Nasce l´assemblea degli Stati preunitari

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 Salve a tutti, 

Si avvicina sempre di più il 150mo anniversario dell’unita(?)d’Italia, e nell’attesa di tale data sono sempre più numerosi i malcontenti di persone e movimenti che reclamano una giusta revisione storica di quello che realmente è accaduto dopo il 1860. Nel giorno del 4 dicembre del 2010 è nata un’assemblea degli stati preunitari, cioè quei stati sovrani che preesistevano all’indomani dell’unità. tra gli attori dell’assemblea i Serenissimi di Luigi Faccia e i Napolitanisti di Antonio Pagano (sudista al Nord che vive a Torri di Quartesolo), tra i promotori del libero Stato di Napolitania) vogliono riportare la mappa dei confini politici ad un secolo e mezzo fà. http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Cronaca/206910__campani_e_veneti_lunit_ditalia_una_fregatura/

Ho trovato interessante l’intervento di Antonio Pagano che tramite l’amico Antonio Iannacone mi ha permesso di pubblicarlo.

Discorso tenuto dal Dott. Antonio Pagano.

Vicenza, 4 dicembre 2010, Sala Conferenze dei Chiostri di Santa Corona
Assemblea degli Stati preunitari


Innanzitutto un breve accenno alla parola Napolitania.
Il nome Napolitania è sempre stato riferito a quella parte di territorio del Sud Italia che per circa 700 anni era identificata come Regno di Napoli e che comprende l’Abruzzo, il Molise, la Campania, la Puglia, la Basilicata e la Calabria.
Scopo di questa conferenza stampa è quello di dar vita ad un’Assemblea degli Stati preunitari che, prendendo spunti dalla passata esperienza storica, possa dare impulso alla nascita di un nuovo pensiero politico che superi il degrado dell’attuale politica italiana ed europea che ha bloccato il senso dell’umanità nel cammino dei popoli, resi succubi solo al dio denaro.
Per maggior comprensione delle motivazioni che hanno portato alla nascita di questa Assemblea è necessario illustrare cosa è veramente avvenuto nel passato a noi più prossimo e svelare anche cosa è stato volutamente nascosto. Tale analisi ci svelerà la malizia del presente.

SITUAZIONE DELLA NAPOLITANIA PRIMA E DOPO L’ANNESSIONE
Prima dell’annessione
La Napolitania, parte continentale dell’ex Regno delle Due Sicilie, all’atto dell’invasione piemontese, rispetto agli altri Stati europei era considerata per ricchezza, cultura e condizioni sociali tra i primi Stati d’Europa. Ancora oggi, tuttavia, si continua ad affermare che la Napolitania era economicamente arretrata rispetto all’area lombardo – piemontese. Questo non era possibile per una sola considerazione:
gli Stati preunitari del Nord erano troppo piccoli perché potessero dare vita ad uno sviluppo industriale consistente, non solo perché non avevano capitali, ma anche perché non avevano un mercato di dimensioni considerevoli come lo era quello napolitano, il quale, inoltre, aveva un’ottima flotta mercantile che gli permetteva di avere rapporti commerciali con tutto il mondo. La consultazione dei registri navali dell’epoca dei porti di Napoli e di Genova dimostrano, senza ombra di dubbio, la reale differenza tra i commerci napolitani e quelli piemontesi.

In Piemonte il sistema sociale ed economico era assai mediocre. Vi erano solo alcune Casse di risparmio e le istituzioni più attive erano i Monti di Pietà. Insomma esistevano solo delle piccole banche e banchieri privati, generalmente d’origine straniera, che assicuravano il cambio delle monete al ridotto mercato piemontese. In Lombardia non c’era alcuna banca d’emissione e le attività commerciali riuscivano ad andare avanti solo perché operava la banca austriaca. Tutto questo già da solo dovrebbe rendere evidente che prima dell’invasione della Napolitania, nel Nord della penisola italica non vi potevano essere solide industrie, né vi poteva essere una grande attività economica, né che i suoi abitanti erano ricchi ed evoluti, come afferma la storiografia ufficiale. Significativo il fatto che il regno savojardo, quando costruì la sua prima linea ferroviaria, acquistò le locomotive prodotte dalle officine di Pietrarsa a Napoli.

