Sorrento, Fiorentino contro la festa del 150enario di Unita Italia. Qui si esalta il fascismo

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Qualche giorno fa ho avuto modo di ricevere in dono l’Agenda 2011 pubblicata da questa Amministrazione in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Devo in primo luogo complimentarmi per la scelta di omaggiare in tal modo questa straordinaria ricorrenza: l’idea di celebrare questo evento con un’agenda, da distribuire agli studenti, che ripercorre le tappe fondamentali della nostra storia recente, la considero una trovata originale, “azzeccata” e molto efficace rispetto all’obiettivo da perseguire, cioè rendere in qualche modo caro e familiare alle nuove generazioni la storia della nostra Italia, che la cronaca recente e la recente trama politica tende ad offuscare. Ho avuto modo di apprezzare, oltre alla ricchezza dei particolari e al gran numero delle vicende storiche ricostruite, anche l’utilizzo di una colorata vignettistica che rende sicuramente piacevole e leggera la lettura da parte dei ragazzi a cui è stata distribuita. Tuttavia devo rilevare un aspetto che mi ha lasciato oltremodo scettico e sconcertato. Ciò in onore della grande responsabilità, assunta dalla S.V, al momento della scelta di ricostruire delicati momenti storici con un fine chiaramente ed inevitabilmente didattico, civico, educativo. Una delle pagine più importanti, più delicate e più tragiche della storia moderna, ovvero il ventennio della dittatura fascista, è trattato grossolanamente e sommariamente in appena 10 righe, riservandogli il misero spazio di una sola pagina, rispetto a vicende e ricostruzioni i cui particolari si snocciolano, per dirla con un gioco di parole, per intere settimane. Ma ciò che più mi ha lasciato scettico e amareggiato è la ricostruzione faziosa del periodo fascista, che dal testo somministrato, appare epoca di grandi opere, ammodernamento e progresso, quasi che una sorta di rimpianto trapeli dalle pagine contagiando il lettore. Per chiarire ciò che intendo riporto integralmente il testo dell’agenda a pag. 10 settembre: “Durante il ventennio fascista si realizzarono numerose opere tese a celebrare il nuovo corso autoritario e a modernizzare l’Italia. Si registrò un aumento dell’urbanizzazione e dell’occupazione sia nell’industria che nel terziario. Per ridare slancio all’economia dopo la crisi economica del 1929 e ridurre il gran numero dei disoccupati si diede il via ad un imponente piano di lavori pubblici con opere di grande impatto sociale come la bonifica dell’agro pontino e la fondazione di due nuove città Sabaudia e Littoria”. Si dimenticano di ciò che è capitato a tanti Italiani per il solo fatto di avere idee diverse: assassinati, imprigionati, picchiati, malmenati, licenziati e discriminati. Dalla lettura di questo testo i giovani che si approcciano alla storia non possono che percepire il senso di modernità, di ricchezza, di felicità che ha pervaso questo ventennio. Un’immagine del tutto distorta, totalmente falsa di un periodo che nulla ha a che fare con l’appartenenza a uno schieramento politico o ad un altro. E’ stato il periodo più buio e disastroso che la storia d’Italia possa ricordare, un periodo in cui la libertà di scelta, di espressione, le libertà fondamentali, la democrazia, sono state soffocate e dichiarate fuorilegge da un clima di terrore, di odio razziale, dall’imposizione, dalla manipolazione della volontà. Dalla dittatura nazifascista, che è sempre la più grande sconfitta per l’uomo e per la società. Così come nulla viene detto sulla responsabilità personale di Mussolini in ordine al delitto Matteotti. Si dimentica del contributo che la lotta partigiana ha dato per la liberazione dal Nazifascismo. De Gasperi, Pertini, Gramsci, Sturzo, Terracini, Salvemini sono solo alcuni degli esponenti che hanno subito la prepotenza della dittatura. Eppure l’importanza della memoria storica e della ricostruzione anche solo cronologica assume rilevanza unica. Vorrei ricordare a me stesso e a chi legge un periodo del libro scritto da Alcide Cervi dal titolo “I miei sette figli” con la prefazione di Sandro Pertini:

“Io vorrei farvi sentire che cos’è avere ottanta anni, aspettarsi la morte da un momento all’altro, e pensare che forse tanto sacrificio non è valso a niente, se ancora odio viene acceso tra gli italiani. Che il cielo si schiarisca, che sull’Italia torni la pace e la concordia, che i nostri morti ispirino i vivi, che il loro sacrificio scavi profondo nel cuore della terra e degli uomini. Allora sì, mi sarò guadagnato la mia morte, e dopo potrò dire alla madre dolce e affettuosa alla sposa mia adorata: la terra non è più come quando tu c’eri, sulla terra si può vivere e non solo morire di crepacuore. E ai figli dirò: l’Italia vostra è salva, riposate in pace, figli miei”. (Alcide Cervi)

