Ancora Barcellona secondo la parole di Pierfranco Bruni, autore del libro "LA BICICLETTA DI MIO PADRE".

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Abbiamo ricevuto questo testo su Barcellona di Pierfranco Bruni, che, volentieri, pubblichiamo. 

Maurizio Vitiello

 

BARCELLONA E LA BICICLETTA DI MIO PADRE

UN MOSAICO NELLA MALINCONIA DEI COLORI E NELLA FESTA DELL’AMORE

Una città Un romanzo

di Pierfranco Bruni

 

Un ora e quaranta da Roma. Qualche minuto in più o meno. Barcellona. Si osserva dall’aereo. Il sogno catalano ha i suoi scavi in una memoria andalusa nel Mediterraneo perso e ritrovato. Giungo in questa città con l’alba smarrita nel giorno e con i richiami della sera che hanno odore di mare, di onde sbattute sul porto e mi incammino in una Spagna che non richiama corride e Garcia Lorca sembra distante tra le voci depositate nei tagli dei luoghi. Sono distanti i poeti che mi hanno accompagnato. Rafael Alberti, Gustavo Adolfo Becquer, Gongora e persino Maria Zambrano non racconta i generi letterari come confessione. Barcellona è anche musica e danza. Tango.

Ma è più Mediterranea di altre città. Ma dove finisce e dove inizia questo Mediterraneo sommerso, diffuso che include e non esclude. Eppure sembra raccontare storie, altre storie di amori, di donne, di apparenze, di attrazioni. Sono qui, dopo un viaggio che va dal Sud d’Italia a Roma, da Roma a Lisbona, dal Portogallo nuovamente in Italia e poi in Spagna. Barcellona come la Sardegna di Alghero. Forse sì.

Il mare continua a rompere gli intagli del porto. Lascia ferite. Come il mio libro che raccoglie le memorie e i sospiri. Mio padre e la bicicletta. Forse una metafora. Una cartolina in bianco e nero che si colora con il paesaggio delle stagioni che sono vive nel mio “La bicicletta di mio padre”.

Mi aspetto domande. Domande alle quali non darò risposte. Ho davanti la fotografia di una bicicletta. Tutta la mia infanzia è trascorsa pedalando. Non mi aspettavo che potesse colpire così tanto questo mio romanzo. C’è la memoria e la memoria, mi è stato detto in una trasmissione su Rai Uno, fa tremare le vece perché ci pone costantemente in discussione.

È vero. Questo mio romanzo è un lungo di lunghe memorie. Perdute e poi ritrovate senza l’ingiallimento del foglio. Cosa dirò agli studenti universitari di Barcellona? Nulla che non sia stato scritto nel mio romanzo. I tasselli formano il mosaico e mi inseguono perché sono convinto che il mosaico non si è ancora concluso. Si parla di una storia d’amore. Ma certo. Io direi di una passione nell’eros e nell’attrazione che diventa contemplante amore. L’eros e la memoria. Cosa diremo ancora? Dove andremo? Non finisce qui.

Questo mio romanzo non è la fine. È l’inizio dopo una fine. La fine di un amore, la fine di una storia nel tempo trascorso tra i pedali e le corse, l’inizio di un sogno che ho voluto cominciare a Barcellona. Ma Barcellona è la città che ho vissuto anche in un mio antico romanzo “Paese del vento”. Un romanzo di molti anni fa.

Qualcuno mi dice: hai scritto sempre lo stesso libro. Sono contento di ciò. Perché così non sono uno scrittore sconfitto dalla noia e dall’oblio. Io non invento. È la fantasia e il mistero che mi incontrano. Bussano al mio silenzio e il mio silenzio si apre ai passi di una malinconia che non ha profondità ma scava nell’anima delle parole.

Ricomincia da Barcelliona il mio andare tra le righe della bicicletta che è stata di mio padre, poi è stata mia ed ore è una cartolina incorniciata sulla parete della mia grande casa di paese. In quella cartolina diventata metafora onirica ci sono segreti, ci sono follie, ci sono alchimie. Può piacere o meno. Ma il mio scrivere si perde dentro di me e mi conquista. Ma senza ricordi, senza nostalgie, senza mistero cosa sarebbe la vita?

Nuvola che Fugge un giorno mi disse: “Non badare alle onde. Osserva il mare lungo la linea dell’orizzonte. Non badare alla pioggia che cade lentamente sulla sabbia del deserto. Osserva il deserto prima e dopo la pioggia. Non badare ai passi e ai segni che lasciano. Concentrati sempre sulla fine dell’inizio del viaggio”.

 Mi trovo a Barcellona. Racconterò il mio Mediterraneo e i popoli che si incontrano tra le civiltà e le etnie. E reciterò l’amore straziante e dolce, bello e triste, dolce e malinconico che ho vissuto tra le pagine di questo mio romanzo “La bicicletta di mio padre”. Oltre ogni realismo ci sono favole che non hanno bisogno di un giudizio. Anzi le favole non accettano il giudizio. Perché il mistero è sempre oltre lo schema del razionale.

Barcellona. È giorno che trascorre. Mi restano poche ore. Tra le vie ci sono passeggiate. Il vento è un respiro nelle maree. Una malinconia di colori nella festa dell’amore. Una città, un romanzo, uno sguardo tra le parole che camminano lungo i segni antichi dei bastioni. Qui si ricompone un’immagine. Una fotografia mai ingiallita.