LETTERA APERTA A MONIGNOR CIRO MINIERO NUOVO VESCOVO DI VALLO DELLA LUCANIA

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Eccellenza Reverendissima,

 

sono un Cilentano “fuori sede”, uno dei tanti che la diaspora del lavoro ha disseminato in lungo e in largo per l’Italia e per il mondo. Vivo a Roma in un “esilio dorato”, ma pur sempre esilio, scandito dalla lancinante nostalgia per la terra di origine, dove, appena posso, torno come Ulisse pellegrino al porto/quiete dell’Itaca dell’infanzia. Il Cilento me lo porto nel cuore e lo “frequento” spesso come giornalista militante, sempre con la scrittura creativa a caccia di emozioni in viaggi di fantasia, fecondati di amore e cultura.

La mia è terra di miti e di misteri, di storia e poesia,I “miti” sanno di terra e di mare. I “misteri” sono sigillati nel cuore delle grotte e, spesso, nelle notti illuni fuoriescono, in una con il vento, che  rantola rancoroso nel ventre della terra prima di impennarsi a cavalcata rabbiosa dalle faggete dei monti alle falesie del mare, sibilando tra forre e calanchi. La “storia” è scritta nelle rade paciose, nelle pagine ossificate di un territorio con i borghi adagiati sulle colline feconde, nei fondovalle umbratili, nelle brevi pianure ubertose, sui cocuzzoli delle montagne a volo di abisso. La “poesia” alita con la brezza carica di profumi a trasmigrazione/carezza di castelli e campanili, chiese e conventi, palazzi gentilizi ed umili dimore. Qui si celebra da sempre, in perenne (ri)creazione di storia/e, il mito primigenio della vita nel matrimonio prolifico di terra e mare. Il mare è “pelagos” sconfinato, che contiene e costringe in sè tutte le terre, ma anche “pontos”, che unisce e divide..Vi tracciarono rotte sicure i Padri Greci, portandosi dietro il sacro pantheon di dei ed eroi. E nacque Posidonia/Paestum con il miracolo dei templi dorici:E il dio dell’acqua esalta la fluidità proteica delle rappresentazioni del divino. Ed il miracolo della vita si perpetua ,così, nei fiumi, che percorrono, innervano e fecondano la Grande Madre:  Furono, i fiumi, le strade di penetrazione ad animare traffici e commerci lungo le vie del sale e del grano con il baratto, spesso, di tronchi di querce e faggi, lecci ed ontani a rifornire i cantieri dei Porti Velini e di Tresino per la costruzione di “navi olearie”.. Furono le strade che percorsero i monaci italo/greci a fuga dalla furia iconoclasta e a conquista di approdo sicuro sui monti, dove fondarono laure ed abbazie.

Ma questo fu anche il tormentato teatro di guerre e dominazioni, eroismi velleitari e rivoluzioni represse nel sangue, di scorrerie e razzie di pirati, di feudatari arroganti e di signori illuminati, di santi eremiti e di briganti sanguinari. E nel loro nome nel corso dei secoli  si sono scritte pagine di storia grande e minuta. Ma la più bella è quella dell’uomo nella quotidianità della fatica del vivere, nell’epopea del lavoro con la vanga ed il remo, a testimonianza dell’anima anfibia del territorio, che vive sospeso tra monti e mare, valli e colline con la ramificazione feconda di fiumi e torrenti. e che fa dei cilentani “contadini di mare e pescatori di montagna”. E’ un territorio da (ri)percorrere, nella consapevolezza che qui vi si respira “Mythos” e “Logos”, come  sottolineò con felice e rivoluzionaria intuizione Gianbattista Vico all’ombra dell’ulivo sacro di Vatolla, dove ideò la “Scienza Nuova”, riannodando i fili del Grande Pensiero Con Parmenide e Zenone.

