Successo del libro di Antonio Piscitelli "Come le fate", edito da Guida.

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Ecco la scheda editoriale sul libro “Come le fate” di Antonio Piscitelli:

Valerio e Angelo vivono due vite parallele, complementari per la comune condizione di orfani che hanno sperimentato, nella primissima infanzia, la clausura dell’istituto. Nulla fa supporre che debbano più incontrarsi dopo che sono stati adottati da differenti famiglie. Eppure il caso vuole che, all’età di 22 anni, si ritrovino nell’aeroporto di una città straniera, in attesa del medesimo aereo. In preda alla disperazione il primo, per aver vissuto l’esperienza più drammatica della sua vita, vitale fino all’istrionismo buffonesco il secondo, per andare incontro alla nuova fase d’un’esistenza condotta all’insegna della sregolatezza e degli eccessi. Li lega un flebile ricordo, i limoni mangiati con lo zucchero da bambini. Angelo ne rubava o ne coglieva per regalarli a Valerio.

Da questo momento la relazione tra loro non conosce soluzione di continuità. Ciononostante, ben oltre l’immagine che ciascuno offre di sé, l’approccio alle altalenanti vicissitudini della vita è antitetico, d’un amore compenetrante come una necessità nelle percezioni di Valerio, di scapato rifiuto come d’una malattia nel caso di Angelo. All’osmosi d’affetto non corrisponde la rigenerazione che potrebbe consentire a quest’ultimo di sfuggire ai “draghi” che lo minacciano, la depressione prima, il cancro poi. Da questo si lascia divorare, rifiutando ogni terapia, solo mosso dalla decisione di lasciare il mondo, senza rimpianti. È sul suo letto di morte che l’amico rievoca il passato, lo ricostruisce, nella memoria, con maniacale attenzione ai particolari, nel tentativo di trovare la risposta al quesito che lo tormenta: perché un uomo, col quale la vita sembra essere stata prodiga di doni, s’accanisce contro se stesso fino ad annientarsi nella pratica d’un autolesionismo esiziale? Dov’è l’errore?

Nello stupore di due occhi che guardano l’umana vicenda come una favola di magia pullulante di eroi, cavalieri, draghi e fate è il medicamento che traduce il “male di vivere” in generoso abbandono al fluire dell’esperienza. Ogni uomo è eroe d’una favola, ognuno è minacciato da draghi impietosi, ma per tutti c’è un cavaliere coraggioso capace di ucciderli. A infondere forza e coraggio ai pugnaci cavalieri, i buoni maestri, sono le fate, le donne, tutte le donne, siano esse madri, amiche o amanti. Sembrano, nella finzione narrativa, essere l’origine e il fine d’ogni azione gloriosa. Un mondo senza fate è orribile, ma ben pochi lo sanno; i più, accecati dall’imperativo d’essere adulti, lo hanno dimenticato.

 

L’autore sul suo lavoro ha voluto rilasciare il 17.10.2010 delle precisazioni, che, integralmente, riportiamo: Corre l’obbligo talvolta spiegare le intenzioni comunicative, evidenziare i temi dominanti, chiarire possibili equivoci, soprattutto se uno scrittore si presenta per la prima volta al pubblico e non ha precedenti che aiutino a metterne a fuoco quella che si suole chiamare, con espressione infelice, ispirazione, laddove sarebbe più corretto parlare di moventi che spingono un uomo o una donna a raccontare una storia.

“Come le fate” riferisce una vicenda che parla da sé. Implicito, però, può apparire lo scopo della narrazione, in prima persona e dunque da una prospettiva limitata. Valerio parla di sé e degli altri, dei quali il lettore non ha modo di conoscere il punto di vista. Si sa solo quello che l’io narrante attribuisce loro. Una visuale così esclusiva nasce dalla necessità di creare una specie di “Candido” (in senso voltairiano) il quale con immediatezza e semplicità può mettere in discussione le contraddizioni del nostro sistema di valori, non per negarne la necessità, ma per ripensarlo alla luce di una realtà che è grandemente cambiata dall’epoca in cui esso fu fondato. Si tratta sì di un romanzo di formazione, e come tale dall’accentuato valore pedagogico, ma anche di un pamphlet filosofico, beninteso in senso assai lato.