La politica industriale napolitana era stata insomma lungimirante e coerente, anticipando di un secolo in Italia, la formula dell’iniziativa pubblica nell’industria, senza peraltro avvantaggiare le industrie statali che erano sempre in concorrenza con le iniziative private. Lo sviluppo industriale del Regno, vale a dire il trasferimento di risorse dal settore agricolo al settore industriale, non avvenne, infatti, per opera di privati come negli altri Stati (grossi proprietari terrieri, come in Inghilterra, o Banche, come in Germania), ma per diretto intervento dello Stato, che tuttavia fu anche coadiuvato da imprenditori privati con capitali agrari, commerciali, bancari e di paesi esteri già sviluppati.

Per quanto riguarda il territorio continentale, gli addetti alle grandi industrie, escludendo in pratica tutte le attività meramente artigianali o in ogni caso non impieganti meno di 5 addetti, erano 210.000 in quasi 5.000 opifici e costituivano circa il 7% della popolazione attiva. Essi rappresentavano il 43,97% del totale dell’Italia, vale a dire che su 3.072.245 occupati nelle industrie (manifatturiere) censiti in tutta Italia, 1.350.904 riguardavano gli Abruzzi e il Molise, la Basilicata, la Calabria, la Sicilia, la Campania (compreso Benevento, appartenente allo Stato pontificio) e le Puglie. Nei territori che diventeranno poi il “triangolo industriale” (Piemonte, Liguria e Lombardia) gli occupati censiti risultavano essere il 25,89% del totale in Italia, cioè poco più della metà della consistenza nella Napolitania. In pratica nella Napolitania, con una popolazione di circa 7,500.000 abitanti (cioè il 42% della popolazione dell’intera Italia), vi era il 44% di tutti gli addetti alle manifatture d’Italia, dei quali il 30% nella sola Campania. Da evidenziare che la Lombardia da sola aveva poco più del 60% di industrie di tutto il Nord.

Inoltre, il capitale investito nella sola industria napolitana si poteva valutare intorno ai cento milioni di ducati e dava utili che raggiungevano in numerosi casi il 15 o 20 %, con una media dell’8% circa. Il reddito era di poco superiore a quello medio italiano, per un totale di 275 milioni di ducati l’anno. Per quanto riguarda la vita economica bisogna dire che i prezzi erano molto stabili ed il Governo era sempre attento a garantire sia un’attività produttiva redditizia, sia paghe adeguate all’insieme sociale ed economico.
Il settore agricolo, aumentata del 120% la sua produttività negli ultimi 40 anni, dava un’eccedenza di risorse alimentari che erano così disponibili sia per la manodopera dell’industria, sia per l’aumento della popolazione. La Napolitania aveva dunque una forte economia, una stabile e solida moneta e una veramente ottima flotta mercantile e militare. La Marina Mercantile napolitana, la terza in Europa con oltre 9.800 bastimenti, aveva avuto un forte sviluppo perché aveva dovuto soddisfare le crescenti esigenze dei trasporti commerciali, che dai registri doganali dell’epoca erano valutati per circa 500.000.000 di ducati tra import ed export. Nel Regno esistevano allora circa quaranta cantieri navali di una certa rilevanza, ove erano varati nell’anno una media circa 50 navigli di vario tipo.

Dopo l’annessione

Le prime rivolte contro gli invasori garibaldeschi e piemontesi iniziarono immediatamente proprio con la farsa dei plebisciti. Fu una vera e propria guerra di resistenza che durò oltre dieci anni, durante i quali le truppe piemontesi compirono tanti delitti e tali distruzioni che non si erano mai visti in alcun’altra guerra. Le forze militari impegnate dai piemontesi furono di circa 120.000 uomini, ai quali vanno aggiunti 90.000 militi della collaborazionista guardia nazionale. Queste forze, verso il 1865, assommavano a circa 550.000 uomini.
Dopo la resa di Gaeta intere zone della Lucania, della Calabria, delle Puglie e degli Abruzzi si erano liberate dei presidii piemontesi ed avevano innalzato i vessilli napolitani. I piemontesi nel ritirarsi compivano rappresaglie su civili inermi.

