è già stato fatto, inoltre, io mi occupo, lavoro sui documenti del mondo culturale e letterario esclusivamente milanese. Tuttavia, ma lo dico come un desiderio più che come un progetto realizzabile almeno per il momento, mi piacerebbe scrivere una biografia per immagini, alla maniera dei biografi americani, che coinvolga la figura di questa donna, Giulia Veronesi, molto sottovalutata, per lo meno non conosciuta come andrebbe fatto, che lascia, dopo una relazione umana e professionale, Alfonso Gatto e lui, dopo questa separazione, si reca a Parigi. È una figura che si presta ad una biografia romanzata, ma, purtroppo, non esiste un archivio e una documentazione sulla sua vita”.

Lucia D’Agostino