Sorrento L’umanità ferita e il bisogno di salvezza

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La Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sez. “S. Tommaso” (Napoli), ha avuto l’onore di relazionare il 51° Convegno Nazionale dei rettori e operatori dei Santuari Italiani sul tema: «Maria Madre di Misericordia». Dopo la relazione introduttiva del prof. Scognamiglio altri docenti si sono avvicendati per trattare il tema del Convegno. Martedì 22 u.s. don Antonio Ascione, segretario e docente della PFTIM in mattinata ci ha parlato delle domande di senso dell’uomo moderno, delle sue fragilità e del come solo la cura, come “interesse per l’altro” potrà essere uno dei modi per declinare la Misericordia del Padre.
Il dolore e la sofferenza dell’uomo sono domande che si intrecciano con l’offerta di salvezza che proviene dalla visione religiosa del mondo. Cancellato ogni Assoluto trascendente, l’uomo di oggi sembra ripiegarsi su se stesso, sul proprio qui e ora: alla vertigine dell’Assoluto trascendente sostituisce ora la vertigine dell’abisso del nulla e dell’eterno divenire. Di fronte a questo panorama culturale, si può parlare di «tragedia del senso», che deriva dalla «insignificanza dei valori fondamentali». La tecnica sembra dominare lo sviluppo dell’umanità e ad essa sembrano rivolgersi tutte le attese di salvezza e di redenzione dell’uomo contemporaneo. La tecnica scalza la religione e intercetta con i suoi progressi tecnologici le attese di salvezza e i bisogni dell’uomo. Tale atteggiamento coinvolge anche i legami affettivi. Cormac McCarty, nel suo romanzo premio Pulitzer del 2007, The Road, narra del viaggio di un padre con suo figlio bambino in un grigio mondo post-apocalittico, alla ricerca di regioni più calde, verso Sud, sull’oceano. Il romanzo termina con il ricordo della cura che il padre avrà avuto, nel cammino pericoloso, per il proprio figlio. Una seconda traccia la ricaviamo dalle ricerche psicanalitiche: Edipo e Narciso cedono il posto a Telemaco. Il figlio-Edipo conosce il conflitto e la rivolta contro il padre. Il figlio-Narciso è invece quel figlio fissato sterilmente nella sua immagine, in un mondo che non sembra più ospitare la differenza tra le generazioni. Così, dopo il tramonto dell’autorità simbolica del Padre (la rivolta di Edipo contro il padre) assistiamo ora all’egemonia del figlio Narciso. Eppure, oltre Edipo e oltre Narciso, esiste una domanda inedita di Padre, in Telemaco, il figlio di Ulisse che attende il ritorno del padre. In primo piano non vi sarebbe più il conflitto tra le generazioni (Edipo), né l’affermazione edonista e sterile di sé (Narciso), ma una nuova domanda del Padre che è però invocazione, richiesta del suo ritorno. Penelope trasmette a Telemaco l’assenza del padre nell’attesa: la sua veglia tiene vivo il Nome del Padre. In questo modo la sua assenza significa una presenza… Emerge da queste analisi il tema della cura. Nasciamo fragili, mancanti d’essere, e tali si resta con il grave compito di divenire il proprio essere. Farsi carico della propria fragilità è allora la prima forma della cura dell’esistenza. Stare dentro questo compito è in-sistere sulla qualità del proprio essere. Proprio perché ogni vita umana viene al mondo come mancante di essere, il suo compito è quello di cercare la forma del proprio esserci, e precisamente la forma migliore. La fragilità dell’esistenza è intimamente connessa alla qualità relazionale della condizione umana: siamo intimamente legati alla vita di altri, vivere è sempre con-vivere. Già se consideriamo l’essere umano dal punto di vista del suo sviluppo biologico e psichico costatiamo che la relazione con l’altro sia una condizione primaria. Tale relazione è struttura ontologica fondamentale dell’esistenza umana. La nostra fragilità e vulnerabilità allo stesso tempo indica la qualità relazionale del nostro essere che ci rende continuamente bisognosi degli altri. Siamo esseri impastati di materia e di spirito e dobbiamo continuamente procurarci cose per nutrirci e conservarci nell’essere. A mettere in moto un’azione di cura è l’interesse per l’altro, un guardare all’altro mossi dal sentirsi connessi con l’essere dell’altro, aver preoccupazione per la sua condizione, cogliendone la sua situazione di necessità. Ciascuno di noi ha sempre bisogno dell’altro perché nessuno di noi ha piena sovranità sul proprio essere. Si sente l’urgenza della cura quando si percepisce