Analisi del libro “Troppo tardi e troppo presto per ogni cosa” di Benito Ruggiero

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Riceviamo e pubblichiamo con piacere una recensione del prof. Giuseppe Maresca sul nuovo libro di Benito Ruggiero edito da Edizioni Positanonews: “Una delle prime circostanze che li portò a definirmi fu quando mi rifiutai di chiamare le cose con i nomi che avevano scelto loro” È questa una dell’espressioni che più sintetizza e concentra in un’unica frase il pensiero di Benito Ruggiero, da cogliere in un tempo immediato, fulmineo. La concezione tutta letteraria anzi anti-letteraria di Ruggiero il quale, senza troppi indugi, rifiuta l’omologazione ideologica e ne rivendica la sua estraneità. Sarà questo il filo rosso che cercheremo di seguire all’interno di queste brevi pagine di analisi dell’ultima fatica letteraria di Ruggiero: la rivendicazione di una propria autonomia letteraria e ideologica. La battaglia tutta cerebrale dell’autore per giungere a tale risultato si manifesta su diversi campi che con attenta riflessione cercheremo di eseguire. Innanzitutto quello linguistico, quello semantico, e per concludere quello ideologico tutto personale che l’autore dona all’opera. Per addentrarci dunque all’interno di questa miscellanea di pensieri e suggestione, penso sia indispensabile calarsi con estrema cautela, al fine di non perdersi in un facile giudizio di sorta, che si fermerebbe alla definizione di stravagante o peggio di inconcludente. La stravaganza e l’inconcludenza del pensiero e della scrittura sono comuni denominatori di tutte le opere fin qui pubblicate dall’autore, ma non ne sono l’essenza, che va trovata e scoperta, dopo essersi districato all’interno della fitta rete di ricordi, personaggi, temi, impressioni che l’autore riporta, spesso sovrapponendoli cosi come nascono e si sovrappongono nella psiche autoriale. Dunque, dove va cercato il fine di queste parole, di questa tempesta linguistica fatta di salti, frasi giustapposte, richiami, ridondanze lessicali, pensieri senza fine. L’autore manipola la materia linguistica come il vasaio costruisce il vaso con la creta, la trasforma dando un senso piano piano che il vaso prende forme, la lingua non è materia o strumento per esprimere ma è il fine, materia incandescente che l’autore maneggia per riprodurre ciò che la sua mente concepisce. Ma sulla dimensione linguistica ritorneremo in seguito. Iniziamo dunque ad analizzare e sottolineare i motivi centrali dell’opera e individuarne le sottili trame di corrispondenze tra di esse: il tempo. “Che giorni furono i giorni della fine del mondo… Che poi, pensandoci, i modi di dire l’hanno sempre saputo che la fine del mondo sarebbe stata una cosa eccezionale, bella, bellissima, al di sopra di ogni meglio nel loro dire “ è la fine del mondo!”, soprattutto per le cose gustose, che davano gusto all’essere mangiate…” Ho scelto questo scorcio per cogliere in modo eloquente e probante la convinzione di Ruggiero riguardo al tempo. L’autore si pone come un narratore esterno al di fuori di una dimensione temporale, non è lui a vivere il tempo che attanaglia la vita umana, il tempo umano non scalfisce il suo pensiero eterno ed immutabile. Il protagonista assiste come una divinità atea al succedersi delle stagioni dell’uomo in modo forse indifferente perché non conosce il perire della carne. Non è Benito Ruggiero a scrivere, è il suo intelletto, è la sua mente che non conosce la miseria umana, ma ne può cogliere la causa, l’intimo significato. L’opera è senza tempo dunque perché il suo io non l’avverte. Ecco, allora spiccare un accostamento anche un po’ bizzarro tra la fine del mondo e il cibo. Il tempo passato è un cibo gustato, niente di più. L’uomo si dispera amaramente del tempo perso, dell’invecchiare, della fine della gioventù, ma nella convinzione del narratore, il tempo, appunto perché non gli appartiene, è solo un qualcosa di andato giù. Lo spazio: “Dunque l’antica dimensione del mondo continuò a esistere per questo solo uomo che si trovò a risvegliare se stesso nel mondo della creazione che aveva ormai senso per lui solo. Ma, in fondo, tutto quel mondo sarebbe stato fin troppo per un uomo solo” La concezione dello spazio, anch’essa tutta personale, si fonda completamente sul pensiero che esso sia specchio o meglio una propaggine della menta umana. Non c’è dunque un solo mondo, ma la visione che il protagonista ne ha di essa. Ogni uomo dunque nella sua infinita saggezza ne può creare uno di cui esserne deus, artefice e regolatore. Lo spazio nel libro di Ruggiero è dunque un mondo artificiale creato con l’astuzia, l’ingegno. Ma quel mondo è cosi solitario. Lo spazio che il poeta si crea e in cui vive è triste e disperato. A nessuno è concesso accedervi perché se cosi fosse, finirebbe il suo mondo. In fine porrei l’accento sull’uomo. Essere cerebrale, eroe di un mondo creato e plasmato con le proprie mani. Non è eroe del mondo, ma è eroe di un labirinto psicologico da cui lui è restio ad uscirvi. E’ un’entità più che personaggio in carne ed ossa, che talvolta nello scorrere delle pagine vorrebbe “umanizzarsi”: “Cosa poteva saperne l’essere, cosi, con la sua pretesa semplice di diventare umano? Desiderarlo e diventarlo: quando la realtà li rende due passaggi coincidenti?