Nell’aprile del 1861 si formarono volontariamente i primi grossi gruppi di resistenza comandati da Carmine Crocco, detto Donatello, Nicola Summa, detto Ninco Nanco, Domenico Romano, detto il sergente Romano, che liberarono centinaia di paesi. La reazione piemontese fu immediata e spietata.
Per ordine del generale Cialdini interi paesi furono distrutti a cannonate e chi si opponeva in qualsiasi modo all’occupazione era fucilato all’istante. Indicativo quanto avvenne il 14 agosto del 1861 a Pontelandolfo e Casalduni, ove, allo scopo di terrorizzare le popolazioni, vi furono saccheggi, violenze, stupri, l’intero paese completamente raso al suolo. Vi furono oltre un migliaio di morti.
Alcuni furono trucidati nel modo più barbaro, con le teste mozzate poi esposte agli ingressi dei paesi come monito. I generali piemontesi, come Cialdini e tanti altri, furono dei veri e propri criminali di guerra, ma lo Stato “italiano” ancora oggi li venera come “eroi”.
Dai dati ufficiali piemontesi, per la maggior parte incompleti per ragioni di segretezza, risulta che nel solo 1862 i paesi napolitani rasi al suolo furono 37, i fucilati furono 15.665, i morti in combattimento circa 20.000, incarcerati per motivi politici 47.700, le persone senza tetto circa 40.000. Ma nonostante l’impari lotta di un popolo male armato e scoordinato, costretto ad una vita difficilissima nelle valli e tra i monti, la guerriglia diventò sempre più fiera, tanto che nel 1863 il re savojardo valutò la possibilità di abbandonare i territori conquistati. Fu emanata invece la legge Pica che autorizzava
fucilazioni istantanee per semplici sospetti senza alcun processo. In tal modo la repressione continuò più ferocemente. I numerosi gruppi della resistenza napolitana con velocissime incursioni attaccavano ovunque i rifornimenti militari, le colonne militari, distruggendo i collegamenti telegrafici e postali.
Ma era una guerra impari e destinata all’insuccesso perché senza alcun aiuto esterno sia politico che militare.

Nel frattempo tutti i macchinari industriali utili erano stati trasferiti al Nord, il resto fu distrutto con determinazione e per cause belliche. Nel1862 i maggiori opifici tessili napolitani cessarono la produzione e così le cartiere, le ferriere della Calabria, le concerie. Solo alle ditte lombardo-piemontesi furono assegnati, i lavori pubblici nelle province napolitane. La solida moneta napolitana d’argento e d’oro fu sostituita da quella cartacea piemontese. L’economia meridionale ebbe così un crollo verticale e la disoccupazione si aggiunse al dramma della guerriglia.
Nel 1863 il debito pubblico piemontese fu unificato con quello di tutto il resto d’Italia. La Napolitania “liberata” ne sopportò tutte le spese. Da quell’anno incominciò l’emigrazione, che in pochi anni diventò una vera e propria diaspora.
Nel 1864 furono espropriati e venduti tutti i beni ecclesiastici e demaniali napolitani, il cui ricavato fu usato per il rilancio dell’agricoltura della Valle Padana. È di quell’anno lo scandalo delle speculazioni Bastogi nella costruzione delle ferrovie napolitane. Intanto in Sicilia, per catturare i renitenti alla leva, interi paesi erano circondati e privati dell’acqua potabile. I renitenti trovati, oppure i loro parenti, erano fucilati come esempio. Interi boschi, di estese dimensioni, furono bruciati perché i “briganti” non avessero più la possibilità di rifugiarvisi.
Nel 1865 fallirono quasi tutte le fabbriche napolitane, perché senza più commesse. In quell’anno il carico fiscale fu aumentato dell’87%, ma il denaro così drenato fu tutto speso al Nord. Soprattutto quello tratto dall’agricoltura napolitana che finanziò le nascenti imprese industriali del Piemonte edella Lombardia.
Nel 1866 anche in Sicilia si ebbero violentissime sommosse. Palermo scacciò i piemontesi, ma fu ripresa a seguito di un feroce attacco da parte di migliaia di soldati savojardi sbarcati con numerose navi da guerra. Oltre ai duemila morti causati dalle cannonate in un solo giorno, si ebbero poi in tutta la Sicilia, nel giro di circa una settimana, 65.000 morti per il colera portato dalle truppe piemontesi.
Diventarono sistematiche la pratica della tortura e le ritorsioni sulla popolazione inerme, con stragi d’interi villaggi e la distruzione dei raccolti per affamare i paesi dove era più forte la resistenza legittimista.