I lettori che finora mi hanno espresso il loro parere sembrano tutti, sia pure per motivi diversi, aver gradito la lettura del libro, qualcuno ha addirittura manifestato entusiasmo. Ma, si sa, i lettori sono molto diversi tra loro, per età, sesso, cultura, estrazione sociale e quant’altro. Loro, in qualche misura, come a ragione propone Umberto Eco, riscrivono l’opera secondo criteri personali che, proprio perché sono personali, non sempre preludono all’obiettività, cosa a cui può giungere un occhio molto critico o quello di un lettore navigato. Sia chiaro che qui non intendo muovere rimostranza di sorta ai lettori. Essi sono sovrani e godono dei diritti imprescrittibili di cui parlò, tempo fa, Daniel Pennac e che spesso io ricordo (si veda il suo “Come un romanzo”).

Tra le note di feedback che mi giungono, non sempre direttamente, ce n’è una ricorrente e non saprei dire se vuole essere di condanna, di disappunto o di preoccupazione. Tutto legittimo, non discuto. Vediamo di che si tratta. Il romanzo riferisce di un abuso sessuale su un bambino. Attenzione alla parola che adopero: abuso, non violenza. Entrambi disdicevoli ovviamente, ma con conseguenze assai differenti, anche in relazione alla percezione che ne hanno i “giudici” adulti, non le vittime interessate. La violenza è un’orribile azione di coercizione, l’abuso è un’opera di seduzione. In questo secondo caso è assai ricorrente che l’abusato divenga complice dell’abusante perché il primo soddisfa un qualche confuso bisogno del secondo. È questo il caso del protagonista del mio romanzo. In mancanza di giudici adulti colpevolizzanti, Valerio non subisce alcun trauma. Afferma, da adulto: “Solo un tribunale di bambini potrebbe assolverci”. Sì, perché nei bambini, non essendo ancora stati instillati i concetti di bene e di male, qualsiasi atto, per terribile che sia, è innocente, perché non c’è alcuna intenzione di far male. Neppure di far bene, ovviamente. Siamo all’innocenza allo stato puro. Se non intervengono meccanismi colpevolizzanti, non ci sarà alcuna colpa. A generare le colpevolizzazioni sono gli adulti, è innegabile. La colpevolizzazione può essere assai traumatica, anche oltre le intenzione dell’adulto, che pensa di reprimere un atto sbagliato col terrore. Faccio un esempio? Estremo? Sì.

Mettiamo che un bambino, per mero gioco, spinga il vaso che è posto sul davanzale delle finestra e lo faccia cadere di sotto. Ammazza un ignaro passante. È grave? È gravissimo! Si tratta né più né meno che di un omicidio. Ma, aveva il bambino intenzione di uccidere? No! Nelle intenzioni è assolutamente innocente, anche se resta gravissima la conseguenza del suo gesto. C’è una vittima. Noi adulti, come affrontiamo il caso? Accusiamo ripetutamente il bambino di essere un assassino, un delinquente? Se operiamo in questo modo, state pur certi che, anziché una sola vittima, ne avremo due: una all’altro mondo e l’altra in questo mondo, ma con una psiche così ammaccata che dubito che possiamo considerarla davvero viva. Non si tratterà di omicidi, ma gli adulti spesso, pensando di reprimere atti non leciti, uccidono una cosa preziosissima: l’infanzia. Attraverso il meccanismo perverso della colpevolizzazione.

L’infanzia va gestita amorevolmente, non repressa o negata. Così come la natura va gestita, governata, non repressa o negata.

Valerio cerca il calore della madre che gli è mancata, cerca il conforto della carezza che non gli è stata data, cerca la sicurezza che solo il calore di un altro corpo, quello dei genitori naturali, può dare. I bambini, prima dell’età scolare, sono tutto sensi e percezioni. È così che scoprono il mondo, è così che lo imparano, è così che affrontano le paure. Per questo Valerio resta vittima di una seduzione. Domanda quello che gli è mancato. Nel calore umido trova il sapore del latte materno, se non la protezione di quel liquido amniotico dal quale è stato, traumaticamente, sottratto. Sepe, in altri termini, è solo la mamma, sia pure nel transfert che la psiche del bambino opera.

