COSTA D´AMALFI – BALLIAMO PER NON PENSARE (SUL "PONTE" DEL TITANIC)

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COSTA D’AMALFI – A CAPODANNO GRANDE DENSITA’ DI FESTE CON UN TEATRO SBAGLIATO – Mi rendo conto che la notte che separa l’ultimo giorno dell’anno dal primo sia un momento nel quale, tradizionalmente, ci si abbandona ai festeggiamenti e che provare a riflettere proprio in quel frangente sia molto impopolare. Non vorrei quindi passare per fastidioso anticonformista, ma ho trovato, personalmente, davvero di pessimo gusto celebrare una festa danzante proprio nella piazza teatro di una avvilente tragedia solo qualche mese fa. Che ai politici locali e/o nazionali freghi niente della morte di una giovane e della distruzione di un meraviglioso borgo, non stupisce nessuno, lo sappiamo. Qualcuno di questi è anche venuto sui luoghi, ha assunto un’espressione sufficientemente compunta, ha recitato il solito rosario di promesse e cordoglio e poi è sparito. Come da tradizione, questa sì, inespugnabile. Quello che stupisce è l’insensibilità della gente locale, che non chiede un momento di silenzio e non sa rinunciare, nemmeno simbolicamente, per una volta sola, alla confusione della musica e dei botti, per dare un segnale di rottura. E’ vero, qualche iniziativa è stata celebrata: le messe, le commemorazioni, la beneficenza, una misura adeguata per dare una ramazzata collettiva alla coscienza polverosa, un placebo per potersi ritrovare tutti in perfetta forma a brindare all’anno nuovo. Tuttavia, per la drammaticità dell’evento, per il suo impatto mediatico e per la durata dello stesso, questi non può essere rimosso con tale leggerezza; nella memoria collettiva, passando per gli occhi di chi ha visto, lo spazio fisico di quella piazza, oggi è ancora, simbolicamente, il teatro di un evento luttuoso. Per questo motivo ritengo sia stata un’operazione poco felice, provare a sovrapporre a quelle immagini di disperazione, quelle di una festa. I luoghi e ciò che rappresentano, anche in maniera temporeanea, pretendono rispetto. Inoltre nel caso specifico, si tratta tra l’altro, vorrei ricordarlo, di un comune che solo un anno fa, più o meno per motivi simili, subiva un’altra incredibile tragedia, ma un anno è un’eternità e quella trattasi di morte rimossa dalla memoria oramai.

In una delle scene più significative del film “32 Dicembre”, scritto e diretto da Luciano De Crescenzo, Cannavale che cercava la centomila lire per i botti dell’ultimo dell’anno, veniva redarguito dal saggio Pazzaglia: “Voi siete disoccupato e volete festeggiare?” gli diceva davanti ad una piccola folla al bar. Ma Cannavale non cedeva, non si faceva capace. Voleva sparare per farsi sentire dal suo Dio distratto. E’, in sostanza, quello che facciamo anche noi. Forse, si festeggia proprio per non pensare a tutti i problemi della nostra terra? Mi sono chiesto cercando giustificazioni, provando a rientrare nella conformità delle cose. Si festeggia per voltare pagina e per dimenticare un anno che ogni anno è sempre disgraziato e augurarsi che il prossimo sia migliore; è questa la risposta esatta, quella più popolare che lo stesso personaggio di Cannavale, in fondo, avrebbe sostenuto.

Per ragioni anagrafiche non posso saperlo con esattezza, ma è probabile che i giovani oggi danzino proprio per dimenticarsi di pensare o per non farlo affatto, che la musica e i botti siano una sorta di anestetico potentissimo che li distrae da ogni problema, da ogni incertezza sul loro futuro. E i “grandi” organizzano gli eventi per voltare la pagina del passato, distraendosi a loro volta dalle cose delle quali dovrebbero occuparsi sul serio (anzi, in realtà, avrebbero già dovuto occuparsi), di cui forse si stanno occupando ma magari no, perché non c’è tempo e non ci sono mai i soldi.

La pratica poi di ballare l’ultimo dell’anno, infine, è talmente nazionalpopolare e viene così apprezzata che adesso qui da noi viene perpetrata con esuberante densità: tre feste in meno di tre chilometri in linea d’aria, forse in virtù di un ottimista calcolo sul numero di popolazione residente, ospite e, aggiungerei, danzante. Suona, dunque, forte la musica in costa d’Amalfi ed ognuno danza sul suo ponte come passeggeri di un nostro mini-Titanic personale in fase di perenne affondamento. Suona in virtù dell’intramontabile dottrina del “chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato”. Che, sciaguratamente, da queste parti torna, periodicamente, ad essere l’unica filosofia di vita.

Christian De Iuliis

www.christiandeiuliis.it