Ravello Tra forma e spazio di Giuliana Balice

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Tra forma e spazio

Giuliana Balice

 

Ravello (SA)

Villa Rufolo

p.zza Duomo

Inaugurazione: giovedì 5 maggio 2011 ore 12.00

 

 

Giovedì 5 maggio alle ore 12.00 sarà inaugurata la mostra antologica (1961 – 2010) “Tra forma e spazio” di Giuliana Balice nelle sale del Museo di Villa Rufolo a Ravello, a cura di Fabrizio Parachini e promossa dall’art promoter Bruno Mansi in collaborazione con la Fondazione Ravello. 

Tutte le opere rigorosamente non-oggettive che Giuliana Balice consegna alla nostra attenzione nascono da un progetto e da una riflessione. Un progetto che è a sua volta sempre un’opera compiuta in sé per la chiarezza del tracciato grafico e del costrutto e si sviluppa, con sembianze sempre diverse, come risposta, o soluzione formale, alla riflessione ininterrotta condotta sui termini possibili di una relazione, cruciale nella scultura, tra spazio, luce e oggetto. “Se è vero – annota il critico Fabrizio Parachini – , come è stato più volte sottolineato e per ultimo sintetizzato da Massimo Bignardi in un centrato titolo, che quello di ‘costruire lo spazio all’immaginario’ è sempre stato il programma dell’artista, penso si possa anche affermare che, per raggiungere tale obbiettivo, abbia indagato con rigore la luce e i suoi comportamenti nei riguardi delle forme tridimensionali, pensando la scultura come l’intermediario necessario, fisicamente e socialmente indispensabile, alla sperimentazione produttiva di tale rapporto”. Titoli e tecnica delle prime opere sono emblematici. I Bagliori geometrici sono stati realizzati a partire dal 1961 utilizzando carboncino su carta ovvero il mezzo che meglio riesce a cogliere e rendere il contrasto radicale chiaro-scuro restituendone l’essenza primaria. Segni ampi e sfumati o stretti e marcati, nei vari aspetti che il nero riesce ad assumere, si intrecciano o si sovrappongono alla stregua di improvvise apparizioni, come indicato verbalmente, configurandosi già, nonostante la bi-dimensione, come una lettura dello spazio per piani visivi frontali posti in successione alla ricerca di una profondità da definire geometricamente. Una ricerca questa, che l’artista ha ampliato nelle tempere su tela coeve  in cui l‘uso di una pasta cromatica spessa nei toni dei marroni ingrigiti, anziché della traccia velata del carbone, è risultato utile per individuare nella materia un ulteriore spessore da correlare all’idea di volume costruito mediante stratificazioni di superfici. Ancora di più rimandano alla luce e alle sue relazioni titoli e opere successive come le Silhouette che fanno la loro comparsa negli anni ottanta insieme ad alcuni Interventi sull’ambiente e bassorilievi. Le prime sono tempere o inchiostri su carta il cui riferimento nominale a quel genere o stile di pittura che molta fortuna ha avuto nell’arte occidentale tra fine ottocento e inizi novecento, probabilmente su influsso giapponese, non lascia dubbi sulla volontà dell’artista di impiegare ogni strumento utile per dare alla forma una delineazione che sia prodotto di una studiata relazione con il contesto con cui si confronta. E sono sempre proiezioni, ma nello spazio fisico reale, gli interventi sull’ambiente Wall drawing (1981), Bianco convesso (1983) o Diafano Apollineo (1990): proiezioni in negativo, si faccia attenzione, perché quelli tracciati sui muri, e prima sulla carta, sono le ombre perimetrali, ancora una volta le silhouette e non le figure piene, delle forme ipotizzate per dare vita a un luogo tutto da inventare. Queste idee grafiche, progetti a tutti gli effetti, si dimostrano poi capaci di generare sculture come Delfica e Costruzione lineare, rispettivamente del 1990 e 1997, nelle quali la forma è costruita da una specie di telaio che profila i limiti del volume che, a questo punto, è come se venisse soltanto evocato e reso totalmente attraversabile dalla luce e dallo sguardo che ne diventano quindi parte integrante. Lo stesso sguardo a cui è stata data la possibilità di penetrare le figure può essere il soggetto implicato nel coglierne gli sviluppi plastici. E l’idea di modularità è un altro tema caro all’artista individuabile in molte sculture, e oggetti, realizzati soprattutto tra gli anni sessanta e settanta. Nike (1967-72) e Torre anomala (1972), per esempio, sono strutture piuttosto articolate dalla superficie in un certo senso sfaccettata, costruite assemblando elementi semplici e ben identificabili già formalmente compiuti. In questi casi è proprio la reiterazione di qualcosa precedentemente conosciuto singolarmente che crea soggetti plastici nuovi la cui identità trascende quella delle proprie parti costitutive: quello che sulla carta si configurava come un continuum grafico di mutazioni lineari diventa, nella tridimensione, qualcosa che potenzialmente può accrescersi all’infinito sempre uguale e sempre diverso, con tutto ciò che la cosa implica fattualmente e idealmente.