Difficilmente un bambino che vive un’esperienza gratificante la racconterà agli adulti, soprattutto se gli adulti deputati a fargliela vivere sono stati, per qualsiasi motivo, latitanti. Teme che gli venga sottratto un gioco che percepisce prezioso. Io, per redigere la mia storia, mi sono servito della confidenza di adulti che ricordavano, non certo della testimonianza di bambini.

Chiarita questa che sembra la questione più spinosa, mi preme sottolineare che il tema centrale del libro è il processo attraverso cui matura il sentimento della colpa in ciascuno di noi. Nei paesi di cultura cattolica solitamente il primo approccio al discrimine tra il bene e il male avviene negli anni della scuola elementare, usualmente quando i bambini s’apprestano a fare la prima Comunione e seguono, a questo scopo, le lezioni di catechismo. Nella finzione narrativa ho immaginato che madre (adottiva) e catechista coincidessero, per motivi che trovavo funzionali allo sviluppo della vicenda. L’insegnamento principe avviene attraverso l’illustrazione del Decalogo, sia pure in una versione ad usum delphini, pare per facilitarne la memorizzazione. È ovviamente quella che apprende Valerio e molti altri bambini come lui. Il ragazzino mostra una certa perspicacia e trova assurde alcune prescrizioni (Il tema è vagamente foucaultiano). È perplesso dinanzi al comandamento che prescrive di onorare il padre e la madre. Perché? Come può onorare persone che lui non ha mai conosciuto, essendo un reietto? Poi, per dirla tutta, hanno il padre e la madre onorato lui? Sembra di no, se lo hanno abbandonato. Da adulto Valerio affermerà di rendere onore a tutte le persone che si sono prese cura di lui. Giustamente! Quale onore vuoi rendere a chi non solo non si è preso cura di te, ma ti ha persino fatto del male? Sarebbe più opportuno ribaltare i termini e imporre di onorare i figli. Se non altro per una questione cronologica. I genitori vengono prima dei figli e, se rendono onore a questi, nel senso che ne rispettano a fondo l’umanità, è assai probabile che generino in loro il bisogno di onorare chi li ha onorati, cioè il padre e la madre.

Qualcuno avrà visto il bel film di Sidney Lumet “Onora il padre e la madre”. Godibile e chiara anche la conclusione a cui può giungere un comune spettatore quale sono io: le nuove generazioni sono ciniche. Questo è il fatto. Ma chi le ha educate le nuove generazioni e con quali mezzi e modalità? Se i figli sono cinici, i padri e le madri non hanno alcuna responsabilità? Allora, nel suo candore (ricordate sempre il “Candido” di Voltaire), Valerio sembra dire: “Onora il figlio ed è probabile che lui onorerà te”. Oltretutto rispettare l’umanità dei giovani significa investire sul futuro. Rimettersi ai soli dogmi paterni, può significare ancorarsi ad un lontano, superato passato. Vi siete mai chiesti quale sia l’origine culturale degli odierni integralismi? Compaiono anche dove tu non te li aspetti, cioè in casa nostra.

Vedete, senza alcuna presunzione, io un poco gli adolescenti li conosco. Ho lavorato a lungo con loro. La poche note biografiche che si leggono sulla quarta di copertina del mio libro lo dichiarano esplicitamente. Bene, sapete quanto dolore “evitabile” ho riscontrato nei miei allievi e quanta frustrazione ho provato nel non poter rimuovere le vere cause delle loro pene? Gli è mancato un affetto autentico, percepibile, palpabile, in un’età in cui l’unico strumento di agnizione che possediamo sono i sensi. Sì, proprio i cinque sensi! Una carezza, un bacio, un sorriso schietto, una parola fatta udire al momento opportuno avrebbero dato a nostro figlio la percezione di essere importante, unico, necessario. Nostro figlio non sarebbe né cinico, né frustrato, né insicuro, né negligente. Non ne verrebbe mai fuori una figura come quella del personaggio di Angelo, che rifiuta di vivere anche quando manifesta una dirompente vitalità. Non andrebbe a schiantarsi contro il guard rail di un’autostrada, ubriaco fradicio e imbottito di allucinogeni. Vedete, non è importante che a sedurre nostro figlio sia un adulto o la droga o l’esempio di comportamenti abnormi, importante è capire perché si lasci sedurre da questi surrogati. È ipotizzabile che la ricerca dei surrogati compensativi sia dovuta alla circostanza che non lo abbiamo “sedotto” noi genitori a tempo debito?

