Il suono del clarinetto protagonista al teatro Verdi

0

 

Questa sera, alle ore 21, il clarinettista Giampiero Sobrino si esibirà con l’Orchestra Filarmonica Salernitana diretta da Julian Kovatchev

 Intermezzo all’ultima replica di Tosca sarà un concerto sinfonico, che vedrà protagonista il suono del clarinetto. Questa sera, alle ore 21, sul palcoscenico del massimo cittadino, ritornerà il clarinettista Giampiero Sobrino, che incontrerà la bacchetta di Julian Kovatchev, e il timbro caleidoscopico dell’Orchestra Filarmonica Salernitana “G.Verdi”. Strumento dalla timbrica molto espressiva, con un’ampia gamma dinamica e capace di grande agilità di fraseggio, il clarinetto è uno degli strumenti a fiato più duttili dell’orchestra sinfonica classica. La sua evoluzione tecnica è tuttavia piuttosto recente, tanto che per gran parte del Settecento i compositori si servivano di tagli diversi da utilizzarsi solo nell’ambito della specifica tonalità e con un’estensione di poco superiore all’ottava. Sebbene le innovazioni tecniche che portarono alla configurazione dei moderni strumenti si succedettero lungo tutto il XIX secolo, nel 1811 Carl Maria Von Weber venne in possesso di uno strumento a dieci chiavi, già dotato di notevole flessibilità e morbidezza di suono. Proprio in quel periodo, egli fece la conoscenza di Heinrich Baermann, uno dei massimi clarinettisti dell’epoca, con il quale Weber stabilì un rapporto di collaborazione che portò alla stesura dei tre lavori che sono veri e propri classici della letteratura concertistica. Giampiero Sobrino ha scelto di far ascoltare al pubblico salernitano il Concerto n°2 in Mi Bemolle maggiore op.74, nei tempi Allegro, Romanza Andante e Alla polacca, in cui l’intento dell’autore è quello di sfruttare in toto le nuove possibilità dello strumento, esaltandone la ricchezza e la pastosità del timbro nei passaggi più cantabili, ma soprattutto mettendone in risalto le possibilità tecniche con vertiginosi sali-scendi di scale e arpeggi e con salti melodici superiori anche alle tre ottave. Il ruolo preminente del solista porta Weber a utilizzare una scrittura a “blocchi”: un succedersi di diversi episodi, quasi delle scene teatrali, nei quali il clarinetto delinea soggetti melodici compiuti, oppure disegna lunghi arabeschi virtuosistici sopra un sostegno armonico chiaro e ben definito. Molti temi con aspetti e caratteri differenti, ma al tempo stesso poca elaborazione tematica e uso contenuto dell’evoluzione armonica, alla base di mutamenti all’interno della gamma espressiva, imperniati su repentini cambiamenti di situazione spesso con interscambio tra il modo minore e il modo maggiore, mentre il compito autonomo dell’orchestra è prevalentemente quello di formare elementi di congiunzione tra i diversi episodi. L’orchestra regalerà la celeberrima quinta sinfonia di Ludwig Van Beethoven. È un Beethoven titanico, quello della Quinta. Ma è anche un Beethoven più asciutto e meno enfatico rispetto a quello dell’Eroica. La forma stessa è essenziale, senza espansioni retoriche, la coerenza interna rigorosa. I temi sono netti e concisi, come lo scarno inciso d’apertura, un motto di sole quattro note. Così si apre il primo movimento, l’Allegro con brio. Ancora sull’inciso «del destino» è fondato il primo tema, che percorre interamente la Sinfonia rendendola ulteriormente più solida ed unitaria. Proprio a questa estrema concentrazione tematica, a questa sobrietà di caratteri va ricondotta la grande efficacia espressiva che la Sinfonia in do minore esprime. Il primo tempo è forse la più perfetta applicazione della valenza tragica della tonalità di do minore, e della dialettica beethoveniana, basata sul contrasto di due idee, una veemente e una implorante; ma questa perfezione è dovuta innanzitutto alla configurazione icastica del tema – i celebri “tre più uno” colpi iniziali, esposti all’unisono – poi a una tecnica di elaborazione che fa percepire ogni dettaglio come logicamente consequenziale, necessario e imprescindibile; la seconda idea è solo un diversivo, nel fitto reticolato dell’elaborazione, che viene tuttavia interrotta da improvvisi silenzi e singole voci strumentali, dalla valenza angosciante ed interrogativa. In questo contesto l’Andante con moto, in la bemolle maggiore, non ha la semplice funzione di stemperare la tensione, ma piuttosto di mantenerla sempre sottesa; per questo il tema dei violoncelli che costituisce la tranquilla idea portante del movimento, cede più volte il passo ad una improvvisa accensione degli ottoni, che preannuncia l’esito di tanti conflitti. Con lo Scherzo si torna non solo alla tonalità minore iniziale, ma anche al medesimo inciso tematico, solo variato ritmicamente; è questo il movimento chiave per donare coerenza alla Sinfonia. Da una parte, infatti, il “motto” iniziale acquista, nella riproposizione, una valenza fatalistica (ma non bisogna dimenticare lo studio sul timbro, come il sibilo dei contrabbassi all’inizio, o il Trio contrastante, con entrate fugate); dall’altra parte il movimento sembra spegnersi nel nulla, con il “motto” sussurrato dai timpani, e sfocia invece in un episodio di transizione, tanto breve quanto decisivo, che congiunge direttamente i due ultimi tempi, attraverso un calibratissimo ed entusiasmante crescendo. Si approda dunque, col Finale, alla risoluzione di tutti i conflitti esposti, con una trionfale fanfara che è in realtà la conversione ottimistica dell’idea iniziale; non a caso, nella mirabile costruzione in forma sonata di questo finale, il secondo tema non è più, come nel primo tempo, in opposizione al primo, ma piuttosto complementare ad esso. L’unico momento di interruzione di questo entusiasmo consiste nella riapparizione di un frammento dello Scherzo, come ricordo delle ombre e delle sofferenze da cui sono venute le conquiste finali. Ma per sottolineare ancora la sapienza costruttiva di questo movimento, converrà riferirsi alla riesposizione, che ripropone il crescendo della transizione ma in forma abbreviata, per evitare la debolezza di una replica testuale, e ricordare l’energia propulsiva dei tantissimi accordi iterati delle ultime battute, sui quali grava il peso liberatorio non solo del movimento ma di tutta l’arcata evolutiva del capolavoro sinfonico. Finale della serata affidata alla festosa Ouverture delle Nozze di Figaro. “Mai prima né dopo – scrive l’ Albert – è stato messo in musica con tanta immediatezza il naturale, sfrenato impulso vitale nel suo aspetto sereno, di gioia dell’esistenza. Tutto è movimento alla più alta potenza in questo pezzo…E’ un’apoteosi dello sfrenato, lieto Lebensdrang, quale non si può immaginare più trascinante”. L’ouverture è in forma d’allegro di sonata senza Durchfuhrung: l’esposizione e la ripresa si fronteggiano specularmene, come in una vecchia Sonata alla Scarlatti, ma le relazioni tonali fra i temi, e fra esposizione e ripresa, sono quelle della Sonata bitematica. Due sono i temi principali; il primo è quello appunto, della corsa di quartine di crome con risposta di fanfara, ed è ripetuto, poi conchiuso da scale discendenti e da rimbalzanti affermazioni della tonica (re maggiore) nei bassi e poi all’acuto, finchè il discorso si arresta all’unisono sulla dominante (la maggiore).

Olga Chieffi