Niente soldi dalla Regione Campania alle farmacie napoletane

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Tra qualche giorno il ritardo nei pagamenti da parte della Regione e delle Asl nei confronti dei farmacisti napoletani arriverà a dieci mesi, per un ammontare di circa 800 milioni di euro (400 per la sola provincia di Napoli). Si tratta di una situazione insostenibile che ha portato Federfarma Napoli a proclamare lo stato di agitazione. I titolari delle farmacie sul territorio delle Asl Napoli 1 Centro, 2 Nord  e 3 sud hanno attuato lo scorso settembre l’assistenza indiretta sospendendo lo «sciopero» dopo che il governo aveva sbloccato, inviandolo in Regione, il fondo di perequazione pari a oltre un miliardo di euro. Le richieste e la situazione finanziaria in cui versano i farmacisti napoletani, già formulate al presidente della Regione, Stefano Caldoro, Federfarma Napoli le ha girate anche al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, al quale sono state illustrate in una nota le preoccupazioni per il futuro di ottocento farmacie. Di fronte alla convocazione da parte della Regione per qiesta sera i farmacisti hanno deciso di non partecipare alla serrata. Un’apertura di credito che non modifica un quadro che resta a tinte fosche. «Abbiamo fatto trenta giorni di indiretta e dalla Regione non abbiamo avuto nessuna risposta concreta – afferma Michele Di Iorio, presidente di Federfarma Napoli -. Da allora il problema non è stato risolto. Abbiamo fornito i mesi di ottobre e novembre pur in costanza di mancati pagamenti per il 2010 e di mancata programmazione per il 2011. Le farmacie sono strette tra gli istituti di credito e i fornitori che chiedono di avere ciò che legittimamente spetta loro e la Regione che non dà un minimo di risposta». La situazione è grave al punto tale che le farmacie rischiano di non potersi più approvvigionare. «È una situazione veramente difficile perchè ormai le aziende che noi rappresentiamo non sono più in grado di erogare i medicinali», spiega Antonello Mirone di Federfarma servizi, l’associazione che raggruppa le associazioni di istituzione intermedia di proprietà dei farmacisti. Fanno sentire la loro voce anche i centri per la dialisi che vantano crediti per 170 milioni. Queste strutture domani e venerdì saranno regolarmente aperte solo perchè la dialisi rientra tra le terapia «salvavita». Tuttavia i centri condividono in pieno la piattaforma. «Da un lato ci sono le imprese della sanità privata, dall’altro le banche che esigono la restituzione di crediti concessi in passato con l’aggiunta degli interessi. In mezzo ci sono cose di importanza magistrale: la salute dei cittadini e i posti di lavoro», scrivono in una nota i centri dialisi che chiedono alla Regione il rispetto degli impegni. «Il rischio – aggiungono – è di ritrovarsi Equitalia alla porta per ritardi nell’onorare i debiti assunti a fronte di attività svolte e non ancora retribuite». In questa guerra si alza forte il grido di allarme dei familiari di disabili. «Fermare la riabilitazione – sostiene la onlus Giffas di Bagnoli – è un sacrilegio. I disabili hanno bisogno di terapie continuative che non possono essere interrotte». Intanto il Tar ha considerato fondato il ricorso proposto dal Comune di Nola contro il decreto dell’ex governatore e commissario alla sanità Bassolino che prevedeva una quota di compartecipazione a carico degli Ambiti, da versare alle Asl di competenza, per la determinazione delle tariffe per le prestazioni erogate dalle residenze sanitarie assistenziali e dai centri diurni. «Si va – commenta Ermanno Russo, assessore alle Politiche sociali – nella direzione auspicata dal tavolo sulle politiche socio-sanitarie attivato con sindacati e Confindustria». La serrata dei centri privati non lascia indifferente la Regione che arriva al tavolo tecnico di domani sera con le associazioni di categoria con la consapevolezza di chi sa che occorre, da un lato dare risposte a imprenditori che hanno difficoltà a pagare i propri dipendenti e, da un altro, trovare soluzioni in linea con i (pochi) fondi disponibili. Giuseppe Zuccatelli, sub-commissario alla sanità, sa che il percorso è stretto. Settori della sanità privata sostengono che vi siano contrasti tra la struttura commissariale e lo staff del presidente Caldoro sulle modalità di pagamento. Conferma le divisioni? «Assolutamente no. Stiamo studiando tre diverse soluzioni che saranno valutate contemporaneamente». L’indebitamento verso i privati che cifra ha raggiunto? «Secondo gli ultimi dati, 3 miliardi e mezzo». Una cifra da capogrio. «L’intero sistema sanitario è afflitto da una grave sofferenza. Il debito strutturale, per quanto sia calato passando dal miliardo e 850 milioni del 2005 ai 750 milioni del 2009, resta forte. Inoltre, rispetto al 2007, al 2008 e al 2009 è stato eliminato anche il cosiddetto ”fondino” di 250 milioni. Infine sono ancora bloccati i 500 milioni dei fondi Fas». Però tra qualche giorno arriverà il miliardo liberato dal governo. «È importante ma intanto si tratta