Perché si tace su molti dei più neri interventi del Duce? Il fascismo fin dall’inizio radicalizza le sue posizioni censurando sempre di più la libertà di opinione e incendiando le sedi sindacali e dei giornali distruggendo anche quelle di partito e imponendo il carcere a vita ai dirigenti antifascisti, perseguendo coloro che criticano il governo, esprimendo opinioni diverse dal pensiero ufficiale. Ai media (al tempo di fatto solo radio e carta stampata) venne imposto di parlare il meno possibile di fatti di cronaca nera e di crimini in genere e, in quei casi in cui fosse stato impossibile omettere la notizia, era chiesto di minimizzarla il più possibile. Questo serviva per garantire un falso senso di sicurezza nell’opinione pubblica, che percepiva l’assenza di notizie di questo tipo come l’assenza del tipo di atti a cui si riferivano. Con la cosiddetta riforma elettorale viene abolito il voto segreto: alle elezioni ci si deve esprimere con un sì o con un no alle proposte del governo, scegliendo una scheda del “sì” che all’esterno è tricolore, oppure una scheda del “no” che è tutta bianca. L’aspetto più vistoso della violenza fascista contro gli oppositori si manifesta con le famose manganellate e la costrizione a bere un’abbondante dose di olio di ricino, che causava in qualche caso una violenta disidratazione del corpo (l’olio di ricino, usato come strumento di tortura e punizione, fu introdotto da Gabriele d’Annunzio durante l’occupazione di Fiume e poi ripreso dal fascismo). Le carceri erano piene di antifascisti. Infatti la polizia politica, l’OVRA è attivissima contro gli antifascisti che vengono giudicati e condannati da un tribunale speciale. Sono proibite le riunioni di più di tre persone sia nei luoghi di lavoro che nei ritrovi pubblici (questo era già proibito formalmente dallo Statuto Albertino, ma largamente tollerato). Con l’emanazione delle leggi razziali del 1938, gli ebrei sono esclusi da incarichi pubblici, viene loro proibita la proprietà terriera oltre i 50 ettari e viene imposta la separazione razziale nella scuola ed il divieto di iscriversi all’università, ad eccezione delle famiglie dei caduti o per altri meriti speciali. Se in un primo tempo vengono definiti “ebrei” solo i figli di genitori entrambi di origine ebrea, dopo pochi mesi dall’emanazione delle leggi la definizione viene estesa anche ai figli di matrimoni misti sospettati di seguire la religione o le usanze ebraiche. Le leggi razziali fasciste che assomigliano tanto alla propaganda e leggi naziste, sono un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi (leggi, ordinanze, circolari, ecc.) che vennero varati in Italia fra il 1938 e il primo quinquennio degli anni quaranta, inizialmente dal regime fascista e poi dalla Repubblica di Salò, rivolti prevalentemente – ma non solo – contro le persone di religione ebraica. Per la legislazione fascista era ebreo chi era nato da genitori entrambi ebrei oppure da un ebreo e da uno straniero oppure da una madre ebrea in condizioni di paternità ignota oppure chi, pur avendo un genitore ariano, professasse la religione ebraica. Sugli ebrei venne emanata una serie di leggi discriminatorie. La legislazione fascista ammise tuttavia la discussa figura dell’ebreo “arianizzato”, (allora fu usato il termine improprio “discriminato”) ovvero dell’ebreo che avesse particolari meriti: militari, civili o politici. Agli ebrei arianizzati le leggi razziali furono applicate con alcune deroghe e limitazioni. La legislazione antisemita comprendeva: il divieto di matrimonio tra italiani ed ebrei, il divieto per gli ebrei di avere alle proprie dipendenze domestici di razza ariana, il divieto per tutte le pubbliche amministrazioni e per le società private di carattere pubblicistico – come banche e assicurazioni – di avere alle proprie dipendenze ebrei, il divieto di trasferirsi in Italia ad ebrei stranieri, la revoca della cittadinanza italiana concessa a ebrei stranieri in data posteriore al 1919, il divieto di svolgere la professione di notaio e di giornalista e forti limitazioni per tutte le cosiddette professioni intellettuali, il divieto di iscrizione dei ragazzi ebrei – che non fossero convertiti al cattolicesimo e che non vivessero in zone in cui i ragazzi ebrei erano troppo pochi per istituire scuole ebraiche – nelle scuole pubbliche, il divieto per le scuole medie di assumere come libri di testo opere alla cui redazione avesse partecipato in qualche modo un ebreo. Fu inoltre disposta la creazione di scuole – a cura delle comunità ebraiche – specifiche per ragazzi ebrei. Gli insegnanti ebrei avrebbero potuto lavorare solo in quelle scuole. Infine vi furono una serie di limitazioni da cui erano esclusi i cosiddetti arianizzati: il divieto di svolgere il servizio militare, esercitare il ruolo di tutore di minori, essere titolari di aziende dichiarate di interesse per la difesa nazionale, essere proprietari di terreni o di fabbricati urbani al di sopra di un certo valore. Per tutti fu disposta l’annotazione dello stato di razza ebraica nei registri dello stato civile. A qualsiasi schieramento politico si  appartenga, non può negarsi che il periodo fascista sia quello che abbia avuto una maggiore influenza sulla storia dell’Italia e moderna ed influenzato maggiormente il sistema politico e sociale dei tempi moderni. Credo che scelta più saggia ed acuta sarebbe stata quella di eliminare qualche vignetta e lasciare qualche riga in più anche nella ricostruzione degli aspetti più tragici del ventennio, al fine di lasciare ai giovani il libero arbitrio di farsi una propria idea sulla nostra storia e di operare di conseguenza. Un occasione si può cogliere il prossimo 25 aprile. Vorrei concludere con  questa frase di Antonio Gramsci (morì alle ore 04.10 del 27 aprile 1937 dopo anni di dura prigionia), che fa parte del testo di una lettera scritta alla propria madre dal carcere, mentre il Tribunale Speciale lo condannava : “Vorrei, per essere proprio tranquillo che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo qualunque condanna siano per darmi. Che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa situazione. Che in fondo la detenzione e la condanna le ho volute mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. Che perciò io non posso che essere tranquillo e contento di me stesso. Cara mamma, vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini. Per i proletari è un dovere non essere ignoranti.” –  (Antonio Gramsci  – 10 maggio 1928)

Rosario Fiorentino – Presidente Commissione Trasparenza Comune Sorrento