Tosca: Amore e morte nella Roma papalina

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Questa sera al Massimo  alle ore 21 la “prima” della popolare opera di Giacomo Puccini, che torna a Salerno per la quarta volta, con protagonisti Martina Serafin

 Grande attesa per l’inaugurazione della stagione lirico-sinfonica del Teatro Comunale “G.Verdi”. Questa sera alle ore 21 il sipario si ri-solleverà sulla Tosca di Giacomo Puccini, titolo popolarissimo sul quale la direzione del Massimo aveva puntato anche nell’era Luisotti, in quella Vaccari e di Daniel Oren, solo tre anni or sono. Tosca può essere definita l’opera culminante di Puccini nel senso dell’avanzamento del linguaggio. L’orchestra si mette a descrivere come per appunti, abbastanza in fretta, ma con una osservazione scrupolosa del vero; nel mezzo di tanto lavorio smette di ciarlare e improvvisamente si gonfia, singhiozza o minaccia, insulta o prega. Lo spettatore, preso di petto, non ha il tempo di riaversi dalla sorpresa, che Puccini implacabile e, inguaribile ruffiano, asciuga il pianto, in poche battute riprende perfino a sorridere, intanto pennella e ritocca. Un compito perfetto per Daniel Oren reduce dall’esperienza lo scorso anno al Politeama di Catanzaro,  alla guida dell’Orchestra Filarmonica Salernitana “G.Verdi”, il quale offrirà una lettura dell’opera, assolutamente non mediando sui segni d’espressione, passando dalle tre p alle tre f, senza colpo ferire, con qualche sorpresa.  Calcolatore astuto, Puccini, ha una leggerezza acrobatica nel trapasso  veloce dall’osservazione innocente alla partecipazione tragica. Si tratta di considerare che in Puccini la scena rappresenta quasi certamente la cripta di un’esistenza borghese ben al di sotto del mito. Tosca, alle soglie del nuovo secolo, non poteva essere più indicativa di quel momento storico ed estetico. Ciò che colpirà di questo nuovo allestimento di Tosca, affidato al regista Lorenzo Amato il quale ha tentato di avvicinarsi a questo classico in punta di piedi, cercando di liberarsi delle prigioni dei “luoghi”, evocandoli, insieme ai loro simboli, la scrivania per Scarpia, la Madonna per Tosca, la cappella Attavanti per l’Angelotti, cavalletto e pennelli per Cavaradossi, e giocando sulle scene come dietro l’occhio di una macchina da presa, attraverso giochi ed effetti di luci, sarà la Roma che ne uscirà  tutto sommato d’invenzione, ma dal fascino ambientale notevole. Puccini non dimentica mai di essere come un pittore davanti al cavalletto e dipinge la natura con tutta la libertà e l’entusiasmo del primo incontro. Il fatto in sé non interesserebbe molto, se non fossero in gioco i rapporti tra i personaggi. Personaggi che sembrano volersi imporre ad ogni costo, strappando e calpestando tutto quanto li circonda. Mentre in sede romantica erano gli assoluti dominatori dei cosiddetti oggetti, ora sono proprio questi ultimi a muovere verso il personaggio e a pretendere da lui un rispetto adeguato. Il che equivale ad una soffocazione. La crudeltà e l’ansia di Scarpia, interpretato da Renato Bruson, mostro corrotto ma sincero, uomo di mondo e fedele servitore dell’autorità; la tenerezza di Tosca, che avrà la voce di Martina Serafin, l’unica donna ammessa nell’opera, che ne occupa con prepotenza ogni spazio, in ogni momento, sempre da padrona assoluta, amante focosa ed imperiosa che non esita a smaniare in chiesa esibendosi in una violenta scena di gelosia, la stessa creatura che, come una pia fanciulla, s’inginocchia devotamente dinanzi alla Vergine e le offre dei fiori, è la stessa artista che si umilia come una donnicciola qualsiasi quando si prosterna disperata ai piedi dell’aguzzino, implorando pietà per il suo uomo, è la stessa creatura che, brandisce un coltellaccio da cucina e trucida selvaggiamente il boia che la vuole sua in cambio della salvezza dell’amante, è Tosca il deus ex machina dell’azione e lascia il partner sempre nell’ombra (Cavaradossi è seviziato ma è lei che soffre e recita la sua sofferenza, intonando quella pagina in sé molto efficace e musicalmente ben tornita, ma estranea all’economia del dramma che è “Vissi d’arte”), il pittore Cavaradossi, al quale darà vita Marcelo Alvarez, attaccato alla vita e al piacere con ingenuità poetica, non è che il signor tenore, al quale non gli è permesso che cantare due romanze “Recondita Armonia” e “Lucean le stelle”; a completare il cast il basso Alessandro Guerzoni marito della Serafin sarà Cesare Angelotti, e la abituale triade Nardinocchi, Casertano Striuli, ricoprirà i ruoli del sagrestano, Spoletta e Sciarrone. La cornice dei luoghi, mossa con estrema abilità fra una chiesa fastosa, una sala di palazzo con annessa stanza dei tormenti, e il carcere per i condannati a morte: è tutta qui la Tosca, schizzante una Roma tra fede e potere e il conflitto fra la voluttà e la carne martoriata, fra la sete vitale e l’oppressione, il tutto elevatesi a monumento sepolcrale. La bellezza e gli amori celebreranno un forzato trionfo davanti al plotone di esecuzione.

Olga Chieffi