La figlia-cronista del meccanico ucciso. «Se qualcuno ha visto qualcosa parli»

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NAPOLI – «Mio padre è morto con le mani sporche di grasso. Stava cambiando l’olio ad una moto, poco prima che arrivassero gli assassini. Era un lavoratore, aveva sempre le mani tra le moto e gli attrezzi. Io penso, che non si possa morire in questo modo così feroce». Con voce singhiozzante Mary Liguori ricorda il padre Vincenzo, 57 anni, titolare dell’officina meccanica di via San Giorgio Vecchia a San Giorgio a Cremano dove ieri sera è stato ucciso da un proiettile vagante destinato a un’altra persona, vero obiettivo dei sicari. Mary Liguori collabora nella zona vesuviana per il quotidiano Il Mattino. Ieri sera ha scoperto, arrivando in via San Giorgio Vecchia che una delle due vittime dell’agguato, segnalategli dalla redazione di via Chiatamone a Napoli, era il papà. Con un filo di voce la giornalista rivolge un appello: «Mio padre e tutte le vittime innocenti di camorra meritano giustizia. Chi ha visto qualcosa, chi sa lo dica, si rivolga alla magistratura o alle forze dell’ordine ma collabori. Mio padre era una persona perbene».

Il Mattino di Napoli

scelto da Michele PappacodaNAPOLI (15 gennaio) – Scrivo questo articolo perché me lo ha chiesto mia madre che in questo momento, forse più di me, crede nel potere dei mezzi di comunicazione. Mia madre spera che un appello possa smuovere le coscienze di testimoni che hanno visto il marito morire da innocente. «Chi sa parli, collabori con i carabinieri, ci aiuti a fare giustizia», dice mia madre. Faccio mio quest’appello e non da giornalista, ma da figlia. La figlia di un uomo che ha cominciato a fare il meccanico ad appena otto anni ed è morto mentre lavorava. Quando i killer sono entrati nell’officina, per scovare l’uomo che cercavano e trucidarlo, mio padre stava cambiando l’olio ad un motorino. È morto lavorando, mio padre. Ed è morto per errore, perché si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Era un uomo onesto, che amava vivere in disparte, stare lontano dai riflettori.

Oggi si ritrova sui giornali, vittima inconsapevole di una violenza inaudita e noi non possiamo che sperare che un giorno si trovino i suoi assassini, che la giustizia possa prevalere sull’omertà. Quante volte, da giornalista, ho raccolto appelli del genere: familiari di gente ammazzata che si aggrappano alla speranza della giustizia, pur sapendo che nulla farà tornare in vita il proprio caro.

Oggi tocca a me e alla mia famiglia fare i conti con questo sentimento. Posso solo dire che sto vivendo un incubo, il peggiore degli incubi. Per anni i cronisti come me coltivano il sogno della firma in prima pagina, oggi mi è toccato finirci nel modo più orrendo, quello che mai avrei voluto e nemmeno lontanamente immaginato.

Sento intorno a me tanta solidarietà: i colleghi giornalisti, i fotografi, i rappresentanti delle forze dell’ordine. Il Prefetto di Napoli mi ha inviato un telegramma, che mi ha molto colpito. Ripenso a quello che mi diceva sempre mio padre: «Non importa il lavoro che fai né quanto ti pagano, l’importante è che ti piaccia davvero». So di non essere sola, ma so anche di essere molto più debole senza di lui.

Spesso, dinanzi alla prospettiva di andare via da qui, mi sono risposta: che andassero via gli altri, quelli violenti, quelli che hanno reso questa città invivibile! Perché dovrei essere io ad abbandonare il campo? Io faccio la giornalista anche per cercare di cambiare le cose, per migliorarle. Oggi ci credo un po’ meno, mi chiedo se vale ancora la pena lottare. Ma un secondo dopo mi rispondo che sì, vale la pena. Devo farlo per mio padre, per mio marito che il suo papà l’ha perso appena un anno fa, per i miei fratelli. E per mia madre che, tramite me, vi dice: «Chi ha visto, parli».