RIFORMA DELLA GIUSTIZIA-LA GIUSTIZIA ITALIANA E’ LENTA-QUALI RIMEDI? SERGIO ZAZZERA SCRIVE:

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RIFORMA DELLA GIUSTIZIA-LA GIUSTIZIA ITALIANA E’ LENTA-QUALI  RIMEDI? SERGIO ZAZZERA SCRIVE:

ANCORA UN INTERESSANTE ARTICOLO DEL MAGISTRATO SERGIO ZAZZERA SU UNO  SCOTTANTE ARGOMENTO ATTUALE, APPARSO SU “IL BRIGANTE”. RINGRAZIAMO IL DOTT. SERGIO ZAZZERA E “IL BRIGANTE”

 

EPOCALE?!
Sergio Zazzera

9 marzo 2011 No Comment

Non sarei tornato sull’argomento, se il dibattito accesosi fra destra e sinistra (mi piace eliminare da entrambe il prefisso “centro-”: se non altro, ne emerge un’immagine più realistica) sulla riforma della Giustizia non mi ci avesse indotto a gran forza, soprattutto con quell’aggettivo «epocale», adoperato dai proponenti per definire la loro iniziativa.

Da destra si continua a sostenere la necessità della riforma, col ripetere che la Giustizia italiana è lenta. Orbene, tale affermazione non è per nulla ereticale; ma quali rimedi si propongono per migliorare la situazione? La separazione della carriera dei magistrati requirenti (p.m.) da quella dei giudicanti; lo sdoppiamento del C.S.M., uno per ciascuna carriera; l’istituzione di una “commissione disciplinare” (che sa tanto di F.I.G.C.) esterna per la valutazione degl’illeciti commessi dai magistrati; la previsione della responsabilità civile dei medesimi. Ebbene, vorrei che qualcuno, sicuramente più intelligente di me, mi facesse capire con quali modalità è possibile ottenere il risultato dell’accelerazione dei processi attraverso anche uno solo dei suddetti (o meglio, cosiddetti) rimedi. Semmai, il primo di essi, del quale il secondo costituisce un corollario, può essere utile soltanto a determinare la perdita della cosiddetta «cultura della giurisdizione» da parte dei pubblici ministeri, avviandoli verso la dipendenza dal potere esecutivo, con buona pace per il principio dell’autonomia dei poteri dello Stato, che costituisce una conquista della civiltà moderna. Così, l’istituzione della “commissione disciplinare” potrà determinare l’accelerazione, tutt’al più, dei procedimenti disciplinari contro i magistrati e di null’altro; così, infine, mi sembra che una regolamentazione della responsabilità civile dei magistrati esista già da tempo, al punto che mi costava oltre duecentomila lire all’anno d’assicurazione.

Da sinistra la lentezza della Giustizia è addebitata ai tagli operati in bilancio (i quali, però, costituiscono tutt’al più una concausa dei ritardi), mentre la riforma stessa è stigmatizzata come l’ennesima legge ad personam, benché contro tale assunto militi l’irretroattività della stessa, che non ne determinerebbe l’incidenza sui processi in corso; incidenza che, poi, potrebbe valere, tutt’al più, soltanto per il profilo della responsabilità civile.

A questo punto, mi viene in mente il proverbio napoletano che recita: Redimmo e pazziammo e ‘a tabbacchèra nun ‘a tuccammo: entrambe le parti politiche, infatti, continuano a discutere del tema, eludendone però la reale essenza. Soltanto in maniera larvata, infatti, da parte di qualcuno si fa cenno alla natura “punitiva” dell’ordine giudiziario, che caratterizzerebbe la riforma, ma senza che ci si renda conto del senso in cui tale natura va intesa; senso che, viceversa, tenterò di rendere qui chiaro, almeno per come lo vedo io. È noto che una normativa di tal genere dev’essere introdotta necessariamente attraverso il ricorso al procedimento di revisione della Costituzione, che richiede il doppio esame del disegno di legge da parte di ciascuna delle Camere, a distanza non inferiore a sei mesi. Ebbene, è proprio questo intervallo temporale che costituisce la spada di Damocle sul capo dei magistrati, ai quali sembra essere lanciato un segnale del seguente tenore: «Se “farete i bravi”, prima che il semestre sia decorso, la seconda lettura non ci sarà»; ma in sei mesi, secondo un altro proverbio napoletano, nàsceno ciénto pape e ciénto rré (e, forse, anche cento altre cose).

Quanto alla lentezza della Giustizia, credo che le cause siano soprattutto di natura soggettiva: pur non disponendo di poteri magici, infatti, riuscivo a far durare una causa civile dai sei ai dieci mesi (salva, s’intende, l’eccezione di controversie particolarmente complesse) e non vedo perché ciò non debba essere possibile da parte di tutti i giudici. Per quanto concerne, poi, il processo penale, non posso che ripetere qui la “ricetta” che proponevo da questa stessa (web-)pagina, il 1° marzo scorso, a beneficio di chi non l’avesse letta: sarebbe sufficiente rimuovere il divieto di aggravamento della pena in appello, previsto attualmente per l’ipotesi di rigetto dell’impugnazione proposta dall’imputato, il quale potrebb’essere indotto così ad astenersi dal proporne una meramente dilatoria, esponendosi al rischio di farsi aumentare in appello la pena inflitta dal primo giudice. Tanti processi si chiuderebbero, così, definitivamente dopo il primo grado; e, a quel punto, poiché alle Corti di appello e alla Corte di Cassazione basterebbe un numero minore di giudici, quelli in esubero potrebbero essere impiegati nella trattazione dei processi di primo grado, che così, a loro volta, avrebbero una durata minore. Per migliorare, infine, la distribuzione dei magistrati, si potrebbe anche attuare una revisione delle circoscrizioni giudiziarie, sopprimendo gli uffici inutili e rideterminando in aumento o in diminuzione la pianta organica di quelli residui. Ma tutto ciò è ben diverso dai contenuti della riforma annunciata e, soprattutto, non è “epocale”.

Fonte :Il Brigante

Inserito da Alberto Del Grosso