GLAUCO MAURI AL TEATRO VERDI DI SALERNO CON

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Menzogna, sarcasmo che non risparmia niente e nessuno, raggiro, false piste, illusioni troppo fragili per non avere il piacere di assaporarle. Ma anche desiderio di giocare con la vita, capacità di ridere delle sue contraddizioni, coscienza di quanto sia facile precipitare e perdere tutto. È un capolavoro di psicologia e di suspense “L’inganno”, lo spettacolo diretto e interpretato da Glauco Mauri che dividerà con Roberto Sturno il palcoscenico del Teatro verdi di Salerno il 24 febbraio alle 21. Le repliche si protrarranno fino a domenica 27 febbraio, unica data in cui il sipario si alzerà alle 18.30. Giuliano Spinelli ha creato le scene, i costumi sono di Simona Morresi, Stefano Messina è l’assistente alla regia, Ilaria Testoni ha il compito dell’aiuto regia, le luci sono a cura di Gianni Grasso e le musiche sono state composte da Germano Mazzocchetti. Il copione si rifà a “Sleuth” di Anthony Shaffer, vincitore del prestigioso Tony Award nel 1971 per la migliore commedia dell’anno e che ha ispirato l’indimenticabile film di Joseph L. Mankiewicz con Laurence Olivier e Micheal Caine. Affascinato dalla sfide che farebbero tremare le vene e i polsi al più navigato degli interpreti, Mauri ha curato la traduzione e l’adattamento dell’opera senza tradirne lo spirito, ma potenziandone al massimo le tensioni e gli spunti. La vicenda ruota attorno a un curioso incontro: uno scrittore di gialli ormai maturo, che ha una casa ricca di trabocchetti, quasi correlativo oggettivo della sua mente insidiosa, e l’amante di sua moglie. Potrebbe apparire un confronto tra gentiluomini che decidono di affrontare i propri contrasti con classe, senza farsi trascinare dall’ira. Diventa subito chiaro che quel che si profila è un duello senza esclusione di colpi in cui non è solo in gioco l’amore di una donna, ma il proprio diritto a vivere schiacciando l’altro. Tra allusioni al vetriolo, risate,  recriminazioni, veri e propri atti di accusa e sofisticate trappole psicologiche i due si studiano, si feriscono, cercano l’uno il punto debole dell’altro, si scoprono più simili di quanto non vorrebbero ammettere. Sarebbe troppo facile vedere il proprio nemico come uno spregevole incidente di percorso e nulla di più. Per un lungo attimo nasce una sorta di solidarietà ambigua, come se in fondo i due avversari avessero compreso di trovarsi dinanzi allo specchio della propria anima e non potessero fare a meno di fissarlo. Non si deve invece dare nulla di scontato in questa contesa: ciò che sembra un approdo è in realtà una porta aperta sul buio, sull’inaspettato, sull’urgenza di ricominciare da capo e di costringere alla resa chi è di fronte. Le maschere mutano, il perseguitato si fa oppressore, il colpevole scopre in sé l’angoscia della vittima, ma è facile prevedere che non vi sarà un vincitore. Il pupazzo meccanico che sghignazza nella scena finale induce a credere a una verità non meno dolorosa solo perché semplice: è la vita a tessere implacabile i suoi inganni, lasciando sul terreno chi non ha la forza di aggredirla e deriderla.

Gemma Criscuoli