COMPRO ORO CASH ANCHE IN PENISOLA SORRENTINA. USURA LEGALIZZATA O BUSINESS?

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Positanonews ha cercato di vederci un pò chiaro facendo ricerche su un fenomeno che è arrivato anche nel territorio di riferimento del nostro giornale online . Proliferano come funghi, diffondendosi a macchia d’olio. Sono i negozi del “Compro oro”, che in città  come Napoli trovi ad ogni angolo della strada e che hanno cominciato ad invadere anche i piccoli centri abitati e dopo Castellammare ne sono sorti ben due in Penisola sorrentina, a Meta, che serve Vico Equense, Sant’Agnello, ma anche la vicina Positano e Praiano in costiera amalfitana, e Sorrento, bacino anche di Massa lubrense. Pubblicità a tutto spiano fra manifesti murali e addirittura il tovagliato di ristoranti, ma nessuno che sia sia posto qualche domanda o fatto qualche riflessione.

Sui Compro Oro in penisola sorrentina non si riesce a sapere molto, bocche cucite, negozi sigillati, bisogna suonare il campanello poi il banconistra si trova al di là di uno sportello, insomma massima sicurezza e riservatezza. Ma a livello nazionale è un trend e le regole vanno un pò per tutti e quindi si puo riflettere su questo fenomeno in generale per capire il particolare. L’informazione è glocal.. dal globale al locale.

Le due filiali della penisola sorrentina fanno parte di Oro Cash il mercatino dell’Oro Usato  marchio in franchising della Handle Italia Srl di Monza in provincia di Milano e quindi dalla Lombardia Filippo Arrighi Supervisione Commercio Estero Francesca Batacchi Marketing e Relazioni Esterne Piergiorgio Biella invece è responsabile del franchising . Quasi duecento filiali in Italia, quelle in Campania sono raggruppate fra Napoli e la costa a Sud di Napoli mentre non vi sono all’interno.

La catena «Oro cash» è in fase d’ espansione. Cerca affiliati che abbiano spazi, pure in affitto, tra i 15 e i 35 metri quadrati, che se sono privi di «esperienza nel settore» non fa niente, non è richiesta, e che siano disposti a un investimento iniziale al massimo di 2mila euro. Requisiti minimi con i quali si può aprire subito l’ attività del compro oro. Le prospettive di guadagno sono invitanti: «Fino a 390mila euro l’ anno» sbandierano quelli di «Oro cash».

“Il nostro bel Paese, già in ginocchio per la crisi economica che l’ha travolto – scrive la giornalista Sandra La Fico -, si trova a fare i conti con la “febbre dell’oro”, tipica malattia d’importazione americana, raccontata anche in un famoso film di Charlie Chaplin, in cui l’attore veste i panni di un povero vagabondo, che sfida le avversità alla ricerca dell’oro, animato dalla febbre di rivalsa verso la propria condizione. Un’epidemia che ha colpito anche la Penisola , come tanti altri centri della provincia, e a giudicare dal ritmo con il quale i “Compro Oro” continuano a spuntare, pare che gli affari vadano molto bene. La Sicilia conta la percentuale più alta d’Italia, con un aumento del 60%. Ma chi si rivolge a questa nuova tipologia di negozi? Secondo i proprietari di alcune di queste attività, non c’è un vero e proprio target. I clienti hanno un’età che va dai 20 ai 60 anni, e il più delle volte cambiano i propri “preziosi” perché hanno bisogno di soldi e subito. Gli anziani cambiano le collane o gli anelli, regalati dai propri cari, perché non riescono a tirare avanti con la sola pensione, e lo fanno a malincuore perché, il più delle volte, sono oggetti che rappresentano un momento o una persona speciale nella loro vita, come mi racconta uno di loro. I giovani, invece, perché preferiscono accessori moderni a quelli regalati per la prima comunione, e cambiano oggetti importanti e costosi, per oggetti in acciaio o di marca, destinati a perdere valore nel giro di pochissimo tempo.

