COSTA D´AMALFI: IL DECORO GIAPPONESE E LE CENTRALI DI CASA NOSTRA

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COSTA D’AMALFI: L’AGGRAVANTE DELLA CONSAPEVOLEZZA DIETRO LE NOSTRE IGNAVIE – Chi ha avuto la fortuna di visitare Tokyo, la descrive come una metropoli smisuratamente grande e praticamente insonne. Per quanto mi riguarda, nella mia immaginazione, Tokyo è la città delle eroine indolenti della Yoshimoto o, ancora meglio, quella surreale tratteggiata nell’incipit di “After Dark” dell’impareggiabile romanziere Murakami: “un gigantesco animale. O un confuso agglomerato, composto da tanti organi avvinghiati l’uno all’altro. Un’infinità di arterie (che) si protendono fino all’estremità di un corpo inafferrabile (…) Un mare di luci al neon di mille colori”. In ogni caso, non credo si possa avere un’idea precisa, sufficientemente vicina alla realtà, di Tokyo, se non si prova a viverci per qualche tempo.

Dopo il terremoto dell’11 Marzo, persino il lontano Giappone, complici le immagini che ci giungono quotidianamente, ci appartiene con maggiore confidenza. Distante circa 6000 chilometri, manifesto di uno stile di vita estraneo alle nostre tradizioni, oggi, dobbiamo interrogarci su quanto ciò che è accaduto nel paese del Sol Levante ci riguardi direttamente ma non per l’arrivo di una fantomatica nuvola radioattiva.

Il rigore tramite il quale avevamo sempre immaginato fosse costruita la società nipponica si è sgretolato più che sotto lo scuotersi del terremoto e l’onda dello tsunami, a causa della perdita del controllo delle centrali nucleari di Fukushima. Imprevedibile conseguenza di ciò che appare come una leggerezza, un approssimazione, una valutazione superficiale, fattori estranei alla tradizione nipponica, almeno nel nostro immaginario collettivo. Dinanzi ad una tragedia immane non ci stupisce che le centrali abbiano potuto avere dei problemi, ci inquieta piuttosto che ancora adesso, a venti giorni di distanza, non ci sia stato modo di comprendere come porvi rimedio. E’ per questo che i giapponesi, improvvisamente, ci sembrano più umani, meno tecnologici, indifesi e vulnerabili come qualsiasi civiltà dell’occidente o del Sudamerica. Devono confrontarsi con una serie di omissioni, superficialità, con gli imbarazzi e le bugie dei tecnici della Tepco. Eppure la loro composta reazione davanti alla debolezza delle loro scelte, continua a sorprenderci.

Ogni popolo, ha una maniera differente di trattare l’eventualità della morte, che non riguarda insegnamenti meramente religiosi; da quelle parti la cultura marca una decenza anche nell’avanzare verso l’ignoto. Accostiamo la disciplina di un kamikaze o degli ultimi giapponesi sulle isole del pacifico di sessant’anni fa, con la compostezza dinanzi al baratro della radioattività oggi.

I giapponesi erano (sono) convinti che quelle centrali fossero sicure, su questa sicurezza hanno costruito una società ipertecnologica basata su tenori di vita altissimi, dove le luci al neon, al pari degli uomini, non distinguono il giorno dalla notte. Ma senza violentare la loro terra, Frank Lloyd Whrigt che trascorse anni a studiare l’architettura nipponica, diceva che per i giapponesi “la natura è tutto”. Come fu nei casi di Hiroshima e Nagasaki, i giapponesi, traumatizzati, fragili e disorientati, continuano a mostrare un incredibile decoro nella tragedia. Non cedono al panico né allo sciacallaggio. I loro treni veloci (gli Skinkansen) continuano a correre puntuali, i taxi accompagnano regolarmente le famiglie agli aeroporti, nei supermercati ognuno ritira le sue due bottiglie d’acqua e accetta i black-out programmati. Danzano a loro modo sul filo che li sottende sul baratro.

Con il referendum del 1987 l’Italia ha rinunciato (ritengo con moderata saggezza) ad installare centrali nucleari sul proprio territorio, lo abbiamo fatto sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl ma pure seguendo la nostra naturale indole ad affrontare ogni seria questione sul futuro, aggirandolo. Scegliendo di posizionare un tappo sul progresso scientifico, comportamento ribadito anche sui temi del’eutanasia o sulla procreazione assistita solo per citare alcune delle questioni più evidenti. Questo non ci ha impedito di diventare un paese con alta qualità della vita, e maturare ottime prospettive di longevità e benessere. Ma il diniego nucleare non ha certo spento tutte le potenziali centrali di pericolo, naturali, con le quali conviviamo. Noi non siamo al sicuro, perché non ci basta rinunciare al nucleare per esserlo.

Oggi 600.000 persone in Campania, vivono alle falde di un vulcano attivo. A differenza dei giapponesi con le loro centrali, tutti sappiamo che prima o poi quel vulcano esploderà, non sappiamo quando e nemmeno con quale violenza ma sappiamo che ci sarà un eruzione. Tuttavia non abbiamo nessun realistico piano di emergenza, e i Comuni continuano a rilasciare permessi di costruire in zona rossa. Inoltre ogni tentativo di sfollare gli abitanti si scontra con reazioni fataliste figlie dell’ignoranza; in questo caso, a differenza dei giapponesi, siamo indifesi con l’aggravante della consapevolezza. Un eruzione del Vesuvio potrebbe causare fino a mezzo milione di sfollati (il terremoto dell’Aquila ne ha causati “solo” 70000), come reagiremmo dinanzi ad un evento del genere ? Mi chiedo. Gli italiani, in questo caso i napoletani in particolare, preferiscono non pensarci, ma dovremmo tutti desiderare di farlo.

Senza scomodare il Vesuvio, con le relative proporzioni, io ritengo che gli abitanti della Costa d’Amalfi dovrebbero cominciare seriamente a pensare di essere ospiti in un territorio così delicatamente in equilibrio con la propria geologia, da poter diventare improvvisamente una centrale di pericolo. Siamo coscienti di costruire ogni nostra attività su terre che saranno prede di alluvioni periodiche, ma questo non ci scompone. Anche noi danziamo, a modo nostro, sulla frontiera di un abisso.

Ogni piccola tragedia sulla nostra terra innesca una serie di reazioni scomposte, imprecazioni, promesse di rinnovamento, sulle quali cala puntualmente il sipario dopo poche settimane. Profonde differenze ci distinguono dai giapponesi, non solo vizi, sia chiaro, anche virtù, non siamo qui a processare stili di vita così distanti. Stimo da sempre i giapponesi, ed oggi la dignità ed il coraggio con il quale accettano la loro tragedia, ammettono i loro errori, si fidano delle loro istituzioni e sono già ripartiti per ricostruire il loro paese, non può che essere un motivo di grande ammirazione, vorrei dire invidia, per noi.

P.S.: Non stupisca, dunque, la bandiera del Sol Levante che ho esposto sul balcone di casa mia.

Christian De Iuliis – architetto