l etnia rom non sono i romeni!!! l etnia rom è una etnia di ceppo indiano con varie nazionalita

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I rom non sono romeni!

volantino

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Nella tradizione orale dei Rom possiamo riscontrare principalmente elementi della mitologia ebraica con un forte accento sull’aspetto kabbalistico e delle sfumature connesse con il culto del fuoco dell’antica Persia. Non c’è alcun minimo riferimento alla mitologia indiana, né animali sacri, né personaggi fantastici risalenti alle diverse tradizioni dell’India — anche se molti autori cercano di trovare forzatamente degli elementi che in qualche modo possano sostenere la tesi dell’origine indiana (la quale si basa soltanto sulla lingua, ma non sulla cultura né l’etnicità), non riescono però ad ottenere che alcune flebili coincidenze, riscontrabili in qualsiasi altra cultura europea o mediorientale, costumi che d’altronde sono stati adottati dai Rom in Europa, ma non fanno parte della loro tradizione ancestrale. I pochissimi elementi che possano apparentemente far riferimento a tradizioni indiane sono di fatto risalenti alla cultura urrita, in Mesopotamia, fonte comune delle mitologie assiro-babilonesi, persiane ed indiane, nonché dei popoli danubiani, con i quali la maggioranza dei Rom ha convissuto per secoli. Quindi, le caratteristiche cosiddette “indiane” dei Rom sono in realtà elementi che si trovano, anche in misura maggiore, fra gli ungheresi, russi e slavi, i quali le hanno ereditati dal Khwarezm, e più indietro nel tempo, da Sumer e Subartu.
In quanto all’ambito puramente religioso, i Rom professano tradizionalmente un monoteismo in cui la Personalità dell’Essere Supremo è ben definita, monoteismo contaminato con l’idolatria romano-bizantina, tipica del cristianesimo e delle religioni con cui i Rom sono stati a contatto negli ultimi secoli. Non c’è alcuna traccia di panteismo, o credenza nella trasmigrazione delle anime, né alcuna cosa che possa collegare i Rom con i popoli dell’India. Al contrario, le uniche figure rappresentanti animali o esseri immaginari sono riscontrabili soltanto nella simbologia biblico-ebraica. Che questi elementi siano attribuibili al lungo soggiorno in mezzo a delle culture cristiane non è verosimile, perché il tipo d’approccio con cui le tradizioni dei Rom si presentano è piuttosto tipico di istruzione d’ispirazione ebraica o addirittura di commentari in stile midrashico, anche se con un misticismo meno accentuato. Infatti, non si può neanche parlare di “festività” tipiche, esclusive dei Rom, ma soltanto di adattamenti che loro hanno fatto dalle celebrazioni popolari dei paesi dove sono ospiti. Si può solo parlare di uno “stile” romanì di esprimere la cultura europea.
In questo sito si prenderanno in considerazione alcune leggende che i Rom si sono tramandati per generazioni, per analizzare il loro contenuto storico e simbolico.


 

Un racconto dei Rom della regione dei Balkani

Estratto da: “Traditions, coutumes, légendes des Tsiganes Chalderash”; textes recueillis par le R. P. Chatard présentés par Michel Bernard; La Colombe, Paris, 1959.