La guerra di repressione, che dopo 12 anni determinò la definitiva conquista piemontese, costò alla Napolitania circa ottocentomila di morti, 54 paesi rasi al suolo, 500.000 prigionieri politici, l’intera economia distrutta e la diaspora di molte generazioni. Il Piemonte ebbe il doppio dei morti che aveva avuto in tutte le sue sedicenti guerre d’indipendenza.
Eppure un’altra Italia sarebbe stata possibile, ma il pretesto dell’unità italiana fu usato dal governo savojardo come alibi per una politica di conquista, mentre già ci si avviava per una diversa strada di unificazione, pacifica e consensuale, che era iniziata con una lega doganale e si sarebbe conclusa con una unione federale. Il “risorgimento”, infatti, non fu espressione di una rivolta popolare per il suggestivo ideale dell’unità italiana, ma fu un’invenzione, una propaganda bellica che aveva lo scopo di nascondere le vere intenzioni della classe dirigente savojarda che mirava ad impossessarsi e a colonizzare il resto della penisola. La parola “risorgimento” si deve riferire, infatti, solo a quel piccolo Stato, corrotto e pieno di debiti, quale era il Piemonte, “usato” e reso servo a sua volta delle logge massoniche internazionali.

Queste menzogne furono elaborate nei vari “Congressi degli scienziati” e servirono anche a coprire le reali intenzioni dell’Inghilterra e della Francia che volevano modificare l’assetto politico europeo a loro vantaggio. I protagonisti del “risorgimento” demonizzarono e misero in ridicolo qualsiasi cosa riguardante la Napolitania. Classiche le menzogne di Gladstone. Nel contempo si guardavano bene dal raccontare le brutalità e i delitti della guerra d’annessione e definirono «brigantaggio» la lunga ed eroica guerra di resistenza fatta dal popolo napolitano contro l’invasione piemontese.
La propaganda savojarda fu così pregnante che, dopo gli avvenimenti, il nuovo Stato «italiano», non potendo delegittimare se stesso rivelando la verità degli avvenimenti, ha dovuto trasformare il «risorgimento» in una religione di Stato, consacrando “eroi” quei criminali di guerra come Cialdini, Garibaldi e numerosi altri, ai quali sono stati dedicati monumenti, strade, piazze e caserme. Un esempio classico di come la storia è sempre scritta dal vincitore. Il vincitore in questo caso, divenuto Stato “italiano”, continua a diffondere da oltre un secolo le menzogne risorgimentali, rimanendo di fatto “piemontese” e mai “italiano”. Soprattutto mai considerando la Napolitania facente parte dello Stato.

