Ritrovarsi in teatro per l´Unità d´Italia

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Grande partecipazione al Verdi per il concerto offerto dalla Filarmonica, con un programma dedicato per la maggior parte alle musiche dell’ottocento nostrano. Assente il sindaco Vincenzo De Luca sostenitore della serata

Il Risorgimento italiano è una forza che ci ritroviamo nel cuore sin da ragazzi. Ci dicono Risorgimento ed è innegabile che l’immagine balenante dinanzi agli occhi è quella di un cavallo al galoppo, di un tricolore lacero, di una camicia rossa e di una fanfara lucente piena di squilli. Nell’ Italia dell’Ottocento la musica ha svolto un ruolo importante nel divulgare i valori dell’Italia Unita e ha rappresentato la vera anima popolare del Risorgimento, un movimento nato tra gli intellettuali ma sostenuto con passione dal popolo, che si è ritrovato unito al di là di ogni regionalismo, di ogni schieramento, proprio in musica composta da grandissimi, eseguita da una banda, dagli organetti  per strada, in casa, o nei teatri: la musica aveva svegliato il popolo e la musica era stata svegliata dal popolo. Nonostante il concerto-sconcerto offerto dall’Orchestra Filarmonica “Giuseppe Verdi”, diretta da uno dei maestri sostituti del massimo cittadino, Francesco Ivan Ciampa, con la formazione infarcita di giovani alle prime esperienze orchestrali ( e ne abbiamo avuto riprova nel suono e nell’entrate!), è stato significativo ritrovarsi nel proprio teatro per festeggiare l’Unità d’Italia in musica. Il programma, naturalmente, è stato quasi del tutto dedicato a Verdi. Lo avrebbe potuto e dovuto esser tutto, o magari con inserimenti di pagine quali il coro della Norma “Guerra!Guerra! le galliche selve quante han querce producon guerrier…” il grido che i Galli insieme a Norma urlano contro i Romani oppressori, opera che nel 1859 fu cancellata a Milano, poiché il popolo si unì a quell’urlo, o il finale del I Atto del Fernando Cortez di Gaspare Spontini del 1809 quando i messicani cantano “La patria è dunque morta, /O figli più non ha!/All’armi, all’armi, all’armi!”, o qualcosa del Guglielmo Tell di Gioacchino Rossini, l’eroe della libertà elvetica, con l’intenso giuramento dei congiurati “Giuriamo, Giuriamo/Pei nostri danni/ per gli avi nostri/pei nostri affanni/di tutti abbattere /Gli empi oppressor” o ancora il celebre coro del Mosè in Egitto che nel 1822 impressionò Stendhal “O nume d’ Israel! Se brami in libertà – il popol tuo fedel, di lui, di noi pietà o addirittura  il Saverio Mercadante del coro della “Donna Caritea”che divenne popolarissimo e recita “Chi per la patria muor, vissuto è assai, la foglia dell’allor non langue mai piuttosto che languir sotto i tiranni è meglio di morir sul fior degli anni”, cantato dai fratelli Attilio ed Emilio Bandiera prima di essere fucilati, invece di evocare la Cavalleria rusticana, che riapre la porta ai regionalismi o il coro a bocca chiusa della Madama Butterfly.  Abbiamo comunque ascoltato il giovane Verdi che portò la sua musica al servizio degli ideali risorgimentali, sia per i temi trattati nelle sue opere, che per i cori e le celebri arie patriottiche, un Verdi che, però, non si servì mai della tematica contingente per raggiungere il successo a scapito dei suoi incrollabili principi, estetici e creativi. Le sue opere assunsero questo carattere patriottico perché esso era nell’aria e il pubblico dell’opera lo respirava in teatro a polmoni pieni, ma la principale preoccupazione di Verdi fu sempre quella di costruire, musicalmente e drammaturgicamente, un’opera che non dovesse servire la cronaca, ma sempre e solo la Musica. Ma qual è il segreto dei cori verdiani, e in particolare del “Va’ pensiero”? L’irruenza della frase melodica, la purezza della melodia stessa, la sua estrema cantabilità, la perfetta aderenza con le parole e soprattutto lo stile omofono, ove le voci cantano all’unisono. Questa è proprio la ragione del trionfo di questi cori, in essi la melodia sofisticatamente intesa, domina sovrana, in modo che tutti possono apprenderla con la massima facilità e con la massima faciltà ricantarla. Stesso successo per il coro della sete “O Signore dal tetto natio”, in cui il rammentare le dolcezze della patria è dono infausto che fa più dura e cocente l’arena di un arso terreno e dice che crudele è la mente che le dipinge troppo vere agli sguardi. Il programma è stato completato da preludio e coro del II atto dalla Traviata “Noi siam le zingarelle” “E’ Piquillo un bel gagliardo”, dalla sinfonia da La forza del Destino, il coro a bocca chiusa dalla Butterfly, una ninna-nanna attualissima e intensa che oggi culla le vittime del terrae-motus giapponese, la preghiera di Cavalleria Rusticana. Non ci sentiamo in questa occasione di andare a polemizzare sulle imprecisioni tangibili degli ottoni o sul poco volume del coro posizionato purtroppo in fondo al palcoscenico, vittima di un’acustica infelice, o sull’intenzione del direttore nell’attacco della sinfonia del Nabucco o de’ La forza del Destino, l’applauso del pubblico di un teatro Verdi stracolmo e tricolore, sulle note dell’ Inno di Mameli è rivolto ricordo a quel 1861 in cui si riunì per la prima volta il Parlamento del Regno d’Italia a Torino, tra i neo eletti parlamentari c’erano gente seria, i garibaldini Crispi e Curzio, gli intellettuali Stefano Jacini e Luigi Menabrea, e con loro Giuseppe Verdi insieme a Luigi Mercantini, seduti a fianco di Quintino Sella; la sera il musicista partecipò al grande concerto a piazza Castello, durante il quale vennero eseguite musiche sue, di Rossini, Mercadante e Novaro. Almeno la musica era riuscita nel suo intento e anche al di fuori di qualsiasi considerazione artistica, merita la riconoscenza e il rispetto di noi, che siamo gli eredi di una tradizione altissima e che da essa possiamo ancora raccogliere una nascita, una scintilla per “Svegliarci alla vita che stiamo vivendo”.

Olga Chieffi