l’altro necessitante di qualcosa che da sé non può procurarsi. La preoccupazione per l’altro si esprime in diverse forme di intensità, dalla semplice disponibilità a rispondere alle richieste dell’altro, al prendersi a cuore, in cui la situazione dell’altro viene a porsi al centro dei miei pensieri. Sotto questo aspetto l’interesse per l’altro mi tocca in profondità, dalla sollecitudine, alla premura, fino alla dedizione all’altro. Quest’ultima sembra essere la forma più alta di cura, là dove si è capaci di una abnegazione intensiva all’altro trovando la gioia nel sentire l’altro stare bene. Prestare attenzione, tenere lo sguardo rivolto all’altro. Il prestare attenzione non si realizza solo con lo sguardo, ma anche con la parola, detta e taciuta: il silenzio lascia posto alla parola detta dall’altro. Emerge allora l’ascoltare come cura, un disporsi a cogliere il senso che l’altro mi comunica, al di là del suono delle parole. L’attenzione dello sguardo e l’ascolto nella relazione di cura portano al dialogo, al darsi della parola per costruire uno spazio di senso condiviso entro cui intendersi. Un altro termine del lessico della cura può essere il comprendere. L’aver cura come comprensione sta a dire il voler cogliere ciò di cui l’altro ha bisogno per attualizzare le possibilità del suo esistere più proprio. Tale sentire l’altro ha la sua radice in quella sensibilità intesa come l’essere esposti all’altro, un lasciarsi mettere in causa dall’alterità dell’altro. Affiora così nel lessico filosofico della cura l’empatia, cioè la capacità di cogliere l’esperienza vissuta estranea, o meglio ancora l’atto di presentificazione del vissuto di un altro. Dall’empatia alla compassione il passo è breve. La compassione come atteggiamento di cura dell’altro si manifesta in quelle situazioni nelle quali si avverte il sentire negativo dell’altro, il suo soffrire, accompagnando questo co-sentire l’altro da una valutazione che evidenzia che la sofferenza vissuta dall’altro è qualcosa che il senso di giustizia non può tollerare. Così, la compassione è quell’esperienza empatica di chi sente l’ingiustizia del dolore dell’altro e si attiva a impegnarsi per alleviare la sofferenza altrui.
https://lateologia.wordpress.com/2016/12/01/lumanita-ferita-e-il-bisogno-di-salvezza/La Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sez. “S. Tommaso” (Napoli), ha avuto l’onore di relazionare il 51° Convegno Nazionale dei rettori e operatori dei Santuari Italiani sul tema: «Maria Madre di Misericordia». Dopo la relazione introduttiva del prof. Scognamiglio altri docenti si sono avvicendati per trattare il tema del Convegno. Martedì 22 u.s. don Antonio Ascione, segretario e docente della PFTIM in mattinata ci ha parlato delle domande di senso dell’uomo moderno, delle sue fragilità e del come solo la cura, come “interesse per l’altro” potrà essere uno dei modi per declinare la Misericordia del Padre.
Il dolore e la sofferenza dell’uomo sono domande che si intrecciano con l’offerta di salvezza che proviene dalla visione religiosa del mondo. Cancellato ogni Assoluto trascendente, l’uomo di oggi sembra ripiegarsi su se stesso, sul proprio qui e ora: alla vertigine dell’Assoluto trascendente sostituisce ora la vertigine dell’abisso del nulla e dell’eterno divenire. Di fronte a questo panorama culturale, si può parlare di «tragedia del senso», che deriva dalla «insignificanza dei valori fondamentali». La tecnica sembra dominare lo sviluppo dell’umanità e ad essa sembrano rivolgersi tutte le attese di salvezza e di redenzione dell’uomo contemporaneo. La tecnica scalza la religione e intercetta con i suoi progressi tecnologici le attese di salvezza e i bisogni dell’uomo. Tale atteggiamento coinvolge anche i legami affettivi. Cormac McCarty, nel suo romanzo premio Pulitzer del 2007, The Road, narra del viaggio di un padre con suo figlio bambino in un grigio mondo post-apocalittico, alla ricerca di regioni più calde, verso Sud, sull’oceano. Il romanzo termina con il ricordo della cura che il padre avrà avuto, nel cammino pericoloso, per il proprio figlio. Una seconda traccia la ricaviamo dalle ricerche psicanalitiche: Edipo e Narciso cedono il posto a Telemaco. Il figlio-Edipo conosce il conflitto e la rivolta contro il padre. Il figlio-Narciso è invece quel figlio fissato sterilmente nella sua immagine, in un mondo che non sembra più ospitare la differenza tra le generazioni. Così, dopo il