Numerosi scrittori hanno rappresentato le pessime condizioni economiche e sociali del territorio della Napolitania all’atto dell’annessione, ma tale situazione si era verificata dopo l’invasione piemontese ed essi, invece, ne attribuirono le colpe all’amministrazione borbonica. Menzogne che sono state e continuano tutt’oggi ad essere insegnate come storia ufficiale. Tuttavia bastano poche considerazioni per smentire questo luogo comune.
Avvenuta la conquista di tutta la penisola, infatti, i piemontesi, immediatamente, misero le mani su tutte le riserve di denaro esistenti nelle banche degli Stati appena conquistati. A seguito dell’occupazione fu impedito al Banco di Napoli di rastrellare dal mercato le proprie monete d’oro per trasformarle in carta moneta, mentre ciò veniva consentito solo alle banche piemontesi. Il divieto fu posto per il semplicissimo motivo che le banche napolitane, ritirando le monete d’oro in circolazione, avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni diventando così le padrone di
tutto il mercato finanziario italiano.
Quell’oro, invece, con nascoste manovre, passò nelle casse della Banca Nazionale degli Stati Sardi (azienda di credito privata, che divenne, dopo qualche tempo, la Banca d’Italia) e fu utilizzato per la costituzione di imprese al nord tramite il finanziamento operato da banche, per l’occasione subito costituite, socie della Banca Nazionale Sarda: Credito mobiliare di Torino, Banco sconto e sete di Torino, Cassa generale di Genova e Cassa di sconto di Torino.
Queste rapine, e l’emissione non controllata di carta moneta, spinsero il neonato governo a decretare, nel 1863, il corso forzoso, in altre parole la lira cartacea non poté più essere cambiata in oro. Oltre ai danni obiettivi che si arrecavano al risparmio di tutte le popolazioni della penisola, da tal momento ebbe inizio il cosiddetto «Debito Pubblico italiano»: lo Stato, in pratica, per finanziarsi iniziò a chiedere carta moneta ad una banca privata, la Banca Nazionale Sarda. Lo Stato, quindi, grazie al «genio» (criminale) del Cavour e soci, cedette da allora la propria sovranità in campo monetario affidandola a privati, che non ne hanno alcun titolo, essendo la sovranità, per sua natura, non cedibile perché è del popolo e dello Stato che lo rappresenta. Inoltre, per consentire lo sviluppo delle nascenti industrie del Nord, le cosche risorgimentali
eliminarono dal mercato le industrie napolitane e, agendo in regime di monopolio, imposero i propri prodotti al vasto mercato conquistato. Furono decretate nuove misure doganali e concesso solo alle aziende del Nord ogni tipo di appalto. L’economia della Napolitania ebbe in tal modo un crollo verticale non solo perché il baricentro economico venne a gravitare al Nord, ma anche perché il regime savojardo impose una politica di libero scambio con Francia e Inghilterra che mise in ginocchio le industrie napolitane, fino al 1860 protette da dazi differenziati.

Furono, inoltre, decretate numerose nuove tasse che drenarono le residue risorse dei napolitani, impiegate esclusivamente nell’area lombardo-piemontese. L’onere fiscale imposto agli abitanti della Napolitania aumentò, tra il 1861 ed il 1891, di circa il 144% e, mentre per le spese pubbliche (istruzione, giustizia, lavori pubblici e sicurezza) lo Stato “italiano” spendeva il 20% delle entrate per il territorio nazionale, ne riservava meno del 5% alla Napolitania. In pratica, per avere un’idea
approssimativa, lo Stato spendeva per ogni cittadino del Nord oltre il 330% (50 lire) di quanto spendesse per ogni cittadino napolitao (15 lire). Furono introdotte, poi, le imposte di consumo che sostituirono i dazi comunali del periodo borbonico.
Tali imposte gravavano nella Napolitania in modo singolare: risultò nel 1874 che i contadini napolitani pagavano il 250% di quanto pagava un contadino toscano. La situazione peggiorò quando la tassa sul macinato fu abolita nel 1902 sostituendola con il dazio di consumo “solo e soltanto” sulla frutta, vale a dire solo per la Napolitania da cui allora veniva praticamente tutta la frutta commerciabile in Italia.
Il governo che fu imposto in tutta la penisola conquistata era eletto da un parlamento composto di una minoranza borghese, di pochi “intimi”, che escludeva la quasi totalità degli abitanti. Solo il 9% aveva diritto al voto (circa 500.000 persone, diventati 2 milioni con la riforma del 1882) e di questa percentuale facevano parte solo le classi agiate che imposero tasse, pubblica sicurezza, codice civile e penale, scuole e amministrazione esclusivamente a favore dei propri interessi. Tale situazione durò fino al 1912 quando fu introdotto il suffragio universale maschile. Gli Atti Parlamentari testimoniano, inoltre, come fosse una pratica ufficiale e diffusissima quella della corruzione elettorale di tutte le legislature, particolarmente dal Minghetti al Giolitti.

