La moltiplicazione dei pesci fu vero miracolo? La risposta della meccanica quantistica.

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Sospendo per un attimo la mia serie sulla Teoria della Relatività Generale per pubblicare uno scambio di e-mail con un mio lettore.

 

Pippo mi scrive esprimendo il suo legittimo scetticismo riguardo alla ‘Realtà Ultima come io la descrivo nei miei scritti. Secondo Pippo, l’uomo non può essere componente adeguata del Tutto immobile perché, in quanto soggetto al divenire e al movimento, egli non può far parte di  una Sostanza unica, indivisibile e immobile.

 

Che c’entra il miracolo della moltiplicazione dei pesci in tutto questo? Per cercare di spiegare come sia possibile che da una Sostanza unica e indivisibile sia possibile generare la ‘proiezione’ di una moltitudine di enti separati e in movimento ho fatto ricorso alla teoria dei quanti … e qui è venuta fuori la moltiplicazione dei pesci. 🙂

 

Nel Vangelo, Gesù moltiplicò cinque pani e due pesci per sfamare cinquemila persone (Matteo 14,13-21, Marco 6,30-44).  Si tratta dell’unico miracolo di Gesù, a parte la resurrezione, ad essere presente in tutti e quattro i Vangeli.

 

Ma fu vero miracolo? Sembra di no. La teoria dei quanti è in grado di dare una spiegazione scientifica al fatto miracoloso (c’è una vena scherzosa, ma non troppo, in questa mia affermazione).

 

Ma procediamo con ordine.

 

Innanzitutto, riporto integralmente la e-mail di Pippo:

 

Complimenti caro Luigi, sono casualmente giunto sul tuo sito SUM ERGO COGITO, non ho visitato tutte le parti dello stesso, ma solo un paio di argomenti che hanno attirato immediatamente la mia curiosità: il modello dell’universo, l’ esistenza di Dio, lo spaziotempo. 

 

Da tempo mi sono posto gli stessi interrogativi che emergono dalle tue riflessioni/studi e naturalmente di risposte concrete-definitive con approccio serenamente razionale/scientifico non né ho trovate e mi sforzo di non trovare soluzioni a buon mercato che non superino però il vaglio della ragionevolezza. 

 

Le tue riflessioni ed alcune conclusioni sono ad ogni buon fine stimolanti e degne di essere valutate per la correttezza intellettuale e l’impegno che hai profuso nel formularle. 

 

Poiché l’orizzonte resta aperto per via della bassa conoscenza dei fenomeni che ad oggi abbiamo nonostante i salti “quantici” che le scienze hanno avuto nell’ultimo secolo, una domanda la vorrei porre.

 

Preambolo:

 

non ho difficoltà ad accettare un modello di più universi coesistenti che sviluppano e rendono coerente simultaneamente tutti gli stati dell’essere, quindi senza tempo, diversamente da come convenzionalmente oggi interpretato, e mi potrebbe essere anche di conforto sotto il profilo logico una idea di “Dio alla Spinoza” almeno per giustificare ragionevolmente l’eccesso di male. 

           

Ma, mi chiedo:

 1.      ontologicamente, la nostra mente che ragione avrebbe di porsi riflessioni esistenziali nello scenario cristallizzato di questo multi-universo che staremmo condividendo?

 2.      se così invece è, ovvero abbiamo coscienza di noi, come si può conciliare o associare tale coscienza con una rappresentazione perenne ed immobile dell’universo!?

 

E’ chiaro che qualche elemento di disturbo al modello di Dio alla Spinoza queste cose sembrano comportare, poiché nell’economia delle leggi deterministiche che sarebbero alla base di questo universo come lo staremmo condividendo, il prendere coscienza di una inadeguatezza anchesolo ontologica da parte dell’uomo come componete del Tutto è a mio avviso una discrasia sistemica.  

 

Ovvero nella realtà non ci sentiamo parte del Tutto.

 

Forse vale la pena indagare questa dimensione fenomenologica, non so se tu lo abbia fatto, mi farebbe piacere avere qualche tua impressione. 

a presto Pippo.”

 

Di seguito riporto la mia risposta:

 

Caro Pippo, grazie innanzitutto per avermi scritto.

 

Credo che la tua domanda fondamentale sia questa:


 “ se … abbiamo coscienza di noi come si può conciliare o associare tale coscienza con una rappresentazione perenne ed immobile dell’universo!?”


Bella domanda da porre ad un dilettante autodidatta senza bollini e titoli accademici! Un approccio professorale sarebbe quello di partire da Parmenide e Eraclito. Meglio evitare. Cercherò di risponderti usando la mia “intuizione”.


Innanzitutto, per centrare bene il tema provo a riformulare la tua domanda.  Detto con altre parole, penso che tu mi stia chiedendo “come fai a conciliare il movimento, il divenire, la frammentazione (tutte cose che sperimentiamo con la nostra coscienza) con il concetto di  Realtà unica, indivisa, eterna e immobile?”  Per il momento tralascio il concetto di universo che può essere fuorviante.