Le sculture di Giuliana Balice, in qualunque momento del suo lungo percorso creativo siano state realizzate, sono sempre volumi puri e essenziali lontani da qualsiasi rimando figurativo e definiti da linee soprattutto rette, o curve dagli ampi raggi e dal tracciato inequivocabile. Descrittivi di una condizione formale statica o dinamica, di un’operazione analitica o processuale intrapresa oppure attinti a figure mitologiche il loro principio di assegnazione è costantemente analogico: come dire idea per idea e immagine evocativa per forma.

La mostra rimarrà aperta dal 5 al 31 maggio.

Orari: tutti i giorni 11- 13/15- 18

Ufficio stampa: Giovanna Dell’Isola 3393017395 – wzgiovannadellisola@supereva.it

 

Giuliana Balice nasce a Napoli nel 1931, dove si diploma in Pittura nel 1953 presso l’Accademia di Belle Arti. Le sue riflessioni si volgono alle istanze estetiche della contemporaneità e si indirizzano verso il Costruttivismo russo e da De Stijl alla Konkrete Kunst. Negli anni Cinquanta inizia l’attività espositiva e, nel 1958, stabilitasi a Milano, entra in contatto con l’ambiente artistico della città. Raccoglie le sue opere sotto il titolo Bagliori geometrici. La mostra personale al Festival dei Due Mondi a Spoleto, a cura di Domenico Cara  e la partecipazione al Premio internazionale Joan Miró a Barcellona, sono del 1966. Si apre il ricco capitolo delle Costruzioni immaginarie, opere tridimensionali monocrome, con minimi scarti di piani in aggetto: progetti costruttivi, solidi, razionali. Queste opere vengono esposte in due mostre personali nel 1969: a Firenze alla Galleria Il Fiore, a cura di Italo Tomassoni, e a Torino allo Studio di Informazione Estetica, a cura di Gillo Dorfles. Segue un periodo di studio e di esperienze su materiali diversi: legno, ferro, acciaio, metacrilato utilizzati in progettazioni e opere prodotte come esempi di ripetibilità seriale. Di questi anni è il fattivo rapporto con la rivista Domus di Milano e con l’omonimo Centro di via Manzoni, dove nel 1971 viene presentata una sua mostra personale, vi realizza tra l’altro, un Intervento sull’ambiente di ampie dimensioni; nel 1972 costruisce a Torino per decisione di Gio Ponti, in occasione di Eurodomus 4 , Nike, quattro metri di modulo, intervento in uno spazio aperto. Nei successivi capitoli: L’idea, il progetto, l’opera compiuta e Interventi sull’ambiente, domina la volontà di ampliare la visione dall’oggetto centrale allo spazio circostante, come si verifica in Bianco convesso, importante e significativo intervento, realizzato al Nuovo Spazio Metropolitano nel 1983 a Milano. Nel 1983 Alberto Sartoris scrive un saggio monografico: Splendore geometrico nell’arte di Giuliana Balice, presentato da Gillo Dorfles e Vittorio Fagone alla Galleria Stendhal di Milano, durante una sua mostra personale, in presenza dell’Autore. Fin dall’inizio degli anni Novanta, si intensifica il rapporto di collaborazione con Zita Vismara e la sua Galleria milanese, che durerà fino al 2005, anno della sua scomparsa, che porterà alla realizzazione di mostre personali, nel 1990 e 1991 e di varie mostre collettive, tra cui: nel 1995 a Francoforte, Art Frankfurt; nel 1996 a Bologna, Artefiera; nel 2004, a Lugano, Mecart 04; nel 2005 a Milano, 40 anni. Nel 1999 partecipa alla XIII Quadriennale – Proiezioni 2000 a Roma, con opere del periodo Equilibrio instabile. Nel 2002 è presente alla mostra Italien-Positionen der Konkreten Kunst al Forum Konkrete Kunst-Peterskirche museum, a cura di Alberto Veca, a Erfurt in Germania. Nel 2003 l’Editrice Napoli c’è pubblica un saggio monografico di Massimo Bignardi che analizza quaranta anni di lavoro: Giuliana Balice – Costruire lo spazio all’immaginario. È presente al Collegio Cairoli dell’Università degli studi di Pavia, in tre mostre progettate da Marco Fraccaro, a cura di Fabrizio Parachini, nel 2007: Il colore dello spirito; L’Arte in collegio – il gioco del domino; nel 2008: 80 Artisti riflettono (su) la luce. Nel 2008 espone presso l’Istituto Italiano di Cultura a Stoccolma: Exibition of Engravings of Ravello a cura di A. Patrizia Fiorillo. Nel 2009 è invitata alla esposizione internazionale: 1919 / 2009 – 90 anni del Bauhaus al Forum Konkrete Kunst-Peterskirche museum, a cura di Heidi Bierwisch a Erfurt in Germania. Opere dell’artista figurano in collezioni e musei italiani e stranieri. www.giulianabalice.it