Dopo l’unità d’Italia le mire affaristiche e la politica della borghesia dominante sconvolsero tutti i valori sociali preesistenti, provocando forti tensioni sociali particolarmente nella Napolitania. Qui le terre demaniali divennero proprietà privata, originando i latifondi dai quali i contadini conduttori furono allontanati. Si crearono, così, nuove povertà, mentre calava la produzione agricola. Circa 600 milioni di lire incamerati con la vendita delle terre demaniali, quasi tutta la riserva liquida dei
napolitani fu trasferita nelle casse del neonato Stato “italiano”. Per di più l’aggravamento dell’imposta fondiaria, triplicata nella Napolitania rispetto alla cifra originaria, comportò in capo a pochissimi anni che la maggior parte dei piccoli proprietari terrieri, impossibilitati a pagare le tasse, non ebbe altra alternativa che vendere la terra ed emigrare. Infatti, negli anni 1885 / 87, questa fu la situazione dei pignoramenti fiscali, riguardanti appunto i crediti del fisco: mentre in Lombardia c’era 1 pignoramento fiscale ogni 27.416 abitanti e nel Veneto 1 ogni 14.757, nella Napolitania se ne aveva da un minimo di
1 ogni 900 abitanti (in Puglia) ad un massimo di 1 ogni 114 abitanti (Calabria). Così, i “galantuomini”, acquistando le terre pignorate a poco prezzo, diedero origine al latifondismo, un latifondismo però non capitalistico.
In tal modo, però, la cieca borghesia della Napolitania, ridotta nel 1861 a essere una provincia del nuovo Stato unitario, si precluse definitivamente la via dello sviluppo economico, convinta che solo con il reddito agrario potesse finalmente affermare il suo predominio. Concezione del tutto suicida, già con lungimiranza contrastata dall’accorta amministrazione borbonica. Questa aveva intuito che non solo non vi poteva essere progresso con la sola agricoltura, ma che tale progresso andava costruito accortamente e senza sconvolgimenti sociali. Tra l’altro le proprietà terriere napolitane furono tassate
dal 15% (Calabria) al 20% della Sicilia, mentre nel Nord l’aliquota era del solo 8,8%. Con tale massiccia fiscalizzazione i nuovi latifondisti napolitani non ebbero margini significativi per investimenti e così si limitarono a fare colture di rapina delle risorse della terra con conseguenti effetti strutturali devastanti.

L’occupazione militare piemontese provocò, conseguentemente, una violenta e diffusa guerriglia di resistenza contro quello che era considerato un esercito straniero, e contro i “galantuomini” collaborazionisti. Gli occupanti, per poter conservare i nuovi territori, attuarono una feroce repressione contro la popolazione civile. Le atrocità commesse dai piemontesi e dai collaborazionisti, in particolare durante il periodo del cosiddetto “brigantaggio”, possono sembrare mostruose e incredibili, ma nella gran parte, nonostante siano ancora coperte da segreto di Stato, sono documentate negli Atti Parlamentari, in quello che resta delle relazioni della Commissione d’inchiesta sul brigantaggio, nei vari carteggi parlamentari dell’epoca e nella vasta documentazione custodita negli Archivi di Stato dei capoluoghi dove i fatti si svolsero.
I savojardi infierirono anche nei confronti dei prigionieri di guerra napolitani stipati come bestie in campi di concentramento appositamente allestiti in Piemonte, Liguria e Lombardia. Nel lager di Fenestrelle i napolitani venivano eliminati nella calce viva. Il trattamento riservato ai prigionieri fu oltremodo disumano se si considera che esso fu messo in atto contro gente colpevole solo di aver difeso la propria Patria e di aver tenuto fede ad un giuramento. Tutto questo in spregio totale alle condizioni delle capitolazioni firmate dagli ufficiali piemontesi.
Mai, in una storia lunga oltre 2500 anni, le terre napolitane avevano subito una così atroce invasione.
Questa comportò anche a una massiccia emigrazione che raggiunse ben presto il carattere di una vera e propria diaspora, una diaspora che, purtroppo, continua ancora oggi. Prima dell’invasione piemontese,
quello dell’emigrazione era un fenomeno del tutto inedito per i napolitani, anzi non pochi settentrionali
cercavano lavoro nella Napolitania.
Le masse contadine, degli operai e degli artigiani, piegate dalla forza, ma non nel morale, non trovarono altro sbocco per sopravvivere che trasferirsi in terre lontane, in questo “favorite” interessatamente dagli invasori. Calabresi, Abruzzesi, Molisani, Campani, Lucani e Pugliesi. partirono così verso mondi del tutto ignoti. In quelle terre lontane, molto spesso ostili, tuttavia, sono riusciti a far emergere le loro antiche virtù mediterranee, costruendo a volte ricchezze straordinarie, mai dimenticando la loro Patria. Ancora oggi, pur col passare delle generazioni, i loro figli diventati americani, canadesi, argentini, venezuelani, cileni o australiani, conservano intimamente le loro origini.
Anche in questa loro diaspora, circa 23 milioni d’emigranti a tutt’oggi, i napolitani sono stati sfruttati dai piemontesi, che utilizzarono le loro rimesse per salvare le esauste finanze dello Stato “italiano” o per finanziare le nascenti industrie delle aree lombarde, piemontesi e liguri, che, vendendo i loro prodotti sul mercato napolitano, hanno ricavato ulteriori guadagni, questo mentre l’economia dell’ex Reame andava ancora di più impoverendosi.
Ben più deleteria fu poi l’emigrazione che ebbe inizio dalla seconda metà del 1950. Questa, depauperando la Napolitania di quanto ancora restava dell’antica società, ha trasformato e a volte dissolto, attraverso scuola, partiti politici e mezzi d’informazione, la stessa identità della gente.