«All’inizio c’erano o Del ed il Beng, i quali si sfidano a vicenda. Un giorno, mentre passeggiavano sulla riva del grande fiume, il Beng disse: “Sono capace di scendere fino in fondo“…
O Del col Suo bastone ordinò gli alberi di pero e di melo di fruttificare, poi ordinò ai due di mangiare i frutti, rispettivamente Damo di mangiare le pere, e Yahvah le mele. Allora essi provarono desiderio l’uno per l’altra e per ordine di Del s’accoppiarono. Ma la donna, insaziabile, richiese all’uomo di ripetere più volte l’accoppiamento. Allora o Del disse: “Tu, donna, non sarai mai soddisfatta; avrai sempre desiderio dell’uomo“. E li abbandonò al loro destino.
O Del creò dalla terra il Sherkano o serpente e la sua femmina Halla, e le coppie di tutti gli altri animali.
In questo mondo primordiale o Del Sinpetri aveva dei compagni: Sunto Yakof, Sunto Avraham, Sunto Moishel e Sunto Krechuno. Questi erano i suntse, gli antenati. Con essi c’era anche Pharavono, che poi se ne distaccò provocando la scissione degli uomini – fino ad allora costituenti una sola razza e parlanti una sola lingua – in due raggruppamenti: i Horaxané con a capo Sinpetri ed i Pharavonuria con a capo Pharavono. Questo gruppo dapprima si tenne in disparte, ma poi moltiplicandosi ed essendo pieni di intelligenza ed audacia, decisero di conquistare tutta la terra. Così Pharavono mosse guerra a Sinpetri; ma non sapeva che Sinpetri era lo stesso Del. Alla testa delle sue truppe, Pharavono superò il fiume, invocando il potere di Del; ma nell’attraversare il mare, pieno di orgoglio, invocò il proprio potere e venne travolto dalle acque. Il suo ultimo tentativo di adorare un idolo di pietra venne punito dalla folgore. Tutto il paese allora abitato venne allagato. O Del Sinpetri rifece la terra allargandola e dandola ai Suoi Horaxané e portò i suntse nel Rhayo, l’altra terra al disopra delle stelle. I Pharavonuria annegati precipitarono nel Yado, l’abisso sotterraneo dove vanno tutti i morti di morte cattiva. I pochi Pharavonuria superstiti – cioè, gli Zingari – sono condannati a non avere più un territorio nazionale, né organizzazione politica, né chiesa, né scrittura, perché tutta la loro cultura fu annegata dal mare

Questo mito cosmogonico è parte della tradizione dei Rom Balkanici e, benché intriso d’interpolazioni cristiane, risultano evidenti gli elementi puramente ebraici ed il concetto dualista del zoroastrismo persiano. In seguito analizzeremo principalmente le frasi e parole riportate sul testo in neretto.

