Salerno Giù le mani da Molière

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Luigi De Filippo in scena questa sera al teatro Verdi, rilegge l’Avaro, ridotto ad una pochade in chiave garibaldina

 Dopo la trasformazione del gioiello di Franz Lehar, “La vedova Allegra”, finito nelle mani di Vincenzo Salemme, il quale l’ha ridotto in una delle sue commediole, inviando il solito acquarello di fine Ottocento, con tanto di pizza, mandolini, spaghetti, cozze e Vesuvio, che segnò il fine 2008 salernitano, ecco, quest’anno, l’Avaro di Molière prodotto commerciale in chiave borbonica-garibaldina, propinatoci da Luigi De Filippo, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. E’ noto che la base di partenza di quel grande work in progress che è stata la commedia, da allora ad oggi, per la borghesia francese, ha portato fino a quel doloroso umorismo con cui in Italia, prima Pirandello, poi Eduardo De Filippo, hanno trasfigurato i modi spensierati del vaudeville. Luigi De Filippo ha proposto un vero e proprio guazzabuglio di spunti risorgimentali, appiccicati alla trama dell’ Avaro, in cui non abbiamo potuto naturalmente riconoscere il giudizio del Goethe sul capolavoro molieriano “Uno dei più grandi e più tragici”. Si poteva giocare sul Molière rivoluzionario della battuta di Cleante alla sorella, in principio del primo atto:” Sì, sono innamorato. Ma prima di tutto: so benissimo che dipendo da mio padre; che come figlio devo stare soggetto alla sua volontà….; Se il tuo caso somiglia al mio e nostro padre ci si mette contro, piantiamolo tutti e due e ci liberermo finalmente, dopo tanto tempo, dalla tirannia della sua insopportabile avarizia”. E si pensi a quel pronome possessivo in forza del quale, quel giorno, il recente capo di famiglia, detto anche capo di casa, si mise in testa di essere proprietario non solo della casa, ma anche della famiglia. Che razza di linguaggio sovversivo questo di Molière! E’ chiaro che alla Corte di Luigi XIV Molière fosse un pruno in un occhio per i signori proprietari e capi di famiglia! Pensate che, dopo essersi scandalizzati i nobili e il clero, si scandalizzò pure, un secolo dopo, il borghese rivoluzionario Rosseau, in nome del principio della famiglia. Ma questo era così strettamente legato a quello della proprietà da non potersene separare. Sacro, per giunta, tanto l’uno quanto l’altro: poiché quando fu inventato il pronome possessivo, intervennero i sacerdoti e lo benedissero, lo proclamarono, appunto, “sacro”. Non senza ragione, quindi, quando Arpagone apprende di essere stato derubato e, disperandosi, invoca la punizione del ladro, dice: “Se rimane impunito, le cose più sacre non potranno più dirsi sicure”. L’ eccezionale forza dell’Harpagon di Molière si è disciolta nel Don Attanasio Mascaruto di Luigi De Filippo, che oltre la citazione della munnezza, dell’idea di nuova carrozzabile Salerno-Reggio-Calabria e dell’appattamento della classe dirigente con la camorra, non riesce ad andare, aggirandosi tra la citazione della cassetta del barone Antonio Peletti di “47 Morto che parla” con quel Totò sopra le righe, in particolare nei duetti con Carlo Croccolo, qui avvicinato da Paolo Pietrantonio, e il cavaliere Chevalley di Monterzuolo, che offre a Don Fabrizio Salina (il Gattopardo) la nomina a senatore del nuovo Regno d’Italia che il principe però rifiuta, sentendosi troppo legato al vecchio mondo siciliano, citando come risposta al cavaliere la famosa frase: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, che però, poi in Tomasi di Lampedusa continua con”…E dopo sarà diverso, ma peggiore.”, e in De Filippo con il solito “O sole, ‘o mare,’o ciel blu,’o mandulin e ‘o putipù,’e pummarole p’o ragù,’a pizz, ‘a muzzarell,’o core ‘e mamm e ‘a tarantell”, concludendo la passerella finale sulle note della fanfara dei bersaglieri, con tanto di tricolorini lietamente sventolanti. E Garibaldi e i garibaldini? La musica come al solito ha assolto al suo compito con degli interessanti arrangiamenti di canti popolari, tarantelle e tammurriate, canti risorgimentali, evocanti le truppe savoiarde e le camicie rosse che di lì a poco si sarebbero dovute ritirare in buon ordine, come anche il Generale, speziati di stilemi africani e orientali, simboli di un regno, un popolo plurilinguista, e di una Napoli, divenuta effettivo centro del Mare Nostrum, almeno in ambito culturale, ma condannata, ed è questo il problema chiave della questione meridionale, da quella modernizzazione istituzionale, proprio francese, incompiuta, o, meglio, restata quasi sospesa sulla vecchia fisionomia burocratico-contadina, simboleggiata dagli Attanasio Mascaruto, tenacemente sopravvissuta nella realtà locale del Mezzogiorno in tutto il corso dell’Ottocento e oltre.

Olga Chieffi