Neoborbonici. Un altro saggio sconfessato dalla realtà dei fatti.

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Istituto della Reale casa di Savoia

Ufficio Stampa

  

Neoborbonici: un altro saggio sconfessato dalla realtà dei fatti

In un saggio a firma di Antonella Grippo e Giovanni Fasanella, intitolato “1861. La storia del Risorgimento che non c’è sui libri di scuola” (Sperling & Kupfer, 2010) si afferma: «L’Italia non è cambiata. È diventata quella che è oggi perché è nata così ed è stata raccontata in un certo modo. La retorica risorgimentale è stata il tappeto sotto cui abbiamo nascosto la polvere per 150 anni. E così, se oggi si vuole capire questo Paese “malato”, affetto di vizi endemici che paiono inestirpabili, forse sarebbe bene ripercorrere i primi giorni della sua vita».

Siamo nuovamente davanti alle tesi storicamente infondate di certa propaganda neoborbonica, che sfrutta l’ignoranza storica dei più per scopi che, evidentemente, nulla hanno a che fare con il bene dell’Italia.

Ci limitiamo a ricordare, ad esempio, quanto afferma il docente napoletano Carmine Cimmino: (“Il Mediano”, 14 agosto 2010): “Avendo scritto dieci anni fa un libro sui briganti del Vesuvio, conosco perfettamente gli argomenti dei nostalgici dei Borbone. Rispondo con dati tratti da documenti borbonici e da scrittori “borbonici“.

 Vorrei raccontarvi la vita quotidiana nei Comuni: la vita dei clan dei “galantuomini” e la vita dei “miseri”, così come viene descritta, con assoluta chiarezza, dalle relazioni degli Intendenti borbonici (i Prefetti di oggi), dagli atti comunali, dalle “suppliche“ che i parroci più sensibili rivolgevano alla Maestà del Re “umiliandosi davanti al trono”. Le carte borboniche non riescono a nascondere le storie dell’ordinaria sopraffazione e il dramma di una povertà che spesso alimentava un degrado morale intollerabile”.

Angelo D’Orsi, professore di Storia del pensiero politico all’Università di Torino, ricorda che “il Regno del Sud era un territorio profondamente depresso ed era almeno un secolo e mezzo indietro rispetto allo sviluppo del resto d’Europa. L’operazione fatta dai Savoia aveva un senso allora e ne ha uno ancora oggi, se guardiamo a come sono andate le cose in seguito. In qualche modo ha contribuito a far crescere il Mezzogiorno rispetto a ciò che era allora”. (“La Stampa”, 1 novembre 2009).

Ernesto Galli della Loggia nota: “Almeno nella sua vulgata di massa, quella del Sud si presenta come una protesta che non tiene assolutamente conto, non fa menzione neppure, di quello che pure tutti gli osservatori imparziali hanno indicato da decenni come tra i principali, o forse il principale ostacolo di qualunque possibile sviluppo del Mezzogiorno. Vale a dire la paurosa, talvolta miserabile pochezza delle classi dirigenti politiche meridionali, specie locali, protagoniste di malgoverno e di sperperi inauditi, ma che continuano a stare al loro posto perché votate dai propri elettori”. (“Corriere della Sera”, 29 agosto 2010)

 

D’altra parte, Antonella Grippo si era già occupata di storia meridionale, pubblicando, nel 2008, un saggio dove il brigantaggio veniva definito “guerra nazionale e religiosa”.

A parte i tantissimi sacrilegi compiuti dai briganti, ben documentati, che escludono l’aspetto religioso alla radice, tutti i veri storici hanno sempre escluso un qualunque aspetto “nazionale” (naturalmente duo siciliano) del brigantaggio.

Non fosse altro per il fatto che esso, com’è ampiamente provato, nacque e si consolidò già due secoli prima della spedizione dei Mille, venendo aspramente combattuto sia dai Borbone sia da Murat.

A proposito dei primi, Dino Messina, giornalista meridionale ed articolista del Corriere della Sera, ricorda “i Borbone che già prima delle insorgenze del 1860 – 61, avevano sperimentato alleanze con la malavita. Il cardinale Ruffo, alla fine del Settecento, fu a capo di un esercito composto da lealisti e briganti per ristabilire il regno dei Borbone”.

Riteniamo dunque poco attendibili le affermazioni di questa scrittrice e le ricordiamo quanto ha recentemente affermato Carlo di Borbone, Duca di Castro: L’Unità d’Italia è un fatto indiscutibile. Rimette in discussione il passato solo chi ne ha paura. E chi ha paura non va avanti”. (“Corriere del Mezzogiorno”, 4 ottobre 2010)