…” La sua aspirazione si scontra dunque con la impossibilità di essere uno come tanti, un uomo immerso nella storia. Ma l’uomo di Ruggiero è fuori dal tempo, è materia incandescente, è creta amorfa. Chi può dare un senso dunque a questa continua lotta tra la volontà dell’uomo di Ruggiero di essere normale e l’incapacità di riuscirvi. A questo dubbio, dove a mio parere si nasconde la chiave di lettura del pensiero dell’autore, risponde la parola. La parola come dicevo sopra, non ha un effettivo corrispondente a qualche significato terreno, la parola è l’ancora di salvezza a cui si aggrappa l’autore per poter dare un senso al suo continuo arrovellarsi intellettuale. Un ordine la scrittura in fondo lo ha. E’ nella mente dell’autore che cerca , spesso invano, di destinarlo agli altri. Le sequenze dialogiche, molto più ricorrenti rispetto alle precedenti opere, tradiscono appunto questa volontà di aver interlocutori, a cui esprimere i suoi sentimenti, i suoi tormenti, le sue paure di un fine letterato e pensatore dei nostri tempi. Bisogna ascoltare le parole legate ai diversi campi semantici, che Ruggiero evoca, mente, pensiero, fatica, tormento. Il campo semantico che io definirei del tormento. Il tormento dell’uomo metropolitano, il tormento di un uomo che stenta a trovare pace ed ha intravisto, a buon vedere, la salvezza nella pagina di un libro. Concludendo dunque una lettura tormentata ma che alla fine dona un sorta di paga soddisfazione, perché il lettore riconosce la parte più nascosta di sé, quella irascibile, quella turbolenta nelle parole dell’autore… L’uomo, nella sua più nascosta tribolazione non è solo, è accompagnato dalla comune catena che lega il genere umano, che cerca quotidianamente di salvarsi dalle macerie quotidiane. Benito Ruggiero giunge dunque a questo risultato vasto, enorme, domare e farsi domare dalle parole. Quell’inconscio turbolento e agitato viene forse per un attimo acquietato da ciò che ci salverà: la parola… “E si accorge di essere in salvo”

 

 

Riceviamo e pubblichiamo con piacere una recensione del prof. Giuseppe Maresca sul nuovo libro di Benito Ruggiero edito da Edizioni Positanonews: “Una delle prime circostanze che li portò a definirmi fu quando mi rifiutai di chiamare le cose con i nomi che avevano scelto loro” È questa una dell’espressioni che più sintetizza e concentra in un’unica frase il pensiero di Benito Ruggiero, da cogliere in un tempo immediato, fulmineo. La concezione tutta letteraria anzi anti-letteraria di Ruggiero il quale, senza troppi indugi, rifiuta l’omologazione ideologica e ne rivendica la sua estraneità. Sarà questo il filo rosso che cercheremo di seguire all’interno di queste brevi pagine di analisi dell’ultima fatica letteraria di Ruggiero: la rivendicazione di una propria autonomia letteraria e ideologica. La battaglia tutta cerebrale dell’autore per giungere a tale risultato si manifesta su diversi campi che con attenta riflessione cercheremo di eseguire. Innanzitutto quello linguistico, quello semantico, e per concludere quello ideologico tutto personale che l’autore dona all’opera. Per addentrarci dunque all’interno di questa miscellanea di pensieri e suggestione, penso sia indispensabile calarsi con estrema cautela, al fine di non perdersi in un facile giudizio di sorta, che si fermerebbe alla definizione di stravagante o peggio di inconcludente. La stravaganza e l’inconcludenza del pensiero e della scrittura sono comuni denominatori di tutte le opere fin qui pubblicate dall’autore, ma non ne sono l’essenza, che va trovata e scoperta, dopo essersi districato all’interno della fitta rete di ricordi, personaggi, temi, impressioni che l’autore riporta, spesso sovrapponendoli cosi come nascono e si sovrappongono nella psiche autoriale. Dunque, dove va cercato il fine di queste parole, di questa tempesta linguistica fatta di salti, frasi giustapposte, richiami, ridondanze lessicali, pensieri senza fine. L’autore manipola la materia linguistica come il vasaio costruisce il vaso con la creta, la trasforma dando un senso piano piano che il vaso prende forme, la lingua non è materia o strumento per esprimere ma è il fine, materia incandescente che l’autore maneggia per riprodurre ciò che la sua mente concepisce. Ma sulla dimensione linguistica ritorneremo in seguito. Iniziamo dunque ad analizzare e sottolineare i