La personalità di “o Del”, ovvero Iddio, è quella del Dio di Israele, che spesso è rappresentato in modo antropomorfico. L’Iddio che “passeggiava” è una chiara immagine di Genesi 3:8, dove ci si dice che lo faceva nel giardino, il quale era appunto sulla riva di un grande fiume (Genesi 2:10), per cui l’immagine è approssimativamente la stessa nel racconto e nella Bibbia. In questo caso Egli dialoga con il Suo avversario, mentre che nel brano biblico lo fa con l’uomo.
Il Beng, nome che in origine indicava una rana, è la forza del male, piuttosto paragonabile al AnghraMainyu del mazdeismo, ma con delle caratteristiche tipicamente ebraiche: il fatto che “scende fino in fondo al grande fiume” lo identifica con Leviathan (Isaia 27:1), figura biblica di Satan. Il serpente “Sherkano” è lo stesso Beng, ed ha una controparte femminile che coincide con Lilith
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della tradizione ebraica (Isaia 34:14), la quale si trovava nell’Eden. Non solo questo, anche il nome “Halla” è simile a quello di “Helel” (Isaia 14:12 – ebraico), che è infatti il nome femminile del “Satan”. In più, essendo che il termine Beng ha in origine il significato di rana, questa è un immagine ebraica del periodo apostolico – quando i primi cristiani erano ancora tutti Ebrei – che rappresenta gli spiriti impuri che escono dalla bocca del serpente o dragone (Apocalisse 16:13) in forma di rane.
Dio creò tutti gli animali dalla terra (Genesi 1:24), tra i quali spicca il serpente (Genesi 3:1), come nella tradizione ebraica.
Il nome della donna, “Yahvah” è molto enigmatico, perché si scrive proprio come il Nome di Dio, “YHVH”. Il nome ebraico di Eva è “Havah”. I Gitani spagnoli chiamano Eva “Hayah”, anch’esso un nome ebraico derivato dal verbo “vivere” – Genesi 3:20 “e l’uomo pose nome a sua moglie ‘Havah’ (‘Hayah’, ‘Yahvah’) perché è stata la madre di tutti i viventi”. Anche la frase che la donna avrà sempre desiderio dell’uomo è biblica (Genesi 3:16) ed è la conseguenza di aver mangiato il frutto.
I nomi dei “suntse” (santi) sono palesemente quelli dei principali Patriarchi Ebrei, ovvero Yakov, Avraham e Mosheh – è interessante il fatto che al nome di Mosheh si è aggiunta la desinenza ebraica “-El”. Soltanto “Krechuno” e “Sinpetri” (San Pietro) sono interpolazioni del cristianesimo ortodosso.
Nella stessa maniera che nella tradizione ebraica, l’orgoglio del Faraone (“Pharavono”) è paragonato a quello di Satan – l’invocare il proprio nome anziché quello di Dio. Infatti, nel Giudaismo ci sono due principali prototipi dell’orgoglio: Satan ed il Faraone. In questo racconto sono mescolati gli eventi dell’annegamento delle truppe egizie nella loro persecuzione degli Ebrei nel Mar Rosso con il Diluvio universale, frutto di una trasmissione orale di due eventi della tradizione ebraica che con il tempo si sono confusi. La scissione degli uomini in due gruppi evoca la divisione antidiluviana tra i “figli di Elohim” ed i “figli degli Adam” (Genesi 6:2). I superstiti del Diluvio qui identificati con i “Pharavonuria” potrebbero coincidere con la discendenza di Kayin (Caino), i quali erano nomadi, fabbri e musicisti, come lo sono tradizionalmente i Rom – e spesso si è attribuita ai Rom la discendenza da Caino. Anche la “moltiplicazione” degli uomini ed il loro sviluppo intellettuale richiama la generazione di Caino in Genesi 6:1-5. Il Faraone però non ha difficoltà ad attraversare il “grande fiume”, che è il Nilo, del quale nella Bibbia stessa dice che Faraone si sente il padrone (Ezechiele 29:3), paragrafo in cui è anche eguagliato a Leviathan – quindi, l’identità Faraone = serpente = Satan. Sono altresì mescolate la persona del Faraone con quella di Nimrod – anch’egli un prototipo dell’orgoglio -, il quale fu ribelle nei tempi in cui ancora tutta l’umanità “parlava una sola lingua” (Genesi 11:1) e cercò di “conquistare tutta la terra” e riunire tutti gli uomini sotto il suo dominio. L’idea che l’uomo originalmente fosse nomade coincide con il periodo dei Patriarchi Ebrei, tutti i quali erano apolidi (Avraham, Yitzhak, Yakov). Anche l’immagine del Faraone come “adoratore di idoli di pietra” è ebraica, così come lo è il fatto di essere “folgorati” come punizione dell’idolatria. Tuttavia, in questo racconto i Rom si identificano proprio con i superstiti delle schiere di Faraone, condannati a non avere più una patria, né una lingua scritta, né una religione – questa è precisamente la condanna delle Tribù appartenenti al Regno di Israele, portate in esilio per perdere la propria indipendenza ed identità come punizione per la loro adorazione del vitello d’oro, ovvero, a causa del loro ritorno alla religione degli Egizi… “Non sarete più una nazione” (Isaia 7:8).
Il Trono di Dio “al disopra delle stelle” è un’immagine biblica (Isaia 14:13), mentre l’abisso sotterraneo è la dimora degli spiriti ribelli secondo il Libro di Henok. Il contesto balkanico poi ha contribuito con l’identificazione dei “Gagé” (non-Rom) con i “Horaxané”, (musulmani), e con il loro “dio” San Pietro (cristianesimo romano-bizantino), ai quali “Sinpetri” ha dato una patria, una scrittura ed un’organizzazione politica, in contrasto con i Rom, i quali per la loro disubbidienza sono condannati all’esilio perpetuo, proprio come gli Israeliti del Regno di Samaria.

Anche se ci sono delle interpolazioni cristiane, tutte le tradizioni qui elencate non sono attribuibili ad un’influenza cristiana, perché provengono da un’istruzione biblica puramente ebraica, la quale nei Balkani non è mai stata accessibile al popolo comune e tanto meno ai Rom. Quasi nessuno leggeva la Bibbia al di fuori del clero ed alcuni individui delle classi privilegiate che potevano leggere il greco o il latino, uniche lingue in cui si trovava scritta la Bibbia in Europa in quel periodo. La scarsa istruzione biblica che si dava al popolo era piuttosto neotestamentaria ed impregnata di tradizioni relative alla vita o ai detti dei santi delle chiese cristiane, non proprio commentari sulle Scritture allo stile della Parashat, come potrebbero ritenersi questi racconti dei Rom. Quindi, si deve dedurre che questa tradizione è molto più antica dell’arrivo dei Rom in Europa, risalente al primo e secondo secolo c.e. in Mesopotamia. D’altronde, l’interpretazione delle figure bibliche non è assolutamente cristiana, ma puramente ebraica, con evidenti connotati kabbalistici. Da questa ed altre tradizioni simili si inferisce che lo sviluppo della spiritualità romanì è uguale a quella degli Israeliti in esilio, in cui gli elementi zoroastrici contribuirono al loro misticismo. Ed è certo che i Rom non leggevano le Scritture fino a tempi recentissimi, quando si è sviluppato il movimento evangelico in mezzo a loro…