Tutto questo, quando va bene! Purtroppo, il più delle volte, i soldi liquidi di cui questi giovani vanno alla ricerca, servono per acquistare la droga. Non è difficile da capire, per chi li vede passare dal negozio con regolarità. Forse, neanche i genitori si accorgono del “traffico” che si sta consumando alle loro spalle, e che continua fino a quando si è prosciugato tutto ciò che negli anni era stato custodito con particolare cura. Ma cosa succede in questi casi? È uno dei problemi in cui spesso incappano i negozianti, che nonostante registrino tutto sul famoso “Libro delle antichità preziosi e beni usati”, indicando i dati del cliente, non hanno la certezza che gli oggetti non siano stati trafugati da qualche cassetto all’insaputa del proprietario o peggio ancora, rubati. È quello che è successo al titolare di un “Compro oro” di Troina, arrestato e poi rilasciato dai carabinieri per presunta ricettazione, il cui locale, posto sotto sequestro per i relativi accertamenti, ha fortunatamente riaperto i battenti. Lo sviluppo di questi negozi, però, ci deve fare riflettere, ma soprattutto la tipologia dei loro clienti. Guardando al panorama nazionale, secondo il noto economista Stefano Zamagni “I Compro Oro sono una forma di usura legalizzata, a cui lo stato dovrebbe porre un rimedio efficace, come per esempio il microcredito”, aiutando chi si trova con l’acqua alla gola.

Per Michele Cagnazzo, responsabile dell’Osservatorio sulla criminalità per la Campania “Dal 2008 al 2010 scippi e furti di appartamento sono cresciuti di circa il 70 per cento. Nello stesso periodo del boom di compro oro”. Pur stando attenti a non cadere nel tranello che gli psicologi chiamano “correlazione illusoria”, e quindi a giudicare una categoria in modo pregiudizievole, la sincronia è suggestiva. Insomma la presenza di Compro Oro, secondo gli esperti, coincide con l’aumento della microcriminalità, con il disagio sociale ed economico e sono un sostituto molto più oneroso, per alcuni addirittura usaraio, ma siamo convinti che si tratti in genere di una forma di business che però non è vantaggioso per le fasce deboli rispetto  a forme di credito socialmente accettabili come appunto il microcredito. Se esistono significa che i problemi ci sono, ma una classe politica, e i servizi sociali, indolente e ignava, preferisce non guardare alle “sofferenze” del popolo o comunque a non fermarsi neanche un attimo a riflettere.

 

