Napoli, violentato dai compagni di classe Abusi su 13enne durante gita in Puglia

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NAPOLI – Una gita scolastica in Puglia, un ragazzino che torna a casa incapace di controllare il proprio disagio. Poi: i genitori che chiedono chiarezza alla preside della scuola, sette compagni di classe – tutti tredicenni – sospesi per quindici giorni e al centro di attività di sensibilizzazione condotte da docenti e dagli stessi genitori. Brutta storia in uno dei quartieri più «in» della città, riflettori puntati su una scuola media, o meglio, su una classe composta da studenti normali (si direbbe «modello»), tutti figli di persone perbene e perfettamente inserite nei ranghi della alta borghesia napoletana.

Vicenda amara, come sempre accade quando protagonisti sono semplici ragazzini, su cui indagano i carabinieri. Si parte da una denuncia per violenza sessuale avvenuta nel corso della gita di fine anno. L’esperienza che aspetti da una vita e che invece si è trasformata in un incubo, non solo per la presunta vittima, ma anche per le famiglie dei sette studenti ritenuti responsabili di aver esercitato abusi nei confronti del proprio compagno di classe.

Brutta storia, nonostante l’attenzione di docenti e accompagnatori, nonostante l’impegno formativo riservato agli alunni del triennio. Una vicenda che emerge grazie alla straordinaria attenzione riservata in questi anni sul territorio cittadino dai carabinieri del luogotenente Tommaso Fiorentino, in forza alla compagnia rione Traiano del capitano Federico Scarabello. Indagini serrate, data la gravità dei fatti denunciati.

C’è richiesta di chiarezza, di trasparenza, ma anche una comprensibile esigenza di giustizia. Specie da parte dei genitori del ragazzino vittima della presunta violenza di gruppo, che in questi giorni stanno offrendo un contributo decisivo a tutelare il percorso formativo del figlio, ma anche degli altri attori di questa storia. Hanno scritto alla preside, hanno firmato una lettera improntata al rispetto della dignità umana, al recupero dei valori che da sempre caratterizzano l’offerta formativa della scuola, fino a chiedere giustizia per quanto avvenuto. Giustizia, dunque: elaborazione del vissuto, assunzione di responsabilità, niente vendetta né azioni sommarie. Ma non è impossibile a questo punto intuire il percorso investigativo battuto dagli inquirenti.

Analisi delle testimonianze raccolte, a partire dal racconto dei genitori del ragazzino, ma anche dalla versione di docenti e accompagnatori. Indagini anche sui silenzi, sul riserbo mantenuto per giorni su una vicenda dagli inevitabili risvolti penali. Fatto sta che in queste settimane sono arrivate le prime sanzioni «disciplinari» a carico degli alunni protagonisti di questa storia. Sono stati tutti sospesi per quindici giorni, grazie alla testimonianza della vittima che ha trovato il coraggio di raccontare quanto avvenuto nel viaggio in Puglia.

Fermi per quindici giorni – anno scolastico a rischio – anche se qui non è in questione il curriculum didattico o la media dei voti da portare all’esame per l’accesso ai superiori. Tanto che per loro, la scuola ha previsto un fitto calendario di incontri e di approfondimenti da tenere proprio nei giorni in cui non potranno frequentare l’aula assieme agli altri compagni di classe. Per loro un percorso da compiere assieme a docenti, a compagni di classe, a formatori. Tema cruciale, il rispetto della persona nella società di Internet, quella che viaggia spedita su youtube, su facebook, che ti immerge in una civiltà virtuale dove azione e responsabilità perdono il contatto con le cose reali.

Poi, il resto tocca ai carabinieri che puntano a ricostruire la gita di fine anno in una informativa di polizia giudiziaria, ad acquisire potenziali riscontri concreti, tra testimonianze, relazioni didattiche, possibili immagini di una brutta storia cittadina che nessuno avrebbe mai voluto raccontare.

di Leandro Del Gaudio Il Mattino

proposto da Michele Pappacoda

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