* Lilith: è interessante notare che c’è un parallelismo fra la “prima donna di Adamo” nella tradizione ebraica e in quella romanì. Entrambe sostengono l’idea che prima di Eva ci fosse stata un’altra donna, la quale fu poi ribelle e quindi sostituita da Eva – nella mitologia ebraica è Lilith (presunta madre di Caino), in quella romanì non ha un nome specifico, ma è considerata la “madre dei Rom”, che essendo stata cacciata via prima della disubbidienza di Adamo e la conseguente maledizione -cioè, guadagnarsi il pane con sudore-, i suoi discendenti non sono colpiti da questa. L’idea di tale sostituzione della prima donna non si trova in nessuna mitologia al di fuori di quella ebraica e quella romanì, e certamente nemmeno nella tradizione cristiana.

 

Storie di Rom Bulgari  

O Bashnuvosko Dzhes (Il giorno del gallo)

«Molto tempo fa, i turchi decisero d’eliminare la razza zigana – non più bambini, non più maschi. Essi andarono di casa in casa e dovunque trovavano un bambino lo uccidevano. Una donna aveva un figlio di tre anni. Ella pensava come salvarlo. Quindi prese un gallo e lo uccise. poi ne sparse il sangue sull’architrave della porta. I soldati vennero, videro il sangue sulla porta, e dissero: “Sono già passati qui. Non c’è più alcun bambino”. Così il fanciullo fu salvato. Per questo celebriamo il girono del gallo, perché noi Rom siamo stati sempre perseguitati».

Da Malina Antonova

Questa storia è ovviamente una tradizione sulla strage dei bambini Ebrei in Egitto per ordine del Faraone, mescolata con la decima piaga in cui si richiedeva agli Ebrei di pitturare gli architravi e gli stipiti delle porte delle loro case con del sangue animale affinché l’Angelo della morte passasse oltre e non uccidesse il primogenito. Una tradizione simile è la seguente:

Ihtimya

«I Rom hanno diverse festività che celebrano in modo particolare. Una di queste è Ihtimya. È il giorno del fanciullo. Chiunque abbia un primogenito maschio, deve trovare un gallo ed ucciderlo al mattino. Deve spargerne il sangue intorno alla porta di casa. Questo è un precetto lasciato dal Signore. Egli ha detto che se no si fa così, Egli colpirà ogni casa dove un figlio maschio sia nato».

Da Raziika Pamukova


Storie di Rom Russi

Il Profeta Elia ed il fuoco

 

Da Toma, un Rom Kalderash dell’Argentina, dei Rom immigrati dalla Russia.

Questa storia indubbiamente ha origine nel racconto biblico dell’offerta del Profeta Elia (1Re 18:35-38), il suo potere sulla pioggia (1Re 17:1) e la sua ascesa in cielo (2Re 2:11). Elia era un Profeta del Regno di Israele del Nord, popolo che dopo fu deportato dagli Assiri in Media, e da lì arrivarono in India. Questa è una tradizione orale trasmessa da generazione in generazione, e la caratteristica d’Elia come il Profeta del fuoco non s’insegna nelle chiese cristiane ‒ ed Elia non è mai stato un argomento molto trattato nei sermoni. Questa immagine corrisponde alla simbologia ebraica. Dobbiamo ricordare che i Rom non avevano conoscenza della Bibbia scritta fino a tempi molto recenti. Il modo in cui i Rom associano al Profeta con il suo potere su fulmini e tempeste è d’un carattere sorprendentemente ebraico.