di un miliardo sui cinque che avanziamo. Fra l’altro, poichè sino a ora si è ricorso alle anticipazioni di cassa regionale per pagare gli stipendi, quei soldi vanno restituiti. Gli anticipi, per l’esattezza, ammontano a circa un miliardo e 800 milioni». Insomma quel miliardo c’è ma non c’è. E domani cosa dirà ai privati? «Siamo consapevoli che i privati sono in sofferenza e che a loro volta hanno difficoltà di cassa. Tuttavia, ed è bene precisarlo, vi sono alcuni passaggi dai quali non è possibile prescindere». Quali? «I fornitori hanno attivato tutti i meccanismi che la legge consente di attivare. Ma tra di loro ci sono stati pure comportamenti scorretti. Dobbiamo distinguere gli uni dagli altri. Nei confronti dei corretti abbiamo il dovere di trovare una soluzione. C’è poi l’esigenza di mettere ordine nelle procedure. Solo la Asl Napoli 1 ha circa 500 milioni di fatture contabili non sistemate. Nella confusione c’è il rischio che la stessa fattura venga liquidata due volte. Se è giustamente depecrabile la disorganizzazione della Asl è deprecabile oltre che illegittimo il comportamento di chi prende due volte i soldi senza dirlo». Le tre diverse modalità di pagamento quali sono? «O si paga cash, soluzione oggi non ipotizzabile, o si individuano alternative. Una di queste è il ricorso al credito bancario: è vero che provoca un indebitamento ma è un indebitamento che può essere governato rispetto a quello provocato dalla gran mole di contenziosi. Un’altra strada è di prevedere un provvedimento, già proposto a Caldoro, per attivare le modalità organizzative che consentano di liquidare a scadenze certe una volta certificato il quantum». «Ci prendono per calciatori pronti a scioperare per capriccio. Intanto siamo pieni di debiti». Il grido d’allarme arriva da quasi tutti i farmacisti di Napoli e Provincia. Sono 780, sparsi per i territori delle tre Asl di riferimento, e in maggior parte non ricevono soldi dalla Regione da oltre 9 mesi. Per ora non chiudono, ma in molte zone disagiate, dalla periferia cittadina all’Hinterland, ci sono pochi ricavi “extra”, per capirsi quelli che non derivano dalle ricette, e la mancata riscossione dei crediti si sta riflettendo pericolosamente nel rapporto tra i farmacisti e le banche e i fornitori, con questi ultimi che a loro volta non intendono aspettare altro tempo per incassare il dovuto. Ogni farmacia partenopea ha in media tre dipendenti, ora messi a rischio dall’assenza di fondi. Ma gli stessi titolari non si dicono tranquilli. «In questo momento abbiamo poche risorse proprie, e le banche ci hanno tolto i finanziamenti – racconta Riccardo Iorio, titolare di una farmacia nel quartiere di Scampia – Il gioco sta diventando perverso e pericoloso. Ogni mese emettiamo la fattura per i servizi resi alla sanità pubblica, ma sono quasi dieci mesi che non ci vengono liquidate. Intanto sa cosa succede? Che chiediamo l’anticipazione di queste fatture a Banche e finanziarie, ma ogni tre mesi ci vengono caricati gli interessi. E dopo averli pagati, il nostro guadagno arriva ad avvicinarsi allo zero». Quello dei farmacisti viene visto, anche a ragione, come il mondo degli operatori sanitari più agiati, in quanto beneficiari di fondi pubblici, ma anche di ricavi dai privati, che acquistano farmaci e parafarmaci non sottoposti a ricetta. In questi giorni però l’immagine risulta modificata, e in peggio: «In tanti ci vedono come calciatori milionari che poi si lamentano e vogliono scioperare – dice ancora Iorio – ma qui veramente si rischia di non andare avanti – Ci sono situazioni varie, ma nel mio caso in un quartiere come Scampia è difficile pensare a ricavi significativi al di fuori delle ricette, c’è tanta gente con problemi economici. Noi restiamo operativi, ma non so per quanto. Negli ultimi tre anni ho anche ridotto il numero di dipendenti. Quelli che ci sono ora sono come fratelli, andranno via solo se fallirò anche io». Storie come questa si ripetono nell’area della Napoli 2 nord, nel Giuglianese, così come nel territorio della Napoli 3 sud. Alcuni piccoli Comuni, da Tufino ad Anacapri, da Visciano a Massa Lubrense, hanno un farmacista unico in zona ed anche le Amministrazioni sono allarmate dalla situazione finanziaria degli esercizi. Il credito di tutta Napoli e Provincia con la Regione sfiora infatti i 400 milioni di euro. Ben divisi tra tutti: «Ormai ogni giorno dobbiamo attrezzarci per trovare una banca che ci finanzi – spiega Pino De Simone, che ha la sua farmacia a Meta di Sorrento – Gli interessi sono sempre più considerevoli e di questo passo rischiamo di caricarci di costi impropri e di non poter più fronteggiare i nostri fornitori, che giustamente reclamano il pagamento dei prodotti. Se non arrivano i fondi che ci spettano rimarremo con le farmacie sguarnite di farmaci. I fornitori aspettano per il pagamento dei medicinali fino a 150 giorni, cinque mesi. Evidente il gap con il ritardo della Regione nel pagare i farmacisti, che è quasi il doppio. Davvero non si può ulteriormente andare avanti».

De Simone Giuseppe