Antiriciclaggio: questioni di (in)costituzionalità

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Il combinato disposto degli artt. 6 D.Lgs. 231/2001, 2392 c.c., 20 e 41 D. Lgs. 231/2007 pone stringenti problemi di compatibilità del risultante tessuto normativo con il quadro costituzionale vigente.

In estrema sintesi, e con qualche inevitabile approssimazione, dovuta alla necessità di fare chiarezza nell’esposizione, accade oggi che, con riferimento al tema dell’antiriciclaggio, il principio della responsabilità personale non trovi uguale applicazione per tutte le persone, ceteris paribus, all’interno delle imprese. Infatti, ai sensi dell’art. 6 del D. Lgs. 231/01 (che riguarda il tema più generale della responsabilità di impresa) l’imprenditore, e dunque l’amministratore d’impresa, può essere esentato da responsabilità di natura penale se fornisce la prova di avere efficacemente adottato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione, gestione, controllo e sanzione idonei a prevenire la commissione di reati (compresi quelli legati al riciclaggio). E’ sufficiente tale elemento per integrare la fattispecie della manleva giuridica per sé e quella dell’elusione fraudolenta del modello, per altri.  Ciò comporta, altresì, che anche sotto il profilo civilistico (art. 2392 c.c.) gli amministratori d’impresa  possano evitare la responsabilità per i danni causati alla società semplicemente fornendo la prova di aver adottato ed attuato il modello.

Rispetto alle complesse responsabilità giuridiche scaturenti dalla normativa antiriciclaggio, questo quadro generale di manleva per gli amministratori realizza un inopinato trasferimento di imputazioni giuridiche dagli amministratori agli altri operatori d’impresa (i lavoratori dipendenti).

Vediamo in che modo ciò accade, rispetto alla materia dell’antiriciclaggio.

La legge antiriciclaggio non qualifica l’obbligo di segnalazione di operazioni sospette in termini prescrittivi (tipizzando i casi di doverosa segnalazione), ma preferisce definire lo stesso come valutazione discrezionale del rischio riciclaggio. Tale filosofia, mutuata dalla terza direttiva comunitaria,  ascrive tale valutazione al cosiddetto, più generale “rischio d’impresa”, tracciando evidenti affinità tra discrezionalità e rischio d’impresa. Ricordiamo che tali implicazioni connotano tipicamente la figura giuridica di imprenditore, ex art. 2082 c.c.. La scelta comunitaria, condivisibile sul piano teorico, impatta tuttavia in Italia con un quadro legislativo letteralmente stravolto dal Decreto 231/2001.

Ciò si può agevolmente comprendere, ad esempio, considerando quanto disposto dall’art. 20 della Legge antiriciclaggio: l’approccio basato sul rischio associato al tipo di cliente declina e traduce gli obblighi di adeguata verifica della clientela commisurandoli al rischio associato: A) al tipo di cliente (natura giur., attività, comportamento , area geografica di residenza); B) al tipo di operazione (rapporto continuativo, prestazione professionale, ammontare, frequenza, ragionevolezza, area geografica di destinazione del prodotto).

 Tale valutazione del rischio, tuttavia, non rimane in capo all’imprenditore, in persona dell’amministratore; al contrario, essa incombe, mediante una reazione a catena a ritroso, sempre più giù: dalle figure apicali fino all’anello più debole e meno tutelato: l’operatore di front office. Al quale si chiede di assumere un ingiustificato rischio d’impresa nella dimensione della valutazione discrezionale dell’operatività sospetta. Gli obblighi di segnalazione all’UIF (che pure interagisce istituzionalmente solo con la figura del Delegato aziendale), si intensificano ed interpretano (per il principio di tracciabilità della filiera della segnalazione) al punto da porre qualunque operatore bancario e postale (dal cassiere al responsabile di sportello) di fronte al dilemma scaturente dalla discrezionalità amministrativa. E, soprattutto, di fronte alle conseguenti responsabilità di natura penalistica, in caso di omessa segnalazione.

 

La questione è resa ancora più complessa e contraddittoria dalla valutazione d’impatto della normativa di cui sopra sull’assetto normativo giuslavoristico vigente. Se consideriamo che il lavoro dipendente si caratterizza per il vincolo di subordinazione, che da un lato esclude in capo al lavoratore il rischio d’impresa, e dall’altro si connota per l’assunzione di crescenti livelli di

 

discrezionalità/responsabilità  a fronte di crescenti livelli di inquadramento professionale, comprendiamo bene come il coacervo di norme scaturenti dai due Decreti 231 (quello sulla responsabilità d’impresa e quello sull’antiriciclaggio) crei meccanismi distorti e perniciosi di trasferimento di responsabilità.

Fino ai seguenti paradossi: a) che il livello più basso della catena gerarchica all’interno di un’impresa sia anche quello con più elevate responsabilità civili e penali (in termini sia assoluti sia relativi); che, per il principio di “tracciabilità” nella filiera della segnalazione di operazioni sospette, il livello gerarchico più basso (lì dove le direttive dell’imprenditore dovrebbero al contrario comprimere l’ambito di discrezionalità operativa) sia anche quello che assume il rischio giuridico d’impresa per un’eventuale valutazione discrezionale che si traduca in omessa segnalazione.

A questa paradossale situazione giuridica, tutta italiana, occorre rispondere sia con una proposta di modifica legislativa tout court , sia con la proposizione di una questione di legittimità costituzionale per violazione dell’art. 3, da proporre “incidenter tantum” nei giudizi pendenti.

La strada maestra è quella di una proposta di legge che, da un lato, specifichi meglio i soggetti esposti al rischio d’impresa, controbilanciando l’attuale sistema, realizzando cioè l’effetto opposto rispetto a quello portato dal Decreto 231/2001 e, dall’altro, riducendo al massimo la discrezionalità, introduca norme di significato precettivo e cogente, su cui far convergere i comportamenti diligenti richiesti ai lavoratori dipendenti.

La seconda strada ha il vantaggio di non richiedere una preventiva polarizzazione  del consenso parlamentare, e dunque una dispendiosa, se non infruttuosa ricerca di ampie convergenze, potendo ottenere dalla Corte costituzionale un immediato riassetto dei valori in gioco, mediante il giusto riconoscimento dei diversi profili di responsabilità che devono incombere a lavoratori subordinati e imprenditori.

 

                                                                                                                   Avv. Domenico Iodice

                                                                                                                       FIBA CISL