Le Gitane ed il drabarimós

«Perché le Gitane vanno a drabarimós? Un giorno, O Del avvertì i Rom che dovevano lasciare il paese perché Egli stava per punire il re dei gagé e la sua gente. Gli anziani Rom erano preoccupati, perché non avevano mezzi per il viaggio. Allora, O Del disse: ‹Otterrete tutto ciò di cui avete bisogno per il viaggio se mandate le vostre mogli a chiedere alle donne dei gagé gioielli e vestiti, ed esse vi daranno anche del cibo, perché Io li stordirò la mente e non vi negheranno niente di quanto le vostre mogli li chiederanno. Allora prenderete da loro ciò che vi serve per il vostro pellegrinaggio sulla terra›. Questo è un comandamento che osserviamo sin dall’antichità, perché ancora non abbiamo finito il nostro viaggio…».

Da Fardi, un Rom Kalderash dell’Argentina, dei Rom immigrati dalla Russia.

Termini:
Drabarimós è la tradizione di uscire a leggere la fortuna per ottenere un compenso in denaro o cose.
Gagé sono i non-Rom.
Questa storia non ha alcun parallelismo in nessuna tradizione e nessun origine possibile al di fuori delle Scritture: Esodo 3:21-22 e 12:35-36, dove Mosè istruì gli Ebrei di fare questo per ordine di Dio. Questo evento della Bibbia difficilmente viene predicato nelle chiese cristiane, ed una spiegazione così particolareggiata non può procedere dall’ambiente cristiano.

Ci sono molti altri racconti come questo fra i Rom in tutto il mondo. Per il contrario, non c’è nessuna tradizione orale che possa ricondursi ad alcun evento, reale o mitico, dei popoli indiani.

 

Una leggenda dei Rom della Camargue

La leggenda di Sara Kali

Uno degli argomenti favoriti di coloro che affermano l’origine indoeuropea dei Rom è la leggenda di Sara kali, attraverso la quale tentano disperatamente d’arrampicarsi sugli specchi cercando di identificarla con la sanguinaria Kali dell’India. Questi studiosi speculano con la coincidenza dei nomi, come segue:
“Sara kali era nera; Kali è una deità indiana nera; quindi, Sara kali è la Kali indiana”;
questo modo di ragionare è simile al seguente:
“Elvis Presley è morto a Memphis; Memphis è in Egitto; quindi, Elvis Presley è morto in Egitto”…
No, questa comparazione non è esagerata, è molto oggettiva, perché essi non hanno ricercato se c’è un rapporto reale fra entrambe le Kali, e neanche tengono conto che la leggenda di Sara kali è assolutamente sconosciuta dalla grande maggioranza dei Rom (che non hanno neppure alcuna leggenda simile). Dunque, consideriamo quale è l’origine di questa leggenda ed il suo rapporto con i Rom, citando il documento più antico di cui disponiamo:

«Una delle persone del nostro popolo che ricevette una delle prime rivelazioni fu Sara la kalí. Ella era di nobile nascita e capo della sua tribù sulle sponde del Rodano. Ella conosceva i segreti che le erano stati trasmessi… I Rom in quel tempo praticavano l’idolatria, ed una volta all’anno essi portavano sulle loro spalle la statua do Ishtari [Astarte!] ed andavano al mare a ricevere la benedizione lì. Un giorno Sara ebbe visioni nelle quli le si dice che le sante che erano state presenti alla morte di Gesù stavano arrivando, e che doveva aiutarle. Sara le vide arrivare in una barca. Il mare era tempestoso, e la barca sembrava affondare. Sara estese il suo vestito sulle onde dell’acqua, usandolo come galleggiante, giunse fino a dove erano le sante e le aiutò ad arrivare a terra ferma».

(Franz de Ville, “Tziganes”, Bruxelles, 1956).

