LA DIETA MEDITERRANEA E´ GLORIA NOSTRA

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Mi porto la civiltà contadina nel DNA. Ora che la stagione colora di viola le olive al fremito di brezza delle piantagioni sulle colline è tempo di una gita domenicale fuori porta a fuga dallo smog di Roma, la destinazione è la Sabina per godermi lo spettacolo delle raccoglitrici… e la memoria d’amore mi popola di emozioni il transfert sui terrazzamenti cilentani che caracollano a mare nel trionfo delle “rotondelle” e delle “pisciottane”. Appena un mese fa mi aggiravo per i Monti Cimini, regno di nocciole e castagne esaltate nelle colorate sagre dei paesi ed il pensiero correva, anche allora, al “mio” Monte Vesole che digrada a sbalzi verso Roccadaspide nel sorriso dei marroni a fuoriuscita dall’oro umidiccio dei ricci, come pulcini pezzati dalla cova, o a Stio lungo la strada che avanza a comodi tornanti verso la Retara tra cupole di castagni che spiumano foglie ramate, dove gli ultimi cercatori trovano bottino per caldarroste croccanti, infornate come riserva per l’inverno e lesse pastose per zuppe con funghi e fagioli.

Nella civiltà urbana mi manca la campagna dell’infanzia con i rituali ciclici di lavoro paziente dei nonni contadini: la semina nel maggese arato di fresco, dove esplodeva il riso dei chicchi perlacei del frutto del melograno a sgocciolio d’argento della brina della notte, i grappoli bruniti del sorbo, i teneri broccoli a ricamo di fossato. Erano le ultime attività prima che l’inverno ruggisse nelle gole dei monti o scatenasse bufere di vento o aprisse le danze a grandine che batteva irata alle finestre per placarsi, poi, nella bianca tormenta di neve che infiocchettava il mandorlo dell’orto.

Tutto consigliava di rincantucciarsi in casa al tepore amico del ceppo, dove il tronco del leccio friggeva bava ed il piolo di creta sbuffava aromi a lenta cottura di ceci e sulla brace il pane appena sfornato catturava ed assorbiva olio rilucente fresco di molitura. La mamma, a colpi ritmati di forza e di esperienza, “ammassava” farina a promessa di “fusilli” e “cavatielli” a condimento dell’immancabile sugo di castrato. Mio padre mesceva vino novello nel boccale d’argilla, ricamato a fregi, che spumava aromi. Io tenevo d’occhio due grosse patate ad ammollo di cottura sottocenere. Mia sorella scanestrava mele pigmentate di rosso e dense di profumo come ragazze in fiore nella pubertà.

Questi ricordi mi tambureggiavano nel cuore in festa, quando l’Unesco ha ufficializzato “La Dieta Mediterranea” come patrimonio dell’umanità. E’ stata una festa di famiglia e come tale l’ho vissuta con entusiasmo e passione, accomunandovi tutti i miei Padri Contadini in una sfrenata tarantella di giubilo ed ho reso omaggio alla loro eredità di valori. Allora l’agricoltura era ancora l’attività primaria. La crisi devastante era di là da venire con tutta la catena a cascata dei problemi attuali: la banalizzazione e la omologazione del paesaggio, la mortificazione del turismo perchè nessuno viene in Italia per ammirare  una distesa di capannoni, ma se mai i filari dei vigneti e le colline degli uliveti, la mortificazione della biodiversità con la cancellazione di numerose specie, il venir meno di una alimentazione sana che è alla base della nostra salute. Erano attenti alle campagne i nostri Padri e prevenivano le frane e combattevano l’nquinamento di aria ed acqua. C’era un rapporto di intesa e di empatia tra uomo e natura. E la terra era la Grande Madre, a cui si doveva rispetto e venerazione. E la Dieta Mediterranea era il regime alimentare povero ma sano dei contadini: olio di oliva come condimento, ortaggi e frutta, legumi al posto di proteine animali, salvo le rarissime eccezioni di carne bianca (polli e conigli) dei giorni di festa, la pasta fatta in casa, pochissimi zuccheri. E la longevità era assicurata pur in una esistenza fatta di fatica dura e quotidiana. Poi dalle nostre parti capitò uno scienziato di livello mondiale, il dottor Ancel Keys, il più famoso nutrizionista del secolo scorso. Si stabilì a Pioppi, una frazione di mare di Pisciotta, dove comprò casa in una località da lui battezzata Minnelea, che nella toponomastica creativa voleva essere un omaggio alla sua città natale Minneapolis e ad Elea, la città magnogreca del Cilento che avvistava quotidianamente dal terrazzo della sua casa spalancata sull’orizzonte dei miti e della Grande Storia. Vi restò per circa 30 anni e studiò con rigore scientifico e passione emotiva il regime alimentare delle popolazioni locali, pervenendo alla conclusione che la “dieta mediterranea” apportava evidenti e notevoli benefici alla salute, eliminando o quasi le malattie cardiocircolatorie. Ancel aveva dato rigore e dignità scientifica ai codici alimentari dei contadini cilentani. Oggi l’Unesco li esalta ufficializzandoli come “patrimonio dell’umanità”.

Ci sarebbe di che essere orgogliosi ma… da noi non siamo abituati ad esaltarci per l’orgoglio di identità e di appartenenza. E così il Museo della Dieta Mediterranea, nato con fedele intuizione qualche decennio fa proprio a Pioppi, oggi è poco più che una sigla, mentre poteva e doveva essere un laboratorio di idee e di ricerca per studiosi e nutrizionisti di tutto il mondo. Ed il Cilento che è lanciato con legittime ambizioni nello scenario dei mercati turistici nazionali ed internazionali potrebbe e dovrebbe qualificarsi per una offerta enogastronomica che faccia leva su queste tradizioni. Avessimo una classe dirigente più responsabile, sia politica che imprenditoriale, cureremmo con scrupolosa professionalità la qualità della nostra gastronomia nel rispetto dei codici alimentari della tradizione, senza inseguire i “maestri” (!) della nouvelle cuisine e baderemmo a valorizzare al meglio le risorse del nostro territorio attrezzandoci con ristoranti, trattorie, agriturismi all’insegna del decoro e della calda accoglienza, curando i particolari nell’arredo, il rigoroso rispetto dell’igiene, la professionalità del personale di cucina e di sala. Forse i responsabili degli Enti Pubblici potrebbero e dovrebbero investire in “formazione”, preparando gli operatori turistici di oggi e soprattutto di domani, anzichè dilapidare le sempre più esigue risorse di bilancio in sagre, che non hanno quasi mai valore culturale, non sviluppano l’economia, spesso sono a rischio igienico. Forse, ma non è detto, producono qualche consenso elettorale, accendono l’entusiasmo effimero per uno o due giorni, ma non creano futuro.

C’è da augurarsi che il riconoscimento dell’Unesco faccia riscoprire l’orgoglio di identità ed inneschi un virtuoso ripensamento per invertire radicalmente la tendenza. E’ il mio augurio e la mia speranza.

Giuseppe Liuccio

g.liuccio@alice.it