Metterei sul tappeto invece lo ‘scenario’ in cui si esplica la nostra coscienza cioè lo spazio tridimensionale. In questa prospettiva la tua domanda potrebbe essere: “Se tu poni l’ipotesi della ‘Totalità indivisa e immobile’ come fai a giustificare poi la frammentazione, il divenire nel tempo delle cose del mondo nel nostro spazio tridimensionale?”  Non a caso faccio riferimento alla dimensione tridimensionale: secondo me, la ”realtà per come noi la percepiamo” è limitata quantitativamente e qualitativamente da quello che i nostri sensi riescono a cogliere nel nostro spazio tridimensionale.


Ma cosa in effetti i nostri sensi, immersi nel nostro universo tridimensionale, riescono a cogliere della “Realtà così com’è” ? Già Einstein aveva mostrato che i nostri sensi molto spesso si sbagliano. Con la teoria della relatività della simultaneità egli ha dimostrato che non è possibile estrapolare una frazione “discreta” di tempo ( per esempio, l’adesso). Il tempo è un continuo indivisibile: passato, presente e futuro coesistono. L’idea del tempo che non scorre è assolutamente contraria alla ”realtà per come noi la percepiamo”. Per questo motivo, le sue implicazioni filosofiche vengono per lo più ignorate anche da chi ha capito la teoria della relatività.


Ma non basta, sembra che, oltre al tempo, anche la materia sia fondamentalmente indivisibile. La teoria dei quanti, e in particolare  il paradosso di Einstein-Podolsky-Rosen (paradosso EPR), la teoria della non-località di Bell, l’esperimento di Aspect, l’entaglement quantistico, sembrano indicare che la materia a livello di particelle non sia divisibile in elementidiscreti”.


In particolare, l’esperimento di Aspect del 1982 ha mostrato che particelle subatomiche come gli elettroni, in particolari situazioni, sono capaci di comunicare una con l’altra istantaneamente a prescindere dalla distanza che le separa, sia che si tratti di 10 centimetri, sia che si tratti di 1000 miliardi di chilometri. Questo esperimento dimostra che fra le particelle subatomiche esiste una connessione che va oltre le dimensioni tridimensionali dello spazio a noi familiari.  Anche l’idea che tutto le particelle siano interconnesse a prescindere dalla distanza che le separa  è assolutamente contraria alla ”realtà per come noi la percepiamo”.


Queste teorie scientifiche sembrano indicare che la “realtà così com’è” è profondamente diversa dalla “realtà per come la percepiamo”.


A questo punto noi possiamo usare la nostra intuizione (Spinoza avrebbe detto la ‘conoscenza di terzo livello’) per cercare di immaginare com’è la “realtà così com’è” …  oppure  …  accettare la Verità rivelata e smettere di pensare … oppure … fare come fanno i tanti che  non si pongono neanche il problema.

 

Io, da parte mia, ho una intima esigenza ad esercitare la mia intuizione per  cercare di immaginare la “Realtà per così com’è.


In questa mia ricerca mi trovo perfettamente in sintonia con uno dei più grandi pensatori scientifici e filosofici del nostro tempo, il fisico quantistico David Bohm. Per Bohm la vera astrazione non è tanto il concetto di Totalità indivisa, lui la chiama “Undivided Wholeness”, quanto la nostra percezione di una realtà frantumata.


Secondo Bohm, nella Totalità indivisa c’è un ordine implicito che è fondamentalmente nascosto alla nostra sensibilità e alla nostra indagine scientifica. Della Totalità indivisa noi riusciamo comunque a percepire una ‘proiezione’ dell’ordine implicito che affiora nella nostra realtà tridimensionale come ordine esplicito.


Per spiegare cosa intende per  ‘proiezione’, Bohm propone un esempio che io ho rielaborato e che ho chiamato “esperimento mentale della moltiplicazione dei pesci”.


Mi trovo in una stanza e di fronte a me ho due monitor: M1 e M2.


Sul monitor M1 vedo un pesce, sul monitor M2 vedo un altro pesce. In ogni particolare momento le immagini dei due pesci sono differenti (per esempio, su M1 c’è un pesce visto di fronte, su M2 c’è un altro pesce visto di lato). I movimenti dei due pesci sembrano comunque correlati: quando un pesce esegue un movimento, l’altro esegue un movimento corrispondente. Sembra quindi che i movimenti di un pesce siano correlati causalmente (causa-effetto) con i movimenti dell’altro.


Io vedo due pesci ma non è così. Le due immagini sui monitor non corrispondono a due pesci esistenti indipendentemente: le due immagini sono la proiezione di un unico pesce, un’unica realtà, che costituisce la sorgente comune (Spinoza direbbe ‘la Sostanza’) delle due immagini.


Infatti, seguendo i cavi collegati ai due monitors mi sposto nella stanza a fianco e scopro il mistero. Su un tavolo c’è un acquario a base rettangolare (ABCD) con un dentro un pescetto. Noto che il cavo del monitor M1  è collegato alla telecamera T1  posizionata di fronte al lato  AB  dell’acquario. Noto anche che il cavo del monitor M2 è collegato alla telecamera T2  posta di fronte al lato  BC (perpendicolare a AB).  Capisco allora che i due pescetti che avevo visto sui due monitor erano due proiezioni (astrazioni) di un unico pesce reale.


