Per Franco Mitrione

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Meta, Penisola sorrentina . La scomparsa di Franco Mitrione lascia un vuoto difficilmente colmabile. Un politico onesto, integerrimo, una persona perbene che ha dedicato la sua vita alle battaglie ideali, combattute sempre sotto la stessa bandiera,  quella rossa che ha voluto sulla sua bara.

Militante nel PCI, era stato  tra i fondatori della cellula comunista dell’aeronautica, in anni in cui si era schedati per molto meno. Allora viveva a Portici, da cui si era poi trasferito a Meta nel 1989, dove aveva iniziato a partecipare attivamente alla vita politica locale, offrendo sempre generosamente  il suo prezioso contributo.

Grande esperto di materia urbanistica, è stato per anni il referente regionale del settore per i Comunisti Italiani, ingaggiando battaglie a Castellammare come a Pogerola, per non parlare ovviamente della difesa strenue del paesaggio della penisola sorrentina, a lui tanto cara.

Perché Franco amava la bellezza semplice delle cose,  in cui sapeva cogliere la sostanza vera, e se ne sentiva responsabile;  curava con passione  le sue piante e si emozionava davanti agli scorci antichi di Meta, soggetto preferito dei suoi quadri, in cui i protagonisti  sono spesso vicoli e case del centro storico, paesaggi locali rarefatti, quasi mistici nella loro solitudine, in cui le pietre raccontano una storia antica, patrimonio di tutti, per cui valeva la pena combattere.

Da qui le battaglie appassionate in difesa del paesaggio, da intendere appunto come l’insieme di ambiente e manufatti;  i tanti interventi sul PTCP e sul PTR, sempre nella direzione della salvaguardia e della regolamentazione, in difesa del PUT, e recentemente a Villa Fondi l’affondo  sul Piano casa;  e l’occhio costantemente vigile alla delicata materia urbanistica, oggetto del desiderio di tanti speculatori e politicanti locali, interessati al lucro invece che alla difesa del bene comune.

Recentemente Franco era deluso e profondamente amareggiato del fatto di non poter avere più un partito di riferimento. Le scelte di molti esponenti napoletani dei Comunisti Italiani l’avevano convinto infatti della deriva che aveva travolto purtroppo anche i suoi ex compagni. Questa crisi però non aveva  intaccato il suo credo profondo nella causa e negli ideali marxisti e gramsciani, bussola di una vita.

 Franco ha saputo vivere nella carne quella perfetta fusione di teoria e prassi, indicata da Antonio Gramsci come la strada maestra per costruire in Italia una coscienza di classe.

Lui stesso si è definito “ateo praticante” in un necrologio che rimarrà nella nostra storia locale per il suo contenuto. 

Laicamente come visse, malgrado fosse tenacemente dissenziente, è tornato nel nulla Franco Mitrione. Ateo praticante, marxista e gramsciano militante. Sempre dalla parte dei più deboli, degli oppressi e dei bisognosi. Si oppose alle ingiustizie, ai politici corrotti, ai falsi idoli e ai falsi re. La rivoluzione che verrà non lo vedrà assente.

Franco ha scelto un ossimoro (ateo praticante) per definire una fede vissuta fuori dalla chiesa, ma praticata quotidianamente con una rara umanità, che traboccava nel suo offrirsi al confronto con chiunque, nella ricerca di un dialogo costante, indispensabile a costruire una consapevolezza comune, premessa di ogni azione di cambiamento. I valori di una vita sono sintetizzati in questo necrologio: il senso della giustizia, l’onestà, la verità. E un orizzonte costante: quello dell’utopia rivoluzionaria.

Per Franco essere comunista significava oggi essere in grado di cambiare le cose dal basso, concretamente, un po’ alla volta, attraverso il lavoro faticoso dei piccoli passi, ma soprattutto mai da solo. Essere comunista ha significato per lui soprattutto fare comunità, sollecitando sempre le persone sensibili alle sue battaglie a schierarsi per combattere insieme, sui contenuti, indipendentemente dalle bandiere. Chiamarsi “compagni” aveva questo significato profondo, di condivisione di principi e ideali.

Le alte idealità si traducevano  quindi  nella prassi, in un’azione costante di denuncia realizzata anche attraverso l’attività giornalistica. Basta leggere la sua ultima creatura Dove sta Zazà? per capirlo. Nel numero uscito la domenica prima che stesse male, Franco aveva deciso di parlare ancora una volta contro le ingiustizie, denunciando il fatto che a Meta ben 450 persone risulterebbero essere disabili, un numero davvero record, sicuramente tale da destare il sospetto e sollecitare il controllo, per evitare che un diritto dei deboli si trasformi nel privilegio di furbi. Ecco le battaglie per le quali Franco si infervorava!

 Era questa la sua arma migliore: la penna affilata, pronta, decisa, un fendente capace di colpire lasciando un segno profondo. Per questo Franco è stato per molti anche scomodo, proprio perché libero e fedele solo alla sua integrità morale. Nessuna bandiera, nemmeno quella rossa, l’avrebbe convinto di un’ingiustizia o di una mediazione comoda  al ribasso. Perché la vera bandiera era quella che portava dentro e che guidava costantemente la sua azione,  nel segno dell’onesta intellettuale e dell’integrità morale, e sempre nell’esclusivo interesse del bene comune. 

Ci mancherà di lui la capacità di non arrendersi mai, neanche davanti alla fine delle ideologie;  la tenacia della visione critica e dell’azione che realizza, nello sforzo ostinato di affermare la verità e la giustizia,  il barlume della rivoluzione;  e  soprattutto il suo spirito giocoso, la sua battuta pronta, la parola umoristica, direi intrisa di spirito pirandelliano, perché capace di far sorridere amaramente della realtà che ci circonda, trasmettendo la necessità, l’urgenza di intervenire. La parola dissacrante, che scompagina le apparenze, puntando l’indice sull’ipocrisia e invitando energicamente ad agire, quella parola che accompagnava sempre  ad uno sguardo vivace e ammiccante, al quale non si poteva che rispondere: “Sì Franco, hai ragione. E adesso che facciamo?”

Caro Franco, mi sto chiedendo in queste ore come onorare la tua memoria e la risposta è una sola: continuare le tue battaglie, ricordando il tuo modello, il tuo esempio, la tua vita, massima opera di carità perché interamente dedicata alla Politica, agli altri, ai più deboli, agli oppressi, a chi non ha voce e che l’ha trovata in te.

 Caro Franco, hai lasciato una traccia, o meglio, per usare una metafora che ti è sicuramente più cara, hai seminato tanto e dalla terra nuda, alla quale sei tornato per ricongiungerti all’elemento naturale, quel nulla da cui sei venuto, da quella terra che oggi ti abbraccia, spero che tu possa presto vedere spuntare dei bellissimi fiori.

Stefania Astarita