È interessante il fatto che i Rom, non avendo letto la Bibbia in quel tempo (era impossibile, perché era scritta in latino e vietata al popolo; anzi, quasi tutta la gente era analfabeta, ed ancora di più i Rom), abbiano avuto conoscenza della dea cananeo-babilonese Ishtar! Essi non sapevano nulla di Lakshmi, Parvati, Indrani, Annapurna, o qualche altro idolo dell’India, ma conoscevano Ishtar, che in quel tempo, quando i Rom arrivarono in Europa, non la si conosceva più con quel nome da almeno un millennio! Il racconto è attendibile, perché il nome “Ishtari” non può essere stato inventato dall’autore, il nome appare come una parola auténticamente romanì. Ishtar era stata infatti adorata dagli antichi Israeliti del Regno di Samaria, quelli che furono poi deportati dagli Assiri e giunsero fino all’India. È anche rilevante il fatto che i Rom già in quei tempi avevano riconosciuto che la religione cattolica romana consisteva in sostituire gli idoli pagani con i santi anche se mantenendo gli stessi rituali, ed il culto di Maria era esattamente lo stesso di quello di Ishtar.
Un altro particolare (appositamente ignorato) è che il carattere di Sara kali è completamente l’opposto di quello dell’indiana Kali, perché ella (Sara) si presenta come una credente generosa. Gli studiosi che affermano che i Rom una volta erano devoti di Kali mostrano in realtà quanto essi non conoscano il carattere della cultura romanì: i Rom non adorerebbero giammai una deità della morte, la violenza e la distruzione! Tanto meno quando tale culto implica atti di promiscuità sessuale! Attribuire un tale passato alla religione romanì è grandemente offensivo nei confronti dei Rom.
Un altro particolare che è ignorato è il nome stesso della santa: Sara, la quale i Rom considerano come la madre del proprio popolo. E Sara, fino a prova contraria, fu la madre del popolo Ebreo… Certamente, gli studiosi insistenti possono argomentare che Sara kali è Sarasvati – in tale caso, Brahma è Abraham, perché no?… Se uno si propone di trovare coincidenze di nomi, di solito ci riesce.
Ancora un altro particolare  è che Sara kali è conosciuta solo dai Rom dell’Europa occidentale (Calé e Sinti), mentre che tutto il gruppo dei Rom orientali non sa nulla d’ella, e non ha alcuna leggenda equivalente. La prima menzione storica di Santa Sara risale al 1521 c.e. (
La leggenda delle Saintes-Maries, di Vincent Philippon), e racconta d’ella come una donna caritatevole che aiutava la gente raccogliendo elemosine, fatto che suscitò l’idea popolare che fosse una gitana. In quel tempo, i Rom si trovavano in quella regione già da più di un secolo. Essi adottarono Sara come la propria santa perché videro in lei un carattere in comune, e perchè il suo nome era quello che essi riconoscevano come della madre del proprio popolo. Siccome la santa era di carnagione scura, la chiamarono “e kali”, cioè, “la nera” ‒ non è un nome, è un attributo! Quando i Rom giunsero in Europa erano già cristiani. Dove avevano sentito parlare di Sara, Ishtar e Gesù? Nei territori occupati dai musulmani? Come potevano conoscere queste cose, durante il tragitto dall’India attraverso il mondo islamico, fino a quando arrivarono in Europa?
Altre tradizioni sull’origine della legenda di Sara kali dicono che era una egizia che serviva due donne di nome Maria (le “Saintes Maries”) che erano fra coloro che seguivano Gesù oppure parenti di sua madre, e che sarebbero giunte alla Camargue via mare.
Qualunque sia l’origine di questa leggenda, conduce sempre alla Terra Santa, non verso l’India, e non ha nessuna caratteristica in comune con la Kali indiana, come alcuni cercano inutilmente di dimostrare con teorie inverosimili.

 

«Quando i nostri antenati vivevano nella carovane e si avvicinava una tempesta, essi pregavano il Profeta Iliia perché mandassi i fulmini lontano dal campo, perché il Profeta Iliia ha potere sul fuoco. Un giorno egli stava offrendo il sacrificio a O Del, ed incominciò a piovere fortemente, tanto che l’altare rimase completamente inondato ed egli no poteva accendere il fuoco sopra. Allora ordinò ad un razzo di cadere sul sacrificio e di bruciarlo, ed in quel momento, un fulmine con un forte tuono cadde sull’altare bruciando tutta l’offerta, lasciando soltanto le cenere. D’allora, il Profeta Iliia prese il comando sulle tempeste, e faceva piovere quando egli voleva, o che non piovesse più fino a quando egli l’ordinasse. Un giorno egli volle andare in cielo, ed ordinò che un turbine di fuoco lo portassi, e d’allora, egli comanda le tempeste dal cielo. Perciò i nostri Rom sin dall’antichità, quando s’avvicina una tempesta, chiediamo al Profeta Iliia che abbia misericordia e la mandi via lontano».