tramonto dell’autorità simbolica del Padre (la rivolta di Edipo contro il padre) assistiamo ora all’egemonia del figlio Narciso. Eppure, oltre Edipo e oltre Narciso, esiste una domanda inedita di Padre, in Telemaco, il figlio di Ulisse che attende il ritorno del padre. In primo piano non vi sarebbe più il conflitto tra le generazioni (Edipo), né l’affermazione edonista e sterile di sé (Narciso), ma una nuova domanda del Padre che è però invocazione, richiesta del suo ritorno. Penelope trasmette a Telemaco l’assenza del padre nell’attesa: la sua veglia tiene vivo il Nome del Padre. In questo modo la sua assenza significa una presenza… Emerge da queste analisi il tema della cura. Nasciamo fragili, mancanti d’essere, e tali si resta con il grave compito di divenire il proprio essere. Farsi carico della propria fragilità è allora la prima forma della cura dell’esistenza. Stare dentro questo compito è in-sistere sulla qualità del proprio essere. Proprio perché ogni vita umana viene al mondo come mancante di essere, il suo compito è quello di cercare la forma del proprio esserci, e precisamente la forma migliore. La fragilità dell’esistenza è intimamente connessa alla qualità relazionale della condizione umana: siamo intimamente legati alla vita di altri, vivere è sempre con-vivere. Già se consideriamo l’essere umano dal punto di vista del suo sviluppo biologico e psichico costatiamo che la relazione con l’altro sia una condizione primaria. Tale relazione è struttura ontologica fondamentale dell’esistenza umana. La nostra fragilità e vulnerabilità allo stesso tempo indica la qualità relazionale del nostro essere che ci rende continuamente bisognosi degli altri. Siamo esseri impastati di materia e di spirito e dobbiamo continuamente procurarci cose per nutrirci e conservarci nell’essere. A mettere in moto un’azione di cura è l’interesse per l’altro, un guardare all’altro mossi dal sentirsi connessi con l’essere dell’altro, aver preoccupazione per la sua condizione, cogliendone la sua situazione di necessità. Ciascuno di noi ha sempre bisogno dell’altro perché nessuno di noi ha piena sovranità sul proprio essere. Si sente l’urgenza della cura quando si percepisce l’altro necessitante di qualcosa che da sé non può procurarsi. La preoccupazione per l’altro si esprime in diverse forme di intensità, dalla semplice disponibilità a rispondere alle richieste dell’altro, al prendersi a cuore, in cui la situazione dell’altro viene a porsi al centro dei miei pensieri. Sotto questo aspetto l’interesse per l’altro mi tocca in profondità, dalla sollecitudine, alla premura, fino alla dedizione all’altro. Quest’ultima sembra essere la forma più alta di cura, là dove si è capaci di una abnegazione intensiva all’altro trovando la gioia nel sentire l’altro stare bene. Prestare attenzione, tenere lo sguardo rivolto all’altro. Il prestare attenzione non si realizza solo con lo sguardo, ma anche con la parola, detta e taciuta: il silenzio lascia posto alla parola detta dall’altro. Emerge allora l’ascoltare come cura, un disporsi a cogliere il senso che l’altro mi comunica, al di là del suono delle parole. L’attenzione dello sguardo e l’ascolto nella relazione di cura portano al dialogo, al darsi della parola per costruire uno spazio di senso condiviso entro cui intendersi. Un altro termine del lessico della cura può essere il comprendere. L’aver cura come comprensione sta a dire il voler cogliere ciò di cui l’altro ha bisogno per attualizzare le possibilità del suo esistere più proprio. Tale sentire l’altro ha la sua radice in quella sensibilità intesa come l’essere esposti all’altro, un lasciarsi mettere in causa dall’alterità dell’altro. Affiora così nel lessico filosofico della cura l’empatia, cioè la capacità di cogliere l’esperienza vissuta estranea, o meglio ancora l’atto di presentificazione del vissuto di un altro. Dall’empatia alla compassione il passo è breve. La compassione come atteggiamento di cura dell’altro si manifesta in quelle situazioni nelle quali si avverte il sentire negativo dell’altro, il suo soffrire, accompagnando questo co-sentire l’altro da una valutazione che evidenzia che la sofferenza vissuta dall’altro è qualcosa che il senso di giustizia non può tollerare. Così, la compassione è quell’esperienza empatica di chi sente l’ingiustizia del dolore dell’altro e si attiva a impegnarsi per alleviare la sofferenza altrui.
L’umanità ferita e il bisogno di salvezza