«A questo fenomeno in aumento stiamo dedicando una particolare attenzione» assicura il colonnello Flavio Aniello, capo del Nucleo entrate speciali, «c’entra senz’altro che la gente fatica ad arrivare a fine mese e che con la crisi le quotazioni sono cresciute. Ma sullo sfondo potrebbe esserci anche il riciclaggio». Ciò su cui non ha dubbi è che il business si presta bene all’evasione e tira fuori uno schemino colorato per rendere commestibili le differenze tra i regimi dell’Imposta sul valore aggiunto. Per farla davvero molto semplice, i gestori dei compro oro, dichiarando indebitamente «rottami» i gioielli che ricevono, approfittano di un’agevolazione concessa a chi lavora l’oro grezzo, e non pagano l’Iva. Con enormi guadagni. «Se prima potevano sostenere che la legge non era chiara, a maggio la Banca d’Italia ha emanato una circolare in cui li esclude dalla cosiddetta “inversione contabile”. Chi continua a far finta di non sapere lo fa a suo rischio e pericolo». Insomma, ruba al fisco, con tutti i rischi del caso. In Puglia se ne stanno accorgendo più che altrove. «Un paio di grossi casi riguardano due negozi di Manduria che non hanno pagato Iva e altre imposte per 250 mila euro» spiega il comandante provinciale delle fiamme gialle di Bari Nicola Altiero, «mentre a Taranto una sola attività ha evaso per 500 mila». La pista più promettente, nella direzione del salto di qualità criminale, risale a quest’estate. «In una delle principali agenzie nel centro di Bari abbiamo sequestrato otto chili di oggetti d’oro di cui non sapevano documentare l’origine. L’ipotesi accusatoria, oltre alle consuete violazioni fiscali, è ricettazione». Uno niente affatto sorpreso da questo possibile scenario è Michele Cagnazzo, responsabile dell’Osservatorio regionale sulla criminalità. Sono mesi che, in varie sedi pubbliche compresa un’interrogazione parlamentare, denuncia un’inquietante coincidenza: «Dal 2008 al 2010 nella nostra regione i reati contro il patrimonio, in particolar modo scippi e furti di appartamento, sono cresciuti di circa il 70 per cento. Nello stesso periodo abbiamo assistito a un boom equivalente di compro oro, che nel solo capoluogo sono passati da 416 a 700. Non bisogna essere particolarmente complottisti per individuare un possibile nesso. Giovanni Falcone diceva: per abolire i furti arrestate i riciclatori. Noi, invece, li abbiamo legalizzati». Pur stando attenti a non cadere nel tranello cognitivo che gli psicologi chiamano «correlazione illusoria» (se B viene dopo A non significa che A ne sia la causa), la sincronia è suggestiva. “A corroborare la possibilità che Cagnazzo non sia completamente fuori strada ci sono anche proiettili di kalashnikov e teste mozzate di animali che, nell’ormai tradizionale lessico famigliare mafioso, gli hanno recapitato dopo le denunce. «L’ultima frontiera» aggiunge «sono quelli su internet che vanno a prendersi l’oro a casa. Li abbiamo provati: niente registro vidimato e inventarsi un nome, nelle “trattative riservate a domicilio”, non è un problema». Se i finanzieri, prima di sbilanciarsi, aspettano di mettere insieme altre pezze d’appoggio investigative, a ritenere persuasiva a 24 carati la ricostruzione malavitosa è Giuseppe Aquilino, noto gioielliere barese prima ancora che presidente della Confedorafi, l’associazione di categoria. «Ma com’è possibile, secondo voi, che negozietti del genere possano permettersi le gigantesche pubblicità che tappezzano le nostre città?». Ha fatto i conti in tasca ai «cugini poveri» del mondo che rappresenta e si è convinto che, a meno di introdurre varianti illegali, non possono tornare. «In ogni caso anche quando sono imprenditori onesti il motivo per cui nascono come funghi, e sono ormai circa 5000 contro 18 mila gioiellerie, è che i costi di ingresso sono bassissimi, inferiori a pizzerie, forni o qualsiasi altra attività. Basta una bilancia e un locale anche minuscolo». Il suo direttore generale Steven Tranquilli elenca i principali oneri teorici che graverebbero su di loro: «Identificare il compratore, segnare su un registro ogni transazione, aspettare dieci giorni prima di fondere il monile in caso di ripensamento o di controlli di polizia». Tutte cautele in chiave anti-riciclaggio, appunto. «Ma in pratica succede spesso che non le applichino. Perché non si fa un giro per verificare?». L’esca me la presta Piero De Stefano, gioielliere romano e autorevole gemmologo. Un anonimo braccialetto che, a una valutazione onesta (dagli oltre 30 euro di listino va tolto il 25 per cento costituito dalla lega di metalli che serve per lavorarlo, più un altro 10 per cento che si perderà tra fusione e manipolazione, infine un 10 per cento di margine per l’esercente), dovrebbe essere valutato sui 18-19 euro al grammo. Il tour si svolge tra i quartieri San Giovanni, Appio Tuscolano e Cinecittà di Roma, che hanno una densità di compro oro simile a quella – parimenti sospetta – di solarium nell’assolato hinterland vesuviano. Le divergenze sul peso sono trascurabili, la maggior parte chiede il documento ma le stime variano sino a un quarto, dai 320 ai 395 euro. In un caso, un buco periferico con una bilancina elettronica neppure lontanamente regolamentare, di mattina offrono 280 e di pomeriggio, quando torno per registrare di nascosto, 320. Dopo averne testati una dozzina prove ontologiche di criminalità non si riscontrano. Però mi sono fermato prima della vendita. E non ho idea di quale sarebbe stato il trattamento fiscale una volta conclusa la transazione. La scoperta più sorprendente, forse, è che certe quotazioni sono addirittura superiori a quella del nostro gemmologo di fiducia. «Com’è possibile? Semplice: a differenza di una normale gioielleria, chi fa solo questo di mestiere invece di fondere di volta in volta magari aspetta di farlo con un certo quantitativo, a condizioni migliori. Scegliere di abbassare il margine, poi, è un modo per far girare i soldi. E non sto neppure prendendo in considerazione l’ipotesi che si tratti di coperture per sbiancare i capitali. In quel caso lavorare sottocosto non è un problema». Che è l’ennesimo modo di declinare la vecchia lezione di scetticismo metodologico, mai tanto pertinente, per cui non è tutto oro quel che luccica.

Michele Cinque cinquemi@michelecinque.191.it