Tailleur, torture e mariti: da Khertek a Dilma, la lunga strada delle donne presidenti

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Quanto avanzato poteva essere un mini stato incastrato come per dispetto fra Mongolia e Russia, dalle montagne aspre, da capre, che nel 1921 aveva dichiarato la propria indipendenza dalla Cina sotto la guida di un ex monaco buddista convertito alla causa bolscevica? Eppure la Repubblica popolare di Tanu Tuva dal 6 aprile del 1940 all’11 ottobre 1944 ebbe come capo di stato Khertek Anchimaa-Toka, prima donna eletta a ricoprire questa carica. Khertek era la moglie del segretario del Partito del popolo del paese, che poi nel 1944 confluì nell’Urss e che oggi sulle carte geografiche ha il nome di Tuva.

Un’antenata asiatica di Isabel Peron, che nel 1974 prese la guida dell’Argentina dopo la morte per infarto di Juan. Ma Isabelita non era stata eletta, e soprattutto non era amata dal popolo come la bella Evita. E due anni dopo un golpe la cacciò dalla Casa Rosada. A distanza di cinquant’anni il modello di moglie del presidente che a un certo punto diventa presidente lei stessa in Argentina è ancora in voga, come insegna il caso di Cristina Kirchner, attuale “presidenta” dopo la fine del mandato del suo Nestor, morto pochi giorni fa anche lui per un infarto, coppia dal sapore peronista anche nella fine.

Però, qualche eccezione a parte, la regola più diffusa è che le donne per diventare capi di stato non hanno bisogno di starsene fiere e sorridenti al fianco del marito per poi raccogliere il suo prezioso testimone. Vigdís Finnbogadóttir, per esempio, presidente dell’Islanda per il periodo record di sedici anni, dal 1980 al 1996, era addirittura sola, divorziata, quando da direttrice del Teatro Nazionale di Reykyavik decise di darsi alla politica. Ma anche nel caso sia cresciuta in mezzo alla politica e al potere (come nel caso di Chandrika Bandaranaike Kumaratunga, quarto Presidente dello Sri Lanka per undici anni, dal novembre 1994 al novembre 2005, primo ministro ed figlia di due ex primi ministri), di rado la strada di una donna alla presidenza è liscia e facile.

Tailleur e capigliature cotonate a parte, difficilmente una “capa” di stato emanerà le virtù dell’angelo del focolare. Anche perché non è infrequente che nella sua storia ci siano parentesi che avrebbero fatto a pezzi parecchi uomini: Agatha Barbara, presidente di Malta dall’82 all’87, nel 1958 fu condannata a 43 giorni di “lavori forzati” per non aver aderito allo sciopero nazionale che seguì le dimissioni di Dom Mintoff; Ertha Pascal-Trouillot, prima presidente di Haiti fra il 1990 e il 1991, faccia fiera e sguardo diretto da figlia di minatori del ferro, fu per giorni ostaggio durante l’ennesimo colpo di stato nell’isola. La stessa Dilma Rousseff fu torturata per tre giorni all’epoca della sua attività da rivoluzionaria, mentre 21 ne toccarono all’ex presidente del Cile Michelle Bachelet in una prigione di Santiago, dopo il golpe di Augusto Pinochet.

Insieme ad antropologhe, filosofe, docenti universitarie, avvocate e giornaliste, fra le donne presidente è capitata però anche chi si professava “tranquilla casalinga”, come Maria “Cory” Aquino: moglie del senatore Benigno e mamma di cinque figli, dopo che Ferdinando Marcos uccise il marito accettò malvolentieri di fare la guida dell’opposizione al dittatore. Ma poi si appassionò tanto che nel 1986 guidò la rivoluzione popolare che riportò la democrazia nelle Filippine. Dove le donne presidenti sono ormai cosa comune, visto che dopo Cory Aquino, a giugno a Manila ha terminato il suo mandato Gloria Arroyo. Mentre in Irlanda due Mary (la Robinson e la McAleese) si sono addirittura passate il testimone.

E se l’elezione di Dilma conferma che nel mondo i paesi delle prime volte con donne presidente sono sempre di più – da Laura Chinchilla in Costa Rica a Tirja Halonen in Finlandia fino a Roza Otunbayeva in Kyrgizystan e Doris Levthand in Svizzera – la nostra Italia appare ancora più antiquata. Non solo non abbiamo mai avuto una donna presidente della Repubblica (anche se nel 1999 si era parlato, ma più come suggestione che come solida possibilità, di Emma Bonino), ma nel 2010 continuiamo a restare indietro per numero di parlamentari (21%, contro il 56,3% del Rwanda) e ministre (solo 5 su un totale di 23); l’ultimo Global gender gap report del World economic forum ci ha declassato al 74esimo posto (nel 2008 eravamo al 67esimo). «Sì, la donna può», ha concluso il suo primo discorso Dilma Rousseff parafrasando l’obamiano “Yes we can”. Forse più in Sudamerica che in Europa?

FONTE:SOLE24ORE scelto da michele de lucia