Napoli, allarme nel centro storico «Cento palazzi a rischio crollo»

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Il sovrintendente Gizzi: «Il vero pericolo viene dai privati
che non vogliono riparare o restaurare. E noi non abbiamo soldi»

NAPOLI – «Nel solo centro storico della nostra città sono settecento i palazzi storici che rientrano nel patrimonio tutelato, anzi da tutelare. Di questi il quaranta per cento è in condizioni accettabili, un po’ meno del cinquanta per cento ha bisogno di interventi di restauro o di ripristino urgenti e poco più del dieci per cento ha problemi seri, con rischio di distaccamento di intonaci e addirittura di crolli».
Quando il sovrintendente Gizzi snocciola i dati nella bella stanza di Palazzo Reale, non si percepisce la vera entità della vicenda. Quel «dieci per cento» sembra piccino, innocuo.

E invece tanto piccolo non è perché, tradotto in numeri reali significa che quasi cento edifici monumentali del centro storico di Napoli rappresentano un pericolo: «Ma non facciamo allarmismo inutile – chiede il sovrintendente – non stiamo dicendo che cento palazzi crolleranno domattina. Diciamo solo che hanno problemi molto seri», anche se basta questo a farci venire i brividi.
Piazza Plebiscito, dietro ai vetri, brulica di turisti e ragazzi che giocano a calcio; c’è un motorino che scorrazza liberamente nell’ampio spazio vuoto, ma nonostante tutto il sole e l’aria di festa rendono piacevole la scena.

Lo studio del sovrintendente, al di qua dei vetri, è colmo di documenti, piantine, denunce, fotografie: è la Napoli del degrado e del disastro che si trasforma in pezzi di carta «facciamo quel che possiamo, anche di più», sorride amaro Gizzi. È affiancato da Nicoletta Ricciardelli e Amalia Scielzo, architetti e funzionari della sovrintendenza: entrambe si occupano del centro storico, entrambe la considerano una missione, non un lavoro.

Parlano di ogni palazzo, di ogni chiesa, come si parla di un luogo del cuore, della casa natale, del paese di origine. Spesso si fermano e si chiedono perché Napoli è ridotta in questo stato. Si guardano con complicità alla domanda-chiave: perché la Soprintendenza non fa qualcosa?

La risposta è lunga e articolata: «La Soprintendenza fa il massimo, più del massimo – spiega Stefano Gizzi – ma siamo costretti a fermarci quando non abbiamo più armi a disposizione».

Non vorrebbe scivolare nella polemica, Gizzi, però va avanti: «Conduciamo battaglie soprattutto con i privati che non vogliono saperne di restaurare edifici che rappresentano un vero rischio. Potremmo imporre i lavori, farli in danno, realizzarli e poi chiedere la restituzione dei soldi ai proprietari, ma non possiamo». Il perché è spiegato in un minuto: «Non abbiamo soldi». E questa dichiarazione non significa che di denaro ce n’è poco: «No, forse non è chiaro. Noi materialmente non abbiamo un solo euro da utilizzare. Quest’anno non abbiamo nemmeno quelli i beni di nostra competenza. Per la ordinaria gestione della tomba di Virgilio, ad esempio, non ci è stato assegnato nulla».

Il discorso si allarga, ma le due appassionate funzionarie cercano di riportarlo al nodo centrale, al centro storico della città e ai suoi monumenti in decadenza. È partito un censimento accurato di ogni luogo storico: personale della Soprintendenza si presenta materialmente al portone dei palazzi e delle chiese da tutelare e scatta fotografie, esamina le strutture, prepara una scheda.

«È un lavoro che richiede tempo e pazienza, ma nel giro di qualche mese avremo un quadro preciso della situazione e potremo far decollare un piano globale».
Nessuno ha dubbi quando si tratta di individuare i pericoli più imminenti: «Il palazzo della Scorziata e quello antico in rovina che si trova in cima a via San Gregorio Armeno – spiega Gizzi dopo un rapido confronto con i suoi architetti – Quelle strutture possono realmente crollare da un momento all’altro. Di denunce ne abbiamo fatte tante. Tutte inascoltate, purtroppo».

Poi si pesca a caso dalla memoria: «I palazzi più malmessi della città? Quello di San Felice alla Sanità, ad esempio – dice il soprintendente – ma anche palazzo Spinelli ai Tribunali, palazzo Firrao a piazza Bellini, palazzo Donn’Anna. Anche palazzo Serra di Cassano avrebbe bisogno di interventi. Attenzione, non dico che queste strutture sono a rischio crollo, dico che vanno restaurate, restituite alla loro antica bellezza». Anche tra le chiese non mancano esempi: «Santa Maria della Colonna, di fronte ai Girolamini. All’interno abbiamo iniziato il recupero ma la facciata è a rischio. Poi Santa Maria a Vertecoeli. E Sant’Agostino alla Zecca dove qualche giorno fa si sono staccati pezzi dal campanile».

Il progetto di censimento rappresenterà il primo passo verso la svolta: «Ma è un percorso che deve coinvolgere tutta la cittadinanza – chiede accorato il sovrintendente Gizzi – ognuno deve partecipare al progetto di restituzione del bello a questa città. Dai bimbi delle scuole ai commercianti, agli artigiani, ai professionisti: il contributo può essere trasversale e determinante da parte di ogni componente, compresa la soprintendenza».

Ma i napoletani devono aver paura dei palazzi a rischio crollo? «Devono indignarsi, chiedere rispetto per la loro storia che significa anche mostrare rispetto verso la città e i cittadini».

di Paolo Barbuto Il Mattino di Napoli

proposto da Michele Pappacoda