motivi centrali dell’opera e individuarne le sottili trame di corrispondenze tra di esse: il tempo. “Che giorni furono i giorni della fine del mondo… Che poi, pensandoci, i modi di dire l’hanno sempre saputo che la fine del mondo sarebbe stata una cosa eccezionale, bella, bellissima, al di sopra di ogni meglio nel loro dire “ è la fine del mondo!”, soprattutto per le cose gustose, che davano gusto all’essere mangiate…” Ho scelto questo scorcio per cogliere in modo eloquente e probante la convinzione di Ruggiero riguardo al tempo. L’autore si pone come un narratore esterno al di fuori di una dimensione temporale, non è lui a vivere il tempo che attanaglia la vita umana, il tempo umano non scalfisce il suo pensiero eterno ed immutabile. Il protagonista assiste come una divinità atea al succedersi delle stagioni dell’uomo in modo forse indifferente perché non conosce il perire della carne. Non è Benito Ruggiero a scrivere, è il suo intelletto, è la sua mente che non conosce la miseria umana, ma ne può cogliere la causa, l’intimo significato. L’opera è senza tempo dunque perché il suo io non l’avverte. Ecco, allora spiccare un accostamento anche un po’ bizzarro tra la fine del mondo e il cibo. Il tempo passato è un cibo gustato, niente di più. L’uomo si dispera amaramente del tempo perso, dell’invecchiare, della fine della gioventù, ma nella convinzione del narratore, il tempo, appunto perché non gli appartiene, è solo un qualcosa di andato giù. Lo spazio: “Dunque l’antica dimensione del mondo continuò a esistere per questo solo uomo che si trovò a risvegliare se stesso nel mondo della creazione che aveva ormai senso per lui solo. Ma, in fondo, tutto quel mondo sarebbe stato fin troppo per un uomo solo” La concezione dello spazio, anch’essa tutta personale, si fonda completamente sul pensiero che esso sia specchio o meglio una propaggine della menta umana. Non c’è dunque un solo mondo, ma la visione che il protagonista ne ha di essa. Ogni uomo dunque nella sua infinita saggezza ne può creare uno di cui esserne deus, artefice e regolatore. Lo spazio nel libro di Ruggiero è dunque un mondo artificiale creato con l’astuzia, l’ingegno. Ma quel mondo è cosi solitario. Lo spazio che il poeta si crea e in cui vive è triste e disperato. A nessuno è concesso accedervi perché se cosi fosse, finirebbe il suo mondo. In fine porrei l’accento sull’uomo. Essere cerebrale, eroe di un mondo creato e plasmato con le proprie mani. Non è eroe del mondo, ma è eroe di un labirinto psicologico da cui lui è restio ad uscirvi. E’ un’entità più che personaggio in carne ed ossa, che talvolta nello scorrere delle pagine vorrebbe “umanizzarsi”: “Cosa poteva saperne l’essere, cosi, con la sua pretesa semplice di diventare umano? Desiderarlo e diventarlo: quando la realtà li rende due passaggi coincidenti?…” La sua aspirazione si scontra dunque con la impossibilità di essere uno come tanti, un uomo immerso nella storia. Ma l’uomo di Ruggiero è fuori dal tempo, è materia incandescente, è creta amorfa. Chi può dare un senso dunque a questa continua lotta tra la volontà dell’uomo di Ruggiero di essere normale e l’incapacità di riuscirvi. A questo dubbio, dove a mio parere si nasconde la chiave di lettura del pensiero dell’autore, risponde la parola. La parola come dicevo sopra, non ha un effettivo corrispondente a qualche significato terreno, la parola è l’ancora di salvezza a cui si aggrappa l’autore per poter dare un senso al suo continuo arrovellarsi intellettuale. Un ordine la scrittura in fondo lo ha. E’ nella mente dell’autore che cerca , spesso invano, di destinarlo agli altri. Le sequenze dialogiche, molto più ricorrenti rispetto alle precedenti opere, tradiscono appunto questa volontà di aver interlocutori, a cui esprimere i suoi sentimenti, i suoi tormenti, le sue paure di un fine letterato e pensatore dei nostri tempi. Bisogna ascoltare le parole legate ai diversi campi semantici, che Ruggiero evoca, mente, pensiero, fatica, tormento. Il campo semantico che io definirei del tormento. Il tormento dell’uomo metropolitano, il tormento di un uomo che stenta a trovare pace ed ha intravisto, a buon vedere, la salvezza nella pagina di un libro. Concludendo dunque una lettura tormentata ma che alla fine dona un sorta di paga soddisfazione, perché il lettore riconosce la parte più nascosta di sé, quella irascibile, quella turbolenta nelle parole dell’autore… L’uomo, nella sua più nascosta tribolazione non è solo, è accompagnato dalla comune catena che lega il genere umano, che cerca quotidianamente di salvarsi dalle macerie quotidiane. Benito Ruggiero giunge dunque a questo risultato vasto, enorme, domare e farsi domare dalle parole. Quell’inconscio turbolento e agitato viene forse per un attimo acquietato da ciò che ci salverà: la parola… “E si accorge di essere in salvo”