Questo è tutto o quasi territorio che cade sotto la giurisdizione della Diocesi di Vallo della Lucania, che Ella, Eccellenza Reverendissima è stato chiamato a governare

Il centro di vita e di propulsione è il palazzo dell’episcopio., con annesso seminario, a Vallo della Lucania. Lì sono puntati gli occhi, sempre, e i cuori, spesso, dei cittadini della mia terra. Per loro la diocesi costituisce un punto di riferimento ineludibile, forse l’unico ancora credibile in un territorio,che è “una regione inserita in una provincia” e dove lo “Stato con tutte le sue istituzioni periferiche” è assente o manifesta, la sua presenza solo con faccia truce della forza  repressiva o quella maldigerita dell’esattore delle imposte. Il Seminario è stato per molti ragazzi cilentani luogo di formazione, palestra di vita e di cultura. Ci sono passato anch’io ed ho memoria carica di affetto e stima per docenti preparati e rigorosi. Qualcuno aveva preparazione, capacità e carisma per diventare vescovo, ma fu penalizzato,forse, da un pizzico di albagia intellettuale che scompaginò i disegni dello Spirito Santo. I confratelli malevoli, che pure non mancano nella casta sacerdotale, ci misero del loro con una spruzzata di gelosia e di invidia. E don Rocco De Leo restò, fino alla fine dei suoi giorni, “vescovo in pectore”.

Eccellenza Reverendissima, lungi da me l’idea di stilare un vademecum della sua attività pastorale. Non mi compete ed,oltretutto, non ne sarei capace. Ma da “laico”, modesto intellettuale, che ama la sua terra, qualche richiesta mi sento di poterla e doverla fare. Lei amministrerà una diocesi gemmata da quella “storica” di Capaccio, una delle prime del territorio meridionale e,dove si sono susseguiti, nel corso dei secoli, vescovi colti, quasi sempre, e santi, qualche volta. Cattedrali, collegiate e chiese di paesi e campagne  sono grandi contenitori d’arte e di cultura. Opportunamente e lodevolmente i suoi più recenti predecessori ne hanno recuperato l’enorme patrimonio e, per strapparlo al degrado e all’incuria, lo hanno collocato in un decoroso “Museo Diocesano”, anche per stroncare sul nascere il fenomeno della “simonia”, da cui qualche parroco incolto e disinvolto era tentato. Conservi ed esalti,Eccellenza, questo scrigno di tesori anche per consentirne la fruizione nel settore del turismo, che è l’attività futura del territorio e che va sviluppato, a mio modesto parere, nella direzione della cultura più che su quella della rapina della speculazione edilizia, che, spesso, ne sfregia la bellezza.

 E, a tal proposito, sappia che sul territorio spadroneggia una classe politica inadeguata, spesso incolta e vorace, vocata per formazione al clientelismo e al familismo,e che, quasi sempre, pensa di mettersi in pace con la coscienza con l’esibizione in prima fila nei pontificali solenni o nelle processioni dei Santi Protettori. Sono gli eredi dei baroni e ne perpetuano la parte peggiore con le armi sottili e sofisticate del consenso elettorale cercato e spesso imposto con metodi di mala-politica. Ne stia alla larga e, quando può, scacci i “mercanti dal tempio”. Dal suo curriculum apprendo che ha esercitato il suo apostolato nelle parrocchie di periferia di Napoli e quindi si è formato in trincea a contatto con i bisogni e le esigenze degli umili ma anche a contatto con la politica della clientela contagiata dalla malavita. Questa sua formazione è una garanzia, così come lo è la sua formazione culturale e teologica e l’esercizio e l’esperienza nel delicato settore dell’Amministrazione dell’Arcidiocesi napoletana. Faccia tesoro di questa sua prismatica esperienza/preparazione anche nell’amministrazione della nuova diocesi. E che Dio l’assista, così come La guidi lo sguardo materno di Martia, che nel mio Cilento è venerata in ben sette santuari, che testimoniano, da un lato, l’eredità della ritualità delle dee pagane nella trasmigrazione in quella cristiana, e, dall’altro, la devozione di pescatori, contadini e pastori nei pellegrinaggi litanianti a scalata di chiese luminose di montagna, a cominciare da quella del Gelbison che lega aspirazioni, desideri e speranze ad un filo di croce a penetrazione di cielo.

Il mio augurio  di “laico”, che ha profondo rispetto della dottrina sociale della Chiesa, anche se continua a pensare che la storia la fanno gli uomini nell’attività responsabile  del quotidiano, è che possa incontrarLa a breve e testimoniarLe, per quel poco che vale, la mia soddisfazione per il cammino intrapreso nel recupero e nell’esaltazione delle tradizioni della mia terra nel segno della CULTURA, che è e resta l’unico motore di sviluppo di un territorio che ne ha tutte le potenzialità

Con stima, suo

 

Giuseppe Liuccio

g.liuccio@alice.it