Nell’esempio, l’acquario tridimensionale con pesciolino rappresenta l’ordine implicito della Totalità indivisa; le due immagini bidimensionali che appaiono sui due monitor rappresentano l’ordine esplicito che noi percepiamo (ricorda che non abbiamo accesso diretto alla stanza dell’acquario).


E’ facile vedere qui che la realtà sorgente (il pesce reale) ha una dimensione in più rispetto alle sue proiezioni. Per dirla in un’altra maniera, le immagini sul monitor sono proiezioni bidimensionali di una realtà tridimensionale. In un certo senso questa realtà tridimensionale sembra contenere al suo interno le due proiezioni bidimensionali. Siccome però queste due proiezioni esistono solo come astrazioni, non sono componenti o frammenti della realtà tridimensionale. L’esistenza del pescetto tridimensionale  è qualcosa di indipendente che va oltre la natura delle due proiezioni bidimensionali.


Estendendo il discorso possiamo dire che tutte le particelle che costituiscono un sistema NON sono entità separate esistenti individualmente in un comune spazio tridimensionale, sono, piuttosto, proiezioni di una unica realtà con un alto numero di dimensioni. Questo approccio spiega  la non-località di Bell e l’esperimento di Aspect (qui è sperimentalmente provato che 2 elettroni tridimensionali si comportano come proiezioni di una realtà  a 6 dimensioni).


Un sistema costituito da N particelle è quindi una realtà a 3N dimensioni, dove ogni singola particella è una proiezione tridimensionale.


Se il sistema in esame è l’universo intero quante dimensioni sono necessarie a comprendere la Totalità indivisa? Un numero infinito. La Totalità indivisa è quindi quantitativamente e qualitativamente infinita … e fondamentalmente … inconoscibile.


Per concludere, caro Pippo, è assolutamente vero: noi “non ci sentiamo” parte del Tutto (perché non abbiamo accesso alla stanza dell’acquario). E’ anche vero che noi non siamo “individui componenti del Tutto (l’individuo comporterebbe la frammentazione della Totalità).


Siamo l’ordine esplicito, siamo il risultato della proiezione nello spazio tridimensionale dell’ordine implicito della Totalità indivisa a N dimensioni o, per dirla con Spinoza, siamo la manifestazione di uno degli infiniti attributi della Sostanza.


A presto


Luigi Di Bianco

 

 

PS: In merito a questo articolo ho ricevuto la seguente e-mail da Claudio:

Scusi la mia ignoranza ma non riesco a vedere, ne tantomeno a capire come tu abbia dimostrato la moltiplicazione dei pesci. 

In pratica cosa avrebbe dovuto fare Gesu’?………2000 anni fa’?……………….Se le e’ possibile usi un linguaggio meno complicato per noi poveri mortali………

Questa la mia risposta:

Scusa Claudio se ho usato un linguaggio complicato … in effetti, io cerco di scrivere semplice … evidentemente a volte non ci riesco.
L’argomento ostico poi certo non favorisce la semplicità del linguaggio.
Venendo alla tua domanda, innanzitutto devi considerare la mia premessa: “c’è una vena scherzosa, ma non troppo, in questa mia affermazione” (che la teoria dei quanti spieghi la moltiplicazione dei pesci.)

Secondo la mia intuizione, le cose del mondo che noi sperimentiamo sono una ‘proiezione’ di una Realtà più profonda per noi fondamentalmente inconoscibile (Dio?).
Il mondo sensibile (quello che noi sperimentiamo) ha 3 dimensioni (altezza, larghezza, profondità), la Realtà (chiamala Dio, Sostanza, Natura o come ti pare) ha un numero infinito di dimensioni.
Le cose finite a tre dimensioni che appaiono nell’ambito del mondo sensibile sono ‘proiezioni’ di quello che è la Realtà multidimensionale.

In teoria, e se la Realtà avesse una ‘volontà’ come affermano i cristiani, allora la Realtà non avrebbe alcun problema a ‘proiettare’ nel mondo sensibile tridimensionale cinquemila pesci o un miliardo di pesci.

Alla tua domanda: “in pratica cosa avrebbe dovuto fare Gesù?“, rispondo … dovrebbe essere stato Dio (la Realtà) e dovrebbe aver esercitato la volontà di ‘proiettare’ cinquemila pesci nel nostro mondo tridimensionale … cose queste che i cristiani danno per scontato.

Secondo la mia intuizione invece la Realtà non ha una volontà (almeno nel senso comune del termine) … ma qui andiamo di nuovo sul complicato.

Un cordiale saluto
Luigi”

 

 

PS: Per la serie completa dei miei scritti visita il mio sito web SUM ERGO COGITO

 

Critiche e commenti sono apprezzati. Scrivere a: ldibianco@alice.it

 

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