Così come Candido, Valerio bambino pone questioni controverse, con l’animo stranito di chi non riesce a comprendere il senso dei divieti. Così, nell’udire che non bisogna desiderare la roba d’altri, afferma che non si macchierà mai di questo peccato. Normale, no? Vivendo egli in una famiglia che non gli fa mancar nulla, anzi gli fornisce il superfluo, non potrà nutrire desideri di cose che già possiede. Gli altri sono più poveri, hanno assai meno di lui. “Ero il più ricco della classe”, afferma parlando delle sue esperienze scolastiche. Può sorgere, nel nostro “Candido”, il sospetto che un comandamento del genere sia stato coniato dai ricchi per colpevolizzare i poveri? Non è probabile che possano macchiarsi di una simile colpa solo coloro che non hanno? Il peccato, in questo caso, nascerebbe dall’ingiustizia, non dalla volontà. Non è forse vero che c’è chi ha davvero tanto e chi, invece, non ha neppure gli occhi per piangere?

Veniamo alla perplessità circa il desiderare la donna d’altri. Perché, si chiede Valerio, le donne appartengono a qualcuno? Ebbene sì! Nello spazio come nel tempo le donne sono considerate patrimonio dei maschi, esattamente come un cammello, un’auto o il conto in banca. Cose passate, mi obietteranno alcuni. Davvero? Basta scorrere le pagine dei giornali per rendersi conto che la concezione della donna oggetto è cambiata, nel mondo, assai poco, anzi l’emancipazione femminile addirittura regredisce nei paesi in cui pure ha fatto capolino. Trovo la cosa non semplicemente pericolosa, ma esiziale, considerando io il riconoscimento della dignità femminile l’unica, vera rivoluzione qualificante dell’età contemporanea. Sono pronto a sfidare a duello chiunque affermi il contrario. Si fa per dire! Di questo sono certo: da quando le donne hanno preso, sia pure in misura esigua, a determinare le scelte collettive, il mondo si è arricchito di un patrimonio inestimabile ed è divenuto di gran lunga più vivibile. Ogni volta che una donna afferma se stessa, io ne guadagno in ricchezza culturale, morale e civile. Anche in ricchezza materiale, ovvio, quella che gli economisti misurano in soldoni suonanti. Mi permetterei di aggiungere una piccola variante alla formulazione del divieto con cui ho fatto iniziare il presente paragrafo. Vietiamo anche alle donne di desiderare l’uomo d’altre. Per quale motivo? Semplice: perché concedere solo all’uomo il diritto di fare peccato e non pure alle donne? Mica i peccati devono essere pertinenza esclusiva dei maschi? Così accanto ai numerosi uomini peccatori, potremmo avere, chi può dire?, anche donne peccatrici, per una mera questione di pari opportunità. Io sento di donne lapidate (anche in metafora talvolta) per questo peccato, non mi pare di aver udito di uomini lapidati per il medesimo peccato.

Il divieto della fornicazione, o atto impuro che dir si voglia, del quale Valerio pure scherzosamente discute, ha del mirabile. Si colpevolizza, segnatamente negli adolescenti, una spontanea, immediata, semplice, comune e naturale scoperta. Si nega e si reprime la natura, quasi gli uomini e le donne siano puri spiriti, qualcosa di simile agli angeli. Che presunzione! Secondo gli arroganti interpreti e sostenitori di questo divieto, i quali, uomini come tutti gli altri, si sono autoproclamati unici ed esclusivi portavoce del Padreterno, ci sarebbe un ente creatore che chiede loro di correggere ciò che lui ha creato: l’istinto di sopravvivenza. Perché, guardate, la libido regola principalmente quest’istinto, evitandoci di maturare tendenze autolesioniste o di incorrere nella depressione. Reprimendo la naturale, spontanea, immediata e semplice ricerca del piacere, in tutte le accezioni possibili, si cancella la voglia di vivere, soprattutto quando la vita mostra il suo volto meno tenero. La natura, come l’infanzia, va gestita e governata, non repressa o negata. Tu puoi tendere una molla, ma non oltre un certo limite, dopo il quale essa si spezza. Così per i desideri. Certo che vanno amministrati (siamo anche cultura oltre che natura), ma non giudicati illegittimi, semmai valutati serenamente alla luce delle concrete possibilità di soddisfazione. Soddisfare un legittimo e naturale desiderio comporta allentamento della tensione. Nessuno si spezza, nessuno si fa male. Un uomo, una donna appagati sono tendenzialmente migliori rispetto ai perenni insoddisfatti. Migliorano se stessi, migliorano le loro relazioni umane, allentano inutili tensioni. Accettano la vita per quello che è, un’inevitabile alternanza di gioie e di dolori.