 

DOPO 150 ANNI DELLA COSIDDETTA UNITA’ QUALE PUO’ ESSERE IL FUTURO DELLA NAPOLITANIA ?

Dal giorno della conquista piemontese fino ad oggi, la Napolitania è diventata un grande mercato per i prodotti del Nord, cioè una colonia interna del cosiddetto triangolo industriale, mentre i suoi abitanti sono stati carne da cannone per altre inutili stragi a causa delle guerre volute dai savoja, anche queste fatte per “completare i sacri valori del risorgimento”. Di qui la nascita della cosiddetta “questione meridionale” che ci trasciniamo indietro da oltre un secolo e che dimostra come gli interessi dei vecchi conquistatori siano rimasti inalterati.
Considerando tutti gli avvenimenti succedutisi dopo il 1860, si può affermare senza alcun dubbio che il
fascismo nacque proprio dall’esaltazione dei disvalori risorgimentali, considerati cardini di un sistema politico che portò, di conseguenza, l’Italietta savojarda a un ignominioso sfascio con la seconda guerra mondiale. Il fatto che più sconcerta, però, è che nell’attuale repubblica italiana i vertici dello Stato, mentre non tralasciano occasioni per condannare il fascismo, fare processi contro i nazisti colpevoli di stragi pur dopo oltre mezzo secolo, contraddittoriamente continuano ad esaltare il “risorgimento” e a considerare come eroi degli autentici criminali. Lo Stato italiano, insomma, pur avendo scacciato i savoja, è rimasto fermo ancora al 1860 come dimostra l’attuale preparazione delle commemorazioni per i 150 anni della cosiddetta “unità”. Se davvero vi fosse un popolo “italiano” i festeggiamenti per l’unità d’Italia dovrebbero essere una buona occasione per dire la verità su come si è pervenuti ad essa.
Sarebbe cosa seria aprire un dibattito ampio a 360 gradi su come è stata fatta l’unità di questa penisola e su chi sono stati gli artefici, i protagonisti attivi e passivi, del cosiddetto “risorgimento”. Soprattutto capire perché si continua ancora a mentire e a mistificare i molti interessi ancora nascosti.
Tutto questo rende evidente, trascorsi ormai 150 anni, le contraddizioni del progetto di aver voluto unire popoli differenti in un unico Stato, perché è chiaro a tutti che la questione meridionale è funzionale allo sviluppo delle cosche finanziarie del cosiddetto “triangolo industriale” e che, se ancora oggi si continua a mentire, lo si fa per coprire interessi attuali, non certo per nascondere quelli del 1860. Non avrebbe senso, né sarebbe utile. Tra l’altro si vede con immediatezza che è fallito proprio il concetto di Stato dell’Italia “unita”. Basta come prova il solo fatto che lo Stato, delegato dal popolo ad esercitare la fondamentale funzione sovrana di politica monetaria, dal 1992 l’abbia ceduta a soggetto diverso dallo Stato: prima alla Banca d’Italia (di proprietà al 95% di privati), quindi alla BCE (soggetto privato, soprannazionale ed extraterritoriale). Questo contro leggi italiane che vietano questa cessione.

