Tartuffe secondo Pasquale De Cristofaro

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Ottimo concorso di pubblico al Teatro Nuovo di Salerno per la rivisitazione in napoletano del teatro Studio dell’amatissima e dissacrante commedia di Molière. Sugli scudi il protagonista Gianni Pisciotta e il caratterista Antonello De Rosa

Pasquale De Cristofaro con il suo teatro Studio ha presentato, al Teatro Nuovo, “Tartuffo”, una rivisitazione in napoletano del “Tartuffe” di Molière, che continua il suo percorso sull’autore francese dopo la rappresentazione de’ “Il Borghese gentiluomo”. Una compagnia di guitti, quale potrebbe essere “L’eclettica” di “Uomo e galantuomo” di Eduardo de Filippo, viene vomitata sul palcoscenico dal ventre di Napoli, su di una ribalta che potrebbe tanto essere quella del Theatre des Italiens a Parigi, quale quella del teatrino di corte del nostro Palazzo Reale. In “questo nodo avviluppato”, per dirla con Rossini, che è il primo atto di questo “Tartuffo” diverse sono le citazioni di cui ha amato infarcire il testo Pasquale De Cristoforo, da Eduardo, dicevamo di “Uomo e Galantuomo” (la ‘nzogna che ha rovinato il copione originale di Tartuffe, il rifiuto di una tragedia a tinte forti, “Natale in casa Cupiello”), al suo alter ego Pirandello, con “Questa sera si recita a soggetto” e “Sei personaggi in cerca d’autore”, da “La pioggia nel pineto” dannunziana, recitata dal trombone d’accademia spiantato Don Liborio, magistralmente interpretato da Gianni Pisciotta, sino alla fine recherche, sulle rappresentazioni dell’opera molieriana. Infatti, Molière presentò Tartuffe al ventiseienne re di Francia Luigi XIV e alla sua corte nel 1664,  in un momento storico delicato, e lo fece con una satira pungente che non fu gradita agli ambienti conservatori e religiosi della monarchia, tanto che la cosiddetta “cabala dei devoti” ottenne la proibizione della rappresentazione pubblica della commedia. Il 5 agosto del 1667, in assenza del re, la compagnia di Molière (che ormai era diventata compagnia del Re) ripropose al pubblico parigino la commedia, con il titolo di “Panulphe ou l’Imposteur” e con leggeri cambi di nome dei personaggi. Luigi XIV però rinnovò il divieto, al termine di una diatriba che coinvolse anche le autorità religiose. Nella rilettura di De Cristofaro il copione, giunto direttamente da Parigi diviene inservibile e il colpevole della grave disattenzione, Don Asdrubale, al posto di due tragedie shakespeariane invocate da Don Liborio, Macbeth e Hamlet, propone una farsa “Don Liborio creduto medico”, passandola per “Tartuffe”. Ciò che De Cristoforo coglie e sottolinea in questa rilettura, affidata a Gianni Pisciotta, il quale si trasforma nel Dottore, all’eccezionale vis comica di Antonello De Rosa, Don Lorenzo Pigliabene, che dà voce, poi, alla sagace servetta Caterinella, moglie di Lorenzo, un Ciro Girardi, che in poche prove è passato da Luigi il Guappo al servo di Don Pancrazio, personaggio perfettamente interpretato da Felice Avella, unitamente al Don Asdrubale del I atto, affiancato da Carla Avarista, nel doppio ruolo di Wanda Capodaglio, cantante e soubrette, e Donna Laura, padrona di casa ben “curata” dal dottore, e dalla coppia di vita e di teatro, Rosanna Di Palma Maria e la governante Maria, unitamente stesso regista e autore che ha vestito ancora una volta la macchia nera di Pulecenella Citrulo; è la straordinaria novità dell’opera di Molière, ovvero d’essere un dramma metateatrale. L’ipocrita “Tartuffe”, il tubero, è etimologicamente, hypocrités, cioè un grandioso attore e il dramma, pur non perdendo mai un attimo in tensione morale, è soprattutto e paradossalmente un dramma sull’arte scenica. Tartuffe, il dottore si inoltra nella recita di se stesso senza rinunciare a nessuna delle componenti dell’arte interpretativa: la parola e il gesto, in una performance dalla ricchezza sorprendente, secondo espedienti di una secolare comicità gestuale, che il comico di parola s’incarica di potenziare al massimo e di rendere sinistramente profonda. Applausi scroscianti per l’intera compagnia e appuntamento per il Teatro Studio con il pirandelliano “Il fu Mattia Pascal”.

Olga Chieffi

 

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