L’UOMO NON E’ NATO PER GODERE MA E’ NATO PER SOFFRIRE

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 Anche se le occasioni per divertirsi non gli mancano, l’uomo non è nato per godere ma è nato per soffrire. E ci riesce benissimo. Se il destino nella parte più infida, non ha avuto ragione di me è perché ho saputo affrontarlo, con l’aiuto di Dio, a testa alta, a denti stretti, a pugni chiusi. Se tanti eventi mi sono stati ostili e la sorte si è accanita contro di me, non mi hanno travolto né piegato. Ho vissuto la guerra da bambino a Napoli, Città martoriata   dalle superfortezze alleate che negli ultimi anni di guerra, la flagellavano con tonnellate di bombe ogni giorno e ogni notte. Come milioni di italiani, ho sofferto anche io la fame. Nel corso della mia vita, sono stato sottoposto a tante prove, alcune sopportabili, altre spietate. Non mi sono mai tirato indietro alle mie responsabilità, non ho mai chiesto aiuto a nessuno, anche perché i miei genitori non mi hanno mai fatto mancare il loro.  Mi proposi da ragazzo di voler fare  il giornalista e il fotoreporter e l’ho fatto.  Nella mia vita, non mi sono mai risparmiato, ma niente mi è stato risparmiato. La mia carriera non è stata facile, anzi in certi momenti difficile, difficilissima al punto che, più di una volta, sono stato tentato di cambiare strada, tentazione alla quale non avrei mai ceduto. Non avrei potuto rinunciare ai miei sogni e sacrificare la mia ambizione al quieto vivere, ai borghesi accadimenti quotidiani.  Sfide e lotte mi sono sempre piaciute e ho combattute anche quelle battaglie che sapevo di perdere. Qualcuna l’ho perduta, ma tante ne ho vinte. Sono le battaglie che ho vinte che mi hanno fatto sentire fiero di essere sceso in campo a volte anche disarmato, contro chi mi aveva dichiarato guerra e mi stava di fronte, pronto a colpirmi con un arsenale ben più fornito del mio. Non mi sono mai fatto illusioni sulle vittorie. Costano, e costano a tutti, sudore, lacrime e sangue. Io, di sangue ne ho “buttato” tanto, ma non mi sono mai dissanguato. Se è vero che il successo è un “impostore”,  è anche vero che , se duramente e onestamente conquistato, è anche un formidabile incitamento a proseguire. L’importante è, che una volta raggiunto, ammesso che si raggiunga, non montarsi la testa, che è il miglior modo di perderla. (sic) Io la testa non me la sono mai montata, mi ritengo semplicemente un artigiano della penna e della macchina fotografica.Ho studiato con volontà di imparare ma non sono stato mai un “secchione”. Ho dato tanto e più di tanto, anche a chi non meritava, nulla ho chiesto e nulla di buono ho avuto da chi ho dato. Errori ne commetto ancora, ma sono errori che commetterei comunque , perché la vita oltre ad essere un gran carnevale in maschera, è piena di incognite e di sorprese. Nelle mie peregrinazioni,  ne ho viste di cotte e di crude, più crude che cotte, sono passato attraverso esperienze in varie culture e se ho tagliato certi traguardi è perché ho dato tutto me stesso al mio lavoro, alla famiglia, a quel giornalismo e a quella fotografia, che sono stati gli scopi principali della mia vita, non sempre facile, in certi momenti difficili, in altri disperati. Se non avessi avuto tali attività, forse sarei già morto, e quando il mio cuore si fermerà, metaforicamente, continuerà a battere per quell’onesto giornalismo e  fotogiornalismo che è stato ed è, alla base della mia esistenza.

Eppure, rimpiango i  vent’anni perché solo i vent’anni hanno le ali. A vent’anni, mi sentivo padrone del mondo, e quando uno si sente padrone del mondo si comporta come se lo fosse finché non subisce i capricci che, forse, capricci non sono, ma scelte fatte da identità invisibili che regolano, senza apparire, ogni attimo della nostra vita. A vent’anni ero pronto a qualunque sacrificio per raggiungere la meta. Ciò, non solo mi spronava ma mi era di stimolo anche il sentiero per raggiungerla e quanto più èra irto di ostacoli, tanto più mi impegnava.

Solo i vent’anni hanno le ali perché nessun ostacolo sembra avere il potere di contrastare la nostra ascesa, di vanificare le nostre ambizioni che, spesso sono solo velleità. A vent’anni, i tuoi  occhi guardano al futuro e le tue orecchie non sono sorde agli adescamenti di ammaliatrici sirene.  Pensi che ogni conquista sia possibile e duratura.  Programmi la vita, le tappe e i tempi per raggiungerle, facendo i conti senza l’oste. Un oste che nessuno conosce e che può  assumere le sembianze più diverse e più strane, esigere sacrifici a cui siamo impari. Poi un giorno, senza che tu te ne accorga, la ruota della fortuna, che è anche la ruota della disgrazia, cambia direzione. Senti che  qualcosa è cambiato o sta cambiando e non sai cosa ti stia succedendo, e tu devi accantonare tante tue chimere.

Le attese, le grandi attese, che danno un senso alla vita e la rendono degna di essere vissuta, scemano. Inizi a fare il bilancio della tua vita e ti accorgi che è un conteggio amaro. Apri  il cassetto dei tuoi  sogni e scopri che ne sono rimasti ben pochi,  la maggior parte, a tua insaputa, sono svaniti.

La tua voglia di successo, questo grande impostore, ha preso altre rotte. La tua mente si volge sempre di più al passato, a quei vent’anni rimasti senza ali.

Puoi continuare  a sognare, ma a che serve? A perdere il contatto con la realtà e a macerarti l’animo, che della realtà ha bisogno per non farsi travolgere dai suoi marosi. E allora che fare? Mai chiudersi in se stessi, mai deporre le armi che restano nel nostro arsenale, ma affrontare senza disonorevoli compromessi le prove più impegnative, facendo tesoro di quelle esperienze e di quella lezione che, una vita ben spesa, devolve ai combattenti e nega agli stolti.

 

Alberto Del Grosso