“Scugnizzi” dal 17 febbraio al Teatro Verdi di Salerno

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Torna al Teatro Verdi di Salerno il musical italiano più apprezzato da critica e pubblico. “Scugnizzi”, diretto da Claudio Mattone che ne ha curato anche le musiche e i testi insieme a Enrico Vaime, sarà proposto il 17 febbraio alle 21 e replicato fino a domenica 20, quando il sipario si alzerà alle 18.30. Sabato 19 lo spettacolo si terrà alle 17 e alle 21. Silvia Polidori firma i costumi, Bruno Garofalo cura le scene e i movimenti coreografici sono di Gino Landi. Venticinque attori e cantanti, provenienti da una rigorosissima selezione, danno anima e corpo a una vicenda di rabbia e desiderio di vivere, in cui la sopraffazione e l’altruismo si scontrano senza esclusione di colpi. La narrazione ha il suo fulcro in Saverio De Lucia e Raffaele Capasso, detto “o russo”, che si ritrovano a distanza di anni dopo aver scontato un periodo di detenzione nell’istituto di correzione per minori di Nisida. Hanno compiuto scelte radicalmente opposte: Saverio è un sacerdote che ha dedicato ai giovani la sua esistenza e cerca di strapparli al degrado attraverso l’amore per la musica; Raffaele ha invece imboccato il sentiero della malavita, sta imponendo il suo potere su quegli stessi adolescenti che il suo amico di un tempo vorrebbe proteggere e il conflitto risulta inevitabile. L’uno vorrebbe convincere l’altro ad abbracciare la propria causa, ma alla fermezza del prete “o russo”contrappone la violenza e lo uccide. A quel punto l’intera città esploderà in un grido di protesta contro l’assassino in una promessa di riscatto. I numeri mostrano come il successo dell’opera sia stato pressoché ininterrotto: oltre 600 repliche, più di 700.000 spettatori, le musiche hanno ottenuto due David di Donatello, il Globo d’Oro, il Ciak d’Oro e il Nastro d’Argento, senza dimenticare il Premio Eti Olimpici del Teatro come miglior musical dell’anno. Quella di “Scugnizzi” è una storia edificante che inneggia alla Napoli dal cuore d’oro, madre e prostituta al tempo stesso: una vicenda di caduta e rinascita che culmina in una solidarietà a forte tinte tra tutti i giovani che non si riconoscono nella brutalità. È anche un atto d’amore nei confronti della musica, la più misteriosa e la più seducente tra le arti, capace di far sorgere l’acqua della speranza anche nel deserto più arido. Ciò che colpisce chi assiste all’allestimento è un’esplosione di energia in cui tutte le figure in scena si spingono al massimo delle proprie potenzialità. I brani scritti da Claudio Mattone – “’A città ‘e Pulecenella”, “Magnifica gente”, “Carcere ‘e mare”, “Niente niente”, “Perzòne perzòne”, “Chiàmmame”, “Zòccole”, “Arrangiàmmoce”, “Io ce credo”, “Quanto tiempo ce vò”, “Scètate scè”, “Stateve accòrte”, “Ajère”, “Parlanno parlanno”, “Cumannà”- fanno ormai parte dell’immaginario collettivo e riescono a strappare applausi anche al pubblico più disincantato. Il ritmo della messinscena è calibrato fin nei minimi dettagli e la sensazione di immediatezza che guida scelte interpretative e movimenti scenici fa sì che i protagonisti diventino immediatamente familiari. Ci si accorge allora come la città del musical sia in fondo il dolceamaro ritrovo di sogni e speranze che si amano ostinatamente e a cui diventa facile abbandonarsi.

Gemma Criscuoli