Bisogna, dunque, guardare in faccia alla realtà e non averne paura, faremmo solo il nostro male.
Bisogna, dunque, cambiare l’attuale pensiero politico, cristallizzato nel passato e non proiettato nel futuro. Il degrado di questo sistema è sotto gli occhi di tutti ed è necessario attuare un onesto rapporto tra i cittadini e lo Stato. Non si può andare avanti con la bolsa e oltremodo puerile retorica risorgimentale quando è a rischio la nostra stessa esistenza di cittadini.
Questo Stato, proprio perché nato con gli imbrogli, cioè senza avere come base i valori umani, nei 150 anni della sua breve storia ci ha solo portato crisi economiche una dietro l’altra, che hanno provocato disperazione, emigrazioni di massa e due inutili guerre mondiali. Perché dovremmo far parte di questo Stato che si dice “italiano” solo nel nome, ma poi nei fatti si è sempre dimostrato nemico della Napolitania, accusando persino i suoi abitanti di essere colpevoli di disastri la cui responsabilità è solo dovuta allo Stato. Noi napolitani, invece, quando eravamo indipendenti e avevamo un nostro Stato,
con i fatti abbiamo dimostrato che il nostro sviluppo era ai vertici mondiali.
Tuttavia non è per ragioni nostalgiche, ma per avere un futuro migliore che noi napolitani dobbiamo ritornare ad essere di nuovo indipendenti. Restando nell’attuale situazione, ai margini della politica economica italiana, rimarremo sempre oggetto di mercato e giammai soggetti, vale a dire che non potremo mai decidere del nostro futuro e dovremo sempre stare a rimorchio in ogni settore. Lo Stato “italiano” – l’ha dimostrato in 150 anni – privilegia sempre quell’area dove ha formato sin dal 1861 il baricentro della economia italiana e non potrà mai distogliere le sue risorse per favorire lo sviluppo della Napolitania. La prova di tutto ciò è la abissale carenza di infrastrutture nella Napolitania, a fronte addirittura di sperperi in altre parti della penisola. Questo Stato, semmai, cercherà sempre di impedire la concorrenza con la produzione del Nord e di far rimanere la Napolitania un mercato di volano per la produzione nordista.

Non esistono, dunque, ragioni sentimentali ed economiche che possano essere di ostacolo alla nostra indipendenza, ma anzi è troppo chiaro che questa è l’unica alternativa per poter ottenere quel giusto sviluppo sociale ed economico a cui ogni popolo aspira. Noi napolitani, dunque, dobbiamo lottare con fermezza, senza alcun timore e tutti uniti per l’indipendenza della nostra Nazione. Chi contrasta questa legittima aspirazione è non solo nemico dei napolitani, ma è nemico dell’umanità.
Il voler mantenere ferma questa situazione di assoggettamento della Napolitania all’amministrazione italiana non può significare altro che si vuole rimanere ancora nell’epoca delle colonizzazioni, ormai non più consentite nel mondo moderno, e che lo Stato italiano, al solo scopo di tenere ancora la Napolitania come colonia, subdolamente continua a diffondere i “sacri valori” del “risorgimento” per ammansire anche gli altri popoli della penisola nella gabbia suggestiva dell’ “unità nazionale”.
La nostra indipendenza non prescinde dall’Europa, intesa però come Europa dei Popoli, non come una Europa di banchieri.

Antonio Pagano

inserito da Cervero Giovanni