COSTA D´AMALFI:VIAGGIO DI SPERANZA E NOSTALGIA DI RITORNO NEL FASCINO DELLE ANTICHE LITURGIE PASQUA

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I greci lo chiamavano “nostos”. La traduzione letterale è “ritorno”.

Ma nell’accezione greca si carica di lancinante nostalgia ed esprime l’urgenza interiore, una forma quasi sacrale e religiosa della “patria” lontana, abbandonata per necessità e per lavoro, quasi sempre, con tutto il suo prezioso carico di affetti, dabitudini, di ritualità della quotidianità, circoscritti nel recinto di una casa per le intime confidenze d’amore, di una chiesa per pregare, di un cimitero per piangere, di una piazza per sfogare il bisogno di una innocente ricreazione con gli amici, di un campo per lavorare ed esaltarsi al miracolo della natura che si rigenera nell’alternarsi delle stagioni con la semina ed il raccolto, lo scialo della fioritura a primavera e la pastosità dei frutti in estate e in autunno.

E’ fatta di partenze e di approdi la vita dell’uomo, come quella di Ulisse che partì, ferito nel cuore, con l’isola che scompariva e sfumava sempre più tenue all’orizzonte e ne segnò cuore, anima e pensieri lungo un viaggio avventuroso popolato di vittorie e sconfitte, di dei ed eroi, di mostri e naufraghi, di donne ed amori, ma sempre con il cuore in gola per la sua Itaca, dove lo aspettava nella fedeltà e nel dolore una moglie in ansia nel chiuso di una casa/reggia ed un letto costruito su un tronco d’ulivo.

L’ulivo, appunto, che domenica, festa delle Palme, sarà protagonista di ritualità ricche di fascino, di mistero e di messaggi. Ci sono tappe nel dispiegarsi dell’Anno Liturgico che coinvolgono emotivamente l’animo ed accendono i riflettori sullo schermo della memoria a scandire i ritmi della fanciullezza lontana. Una di queste è, fuori dubbio, la Settimana Santa con il susseguirsi di riti carichi di suggestioni e di emozioni, perché teatralizzano un evento che ha cambiato il corso della storia ed ha connotato di pensieri profondi e di tensioni ideali la nostra civiltà, un evento che da venti secoli rinnova il miracolo dello “scandalo” sublime di un Dio che si fa uomo e, attraverso il “vilipendio” della Croce, riscatta e redime l’uomo.

E domenica l’officiante passa benedicente tra ali di popolo festante che agita ramoscelli d’ulivo e nella sobrietà dei paramenti, camice bianco e stola violacea, snocciola cantilenante il “Passio”, che introduce ai riti dell’ultima cena, della benedizione del pane, della lavanda dei piedi, dell’esaltazione del mistero dell’Eucarestia del Giovedì Santo, ai “sepolcri” del Venerdì, alla benedizione dell’acqua e del fuoco, simbolo della vita che si rinnova, del Sabato, fino al trionfo della Pasqua nel tripudio delle campane e della gloria del sole.

Ogni giorno di questa settimana, per quanti, come me, vivono nella sospensione della nostalgia della lontananza, riannoda i fili della memoria e ripete il miracolo d’amore della trasmigrazione fantastica; e ci confonde con la folla festante dei paesi ad agitare il nostro ramo d’ulivo nello splendore della primavera, a portare contriti al Sepolcro il grano pallido cresciuto tra letti di stoppa in piatti rozzi nell’ombra di ripostigli segreti, a seguire processioni di incappucciati nel variopinto rituale delle congreghe, a sottolineare il frastuono delle raganelle il calvario di Cristo dall’orto del Getsemani ai supplizi della Crocifissione, a registrare il lutto degli altari spogli e delle nicchie coperte, a salutare i bagliori del fuoco nel falò acceso sul sagrato nel crepuscolo del Sabato, a gioire della ritrovata abbondanza nella profumata pastiera della Pasqua.

Schegge di infanzia riaccendono entusiasmi e ricordi alla mia età matura e alla vita senza emozioni nella diaspora dell’emigrazione dolorosa, anche se di lusso. Nessun paragone con le centinaia di migliaia di giapponesi travolti dallo tsunami e dall’esodo biblico imposto dalle radiazioni mortali. Nessun confronto con le migliaia di uomini, donne e bambini esposti ai cannoneggiamenti di tiranni spietati che negano loro il lavoro ed una vita dignitosa e li privano di respirare l’aria vitale della libertà. E fuggono, disperati, alla ricerca di una terra ospitale, che non sempre trovano, e corrono l’avventura su mari tempestosi su barche/carrette con nel cuore la speranza di un lavoro a fuga dalla miseria e con l’anima ferita dalla dolcezza di un ritorno, un “nostos”. Speranza e nostalgia che spesso sono tumulati negli abissi, se i marosi imbufaliti sconquassano i barconi, che calano a picco nel grande mare dei miti e della storia, dove gli dei antichi e moderni hanno ucciso la ragione ed imbarbarito l’uomo. Non sarà una Pasqua felice per quanti abbiano a cuore le sorti di una società in cui trionfi la dignità del lavoro in uno spirito di profonda umanità e di convinta solidarietà.

Eppure saranno in tanti, ne sono sicuro, che cercheranno qualche giorno di serenità nella Costa di Amalfi e si emozioneranno al fascino delle antiche liturgie pasquali: la processione dei battenti a Minori con strade e vicoli al lume fioco di lanterne migranti nelle ombre della sera con il sottofondo di strazianti canti penitenziali, la corale Via Crucis di Ravello e Scala che riecheggia misteri di dolori dell’Uomo/Dio sul palcoscenico dei crinali dei Lattari, la suggestione del Cristo Morto che caracolla sulle spalle dei portatori a lutto giù dalla scalinata del Duomo di Amalfi e scatena fremiti di commozione alla piazza assiepata di fedeli silenziosi e contriti.

E’ il cuore antico della Costa che esalta il meglio delle sue tradizioni religiose e commuove i turisti a scoperta di mediterraneità di dolore.

E’, questa, una straordinaria scheggia dei tanti “Beni Immateriali” che vanno esposti ed imposti sui mercati per una promozione del turismo di qualità che, tra l’altro, ha costi irrisori trattandosi di manifestazione innervata nella tradizione dei secoli e teatralizzata con profonda e sentita emozione/commozione dalla convinta partecipazione di popolo.

Giuseppe Liuccio

g.liuccio@alice.it

 

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