Il mio libro è un testo letterario e come tale va fruito e goduto. Tuttavia, se un messaggio vi si vuole trovare, esso consiste nella condanna dei meccanismi che presiedono alle colpevolizzazioni. Sono spesso meri atti di terrorismo psicologico. Dobbiamo imparare noi stessi e insegnare ai giovani la distinzione tra il bene e il male, ma non abbiamo alcun diritto di ricattare chicchessia sulla presunzione di colpe prefigurate da menti distorte prima ancora che qualcuno se ne sia macchiato. La tendenza a far diventare reati queste presunte colpe è tale da minacciare l’impianto della nostra civiltà. Valerio manifesta, in ogni occasione, un’ansia di giustizia, non di vendetta. Propone la mansuetudine di Sepe come modello. Qualsiasi atto noi compiamo può avere effetti negativi. Tuttavia, se le intenzioni non sono deliberatamente volte al male, non c’è colpa, semmai errore, errore possibilmente redimibile in buona parte dei casi. Non si può giudicare colpevole chi ha solo commesso un errore, altrimenti colpevoli siamo tutti, perché nessuno è esente dall’errore. Colpevolizzare, poi, le azioni “innocenti” dettate dalla nostra nuda umanità è un vera e propria prevaricazione, crimine contro l’umanità quando al ricatto morale si aggiunge la mutilazione fisica vantata come prevenzione da tradizioni perverse. Prevenzione di che? Della fornicazione o del diritto di godere delle bellezze della natura, dell’arte, della musica, della poesia e, perché no?, dei piaceri della carne? Pratiche come l’infibulazione o la clitoridectomia sono troppo tristemente note per non destare orrore. Con esse non si inibisce solo il piacere fisico, si cancella la voglia di vivere. Sono cose lontane dalla civilissima Europa? Non credo affatto. Noi europei siamo talvolta più raffinati. Dopo tutto, il Nazismo lo abbiamo inventato noi. Non mutiliamo il corpo, mutiliamo la psiche, quando essa è tenera, debole e non sa difendersi.

Questo il movente della storia che racconto. Chi ha orecchi per intendere, intenda. Quanto all’assurdità delle norme morali che talvolta regolano acriticamente il nostro agire suggerirei la lettura del bel libro di Saramago, Caino, Feltrinelli. Per essere un premio Nobel, forse ha più credito di me. Si tratta di un romanzo ascrivibile alla tradizione utopistica o al “conte philosophique”, dunque con qualche affinità alla prospettiva da me assunta in “Come le fate”. Caino e Valerio sono, in fondo, due presunti “cattivi” che cercano, attraverso modalità molto diverse, di farsi una ragione del marchio d’infamia che si trovano addosso loro malgrado. Io ho trovato utile confrontarmi con lo scrittore portoghese, non so gli altri lettori. In ogni caso, suggerire una lettura piacevole non è mai male.

Dovrei anche dare ragione della lingua e dello stile da me adoperati. Sarebbe giusto, visto che intendo fare letteratura. Tuttavia ho già tediato troppo chi si è preso la briga di leggermi sin qui. Meglio rinviare la questione ad altro momento. Suscitiamo una polemica per volta.”

 

Info:

Autore: Antonio Piscitelli

Titolo: Come le fate

Collana: Lettere Italiane

ISBN: 9788860427458

pp: 332

Prezzo: Euro 13,00