L´Ecofin trova l´accordo sul segreto bancario. Juncker: Germania anti-europea sugli eurobond

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L’Ecofin ha raggiunto un accordo per rafforzare l’assistenza reciproca fra gli Stati e lo scambio di informazioni sulla tassazione diretta allo scopo di contrastare l’evasione e le frodi fiscali e facilitare una migliore valutazione delle imposte dovute. La revisione della direttiva assicurerà che il modello di convenzione fiscale sul capitale e sul reddito sia atta allo scambio di informazioni su richiesta impedendo così agli Stati Ue di rifiutare di fornire dati su un contribuente di un altro stato membro sulla base del fatto che l’informazione é detenuta presso una banca o presso altre istituzioni finanziarie.

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È un elemento di grande importanza in relazione al segreto bancario esistente in alcuni paesi Ue (Lussemburgo in primo luogo) e in Svizzera (le convenzioni con i paesi Ue con i paesi terzi hanno come base la direttiva Ue). Le regole europee a questo punto estendono la cooperazione tra gli stati membri per coprire ogni tipo di imposizione fiscale; stabilisce limiti di tempo per fornire informazioni su richiesta e altre indagini amministrative; introduce procedure per lo scambio di informazioni automatico; permette a funzionari di uno stato di partecipare a inchieste amministrative nel territorio di un altro stato membro.

Nelle richieste di informazioni andranno specificati dettagli precisi

L’Ecofin ha concordato che per evitare il rischio che gli stati membri facciano richieste imprecise volte a verificare l’esistenza di irregolarità, debbano essere individuati certi dettagli che vanno specificati nelle richieste di informazioni in particolare l’identità della persona sotto tiro e lo scopo della tassa in questione. Tali dettagli saranno “meno stringenti” rispetto a quelli della convenzione Ocse per garantire più spazio allo scambio di informazioni.
Proprio sullo scambio automatico delle informazioni, l’Ecofin ha deciso di procedere gradualmente puntando “eventualmente” ad assicurare lo scambio di informazioni non condizionato per otto categorie di capitale e reddito (reddito da lavoro, retribuzioni dei direttori, dividendi, guadagni di capitale, royalty, certi prodotti di assicurazione vita, pensioni, proprietà e reddito da proprietà immobiliare). Dal 2015 gli stati comunicheranno automaticamente informazioni per un massimo di 5 categorie, a patto che “siano già disponibili” (non sarà richiesto di inviare più informazioni di quelle che si ricevono). Da luglio 2017 la Commissione elaborerà un rapporto e se necessario una proposta specifica esaminando la possibilità di rimuovere la condizione della disponibilità delle informazioni e di estendere il numero delle categorie da 5 a 8.

 

I ministri economici e finanziati dell’Unione hanno invece espresso scetticismo sull’introduzione generalizzata di nuove tasse anti-crisi sulle banche (operazione fortemente voluta da Francia e Germania). La decisione politica della Ue concordata dai governi (a eccezione della Repubblica Ceca) resta quella di giugno: gli stati dovrebbero introdurre sistemi di prelievi e tassazione sulle istituzioni finanziarie per assicurare una equa ripartizione dei costi delle crisi incentivare al contenimento dei rischi sistemici. Tali sistemi devono essere parte di un regime di “risoluzione” (fino alla liquidazione ordinata) delle crisi di singole banche. Il problema é che i governi si sono mossi in ordine sparso e comunque non c’é accordo unanime neppure sull’utilità della tassazione anti-crisi.

È proprio per questo motivo che non é stata fissata e non sarà fissata una scadenza. Dieci stati hanno introdotto o stanno per introdurre prelievi, che nella maggior parte dei casi entreranno in vigore dal primo gennaio 2011. Si tratta di Belgio, Danimarca, Francia, Cipro, Austria, Portogallo, Germania, Ungheria, Svezia e Regno Unito. Altri dieci stati sono favorevoli in linea di principio, ma si riservano di decidere più avanti «in attesa che ci sia maggiore chiarezza sui termini del coordinamento a livello europeo», é scritto nel rapporto preparato per l’Ecofin. L’Italia «non intende introdurre un nuovo prelievo o una tassa sul settore bancario a causa del carico fiscale già pesante se paragonato ad altri stati membri». La posizione italiana si spiega, inoltre, con il fatto che il sistema bancario nazionale ha resistito bene agli scossoni della crisi, non hanno richiesto interventi di salvataggio.

Nel rapporto viene presentata una stima del peso dell’operazione in dieci grandi gruppi bancari europei compresa Unicredit, sulla base di un prelievo dello 0,05% sul complesso dei fondi di lungo termine (debito senior scadenza oltre l’anno, prestiti subordinati e altri fondi), depositi, finanziamenti dal mercato monetario e a breve dedotti i depositi della clientela). Sotto tali assunzioni il costo addizionale dovuto al prelievo rappresenta in media lo 0,04% dell’attività ponderata per il rischio, il 3% della spesa per il personale, il 41% della spesa per la tassazione e l’8% dei profitti prima delle imposte. «Tali cifre non sono irrilevanti», secondo il rapporto. Nel caso di Unicredit a fronte di fondi lordi di 315 miliardi di dollari avremmo un costo addizionale dovuto al prelievo pari allo 0,04% dell’attività ponderata per il rischio, al 2% della spesa per il personale, al 18% della spesa per la tassazione, al 5% dei profitti prima delle imposte. Per altre banche si va dal 171% della spesa per tassazione nel caso del Crédit Agricole a -240% nel caso di Ing al 60% nel caso di Deutsche Bank. Oppure per quanto concerne i profitti prima delle imposte dal 24% del Crédit Agricole al 3% di Deutsche Bank, al 21% di Ing.

In ogni caso, secondo l’Ecofin, «é estremamente difficile valutare in termini quantitativi la reazione del settore» che «probabilmente deve essere considerata caso per caso». Inoltre é complicato separare l’effetto del prelievo anti-crisi dagli effetti degli altri cambiamenti nelle regole sul capitale. Il rischio di doppia tassazione può dipendere dall’imposizione in un paese di una tassa che copre anche le controllate in un altro paese o là dove Regno Unito e Francia hanno grandi controllate (sono i due soli paesi con prelievo che coinvolge anche le controllate in altri stati). Una doppia tassazione potenziale può essere subita verso la Francia dalla Repubblica Ceca (dove le controllate francesi pesano per il 15,1% sugli asset totali del settore bancario), dalla Grecia (7%), dal Lussemburgo (7%), dalla Romania (14), dalla Slovenia (5%); verso il Regno Unito da Malta (12%). Regno Unito e Francia hanno sancito un accordo in questo senso. In ogni caso la dimensione del problema viene giudicata “moderata”, ma potrebbe diventare più importante se più stati introducessero i prelievi: complessivamente 21 stati membri ospitano controllate di banche Ue per una quota di oltre il 5% del totale degli asset bancari mentre 9 stati ospitano filiali di “importanza equivalente”.

fonte:sole24ore        scelto da michele d elucia