Il segreto del Toscano? È a Cava de’ Tirreni, dove si realizza una lavorazione specializzata di precisione

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Sono davvero lontani, lontanissimi, i tempi in cui nella piazza centrale di Cava de’ Tirreni si organizzò una fumata pubblica guidata dall’allora sindaco Raffaele Fiorillo per difendere gli oltre ottocento posti di lavoro messi in discussione dalla crisi della Manifattura. Oggi nella nuova sede a ridosso della stazione l’atmosfera è decisamente più rilassata, anche se i dipendenti sono poco più di un centinaio. Ma tutto gira alla perfezione e Cava resta una delle due sedi dove nasce il sigaro Toscano, per la precisione i sigari ammezzati più gli aromatizzati che adesso piacciono tanto ai giovani. Era il 2000, lo stabilimento sarebbe passato nell’orbita di una multinazionale del tabacco per tornare nel 2006 in mani italiane con l’acquisizione del gruppo Maccaferri. Pochi ricordano che la Campania è stata – ed in parte lo è ancora – una delle maggiori regioni produttrice di tabacco pregiato, il Kentucky per la precisione, nell’area compresa tra le province di Avellino e Benevento con l’economia di interi paesi che ruotavano sulla coltivazioni della pianta. Una storia dell’Italia unita che nasce quando a Napoli c’era Giocchino Murat e a Firenze il Granducato. Già, perché il toscano, uno dei sigari più caratterizzati nel panorama mondiale, nasce da un errore, grazie ad un fortuito temporale estivo, quando nella Manifattura Tabacchi di Firenze un cumulo di tabacco lasciato ad essiccare al sole venne improvvisamente bagnato dalla pioggia. Il sigaro italiano deve la sua fortuna ad una decisione presa dall’allora direttore dello stabilimento, quella di non buttare tutto nell’Arno ma aspettare che asciugasse. Il tabacco cominciò a fermentare. Un processo naturale che fece la fortuna del sigaro, dando vita alla sua famosa formula «segreta»: Kentucky, acqua e amido di mais. Segreti di cui tutti sono gelosi: nel giro in fabbrica il direttore Stefano Mariotti invita garbatamente a non fotografare, dunque ci è solo possibile raccontare di una macchina costruita negli anni ‘50 che ripete gli otto movimenti che le sigaraie facevano a mano regalando un prodotto che solo con la tecnologia odierna è migliorabile dopo 60 anni. Ma la storia di Cava è intimamente legata alla lavorazione del tabacco che è arrivata a fare reddito per oltre duemila famiglie negli anni d’oro. Anche questa attività nasce da uno sbaglio, o meglio dalla crisi del settore tessile che ebbe nella coltivazione e nella lavorazione del tabacco (allora chiamato “erba santa”) un esempio ante litteram di riconversione industriale. Le prime coltivazioni nella valle del Metauro, che collega l’Agro-nocerino alla Costiera Amalfitana, risalgono al 1819 quando su iniziativa del sindaco Giovanni Stendardo si avviò la regolamentazione della coltura del tabacco, favorita dal buon guadagno per i coltivatori, dovuto ad alcune leggi emanate da Gioacchino Murat che imposero il monopolio del governo sulla vendita del tabacco, sia in polvere per il fiuto che per il fumo. Fu la rinascita per Cava ed il tabacco divenne il perno dell’economia per oltre 150 anni. L’incremento della produzione e delle maestranze rese necessario, nel 1872, provvedere a una nuova sede e la scelta cadde sull’ex orfanatrofio di Santa Maria del Rifugio, nato per volontà della Congrega di Carità, come «Conservatorio di Donzelle Povere», in viale Crispi, che ospitava anche un battaglione di fanteria, divenuto di proprietà comunale. Viene scelto solo tabacco Kentucky, OGM free, naturale al 100%, lo si stagiona fino a 12 mesi e lo si affida alla cura delle mani esperte delle sue sigaraie e alle macchine pensate per questa produzione. Un processo assolutamente naturale. Gran parte del merito della fama del Toscano va riconosciuta ai grandi maestri che nel tempo hanno scelto il sigaro italiano come fonte di ispirazione. Dalla musica classica al cinema, passando per la letteratura, la politica e la televisione, citiamo Giuseppe Garibaldi, Pietro Mascagni, Giacomo Puccini, Mario Soldati, Marcello Mastroianni, Totò, Burt Lancaster, Amedeo Modigliani Servillo, Paolo Sorrentino e tanti altri. Fu proprio Mario Soldati, grande fumatore di sigari, a suggerire di chiamarne uno “Garibaldi” durante la sua visita allo stabilimento di Cava. Dalla semina alla raccolta, dalle fasi di lavorazione al prodotto finito, Manifatture Sigaro Toscano si fa, inoltre, garante di standard professionali e qualitativi in linea con le più moderne aziende del settore. I coltivatori di Kentucky campani e italiani rappresentano un anello strategico della catena produttiva del Toscano e la Manifattura è il loro principale interlocutore assorbendo il 90% a valore dell’intera produzione nazionale, percentuale che arriva al 100% nel caso della foglia da fascia, la parte qualitativamente più pregiata della coltivazione. Un insieme di sforzi atti a mantenere in Italia una materia prima di alta qualità e garantire prospettive e continuità della filiera italiana. Un esempio di made in Italy che non è toccato né dalla crisi e tantomeno dalle campagne antifumo perché il fumatore di sigari è un po’ come quello di pipa, non ci rinuncia e ama farlo quando ha tempo e spazio a disposizione. (Luciano Pignataro – Il Mattino)

Sono davvero lontani, lontanissimi, i tempi in cui nella piazza centrale di Cava de’ Tirreni si organizzò una fumata pubblica guidata dall’allora sindaco Raffaele Fiorillo per difendere gli oltre ottocento posti di lavoro messi in discussione dalla crisi della Manifattura. Oggi nella nuova sede a ridosso della stazione l’atmosfera è decisamente più rilassata, anche se i dipendenti sono poco più di un centinaio. Ma tutto gira alla perfezione e Cava resta una delle due sedi dove nasce il sigaro Toscano, per la precisione i sigari ammezzati più gli aromatizzati che adesso piacciono tanto ai giovani. Era il 2000, lo stabilimento sarebbe passato nell’orbita di una multinazionale del tabacco per tornare nel 2006 in mani italiane con l’acquisizione del gruppo Maccaferri. Pochi ricordano che la Campania è stata – ed in parte lo è ancora – una delle maggiori regioni produttrice di tabacco pregiato, il Kentucky per la precisione, nell’area compresa tra le province di Avellino e Benevento con l’economia di interi paesi che ruotavano sulla coltivazioni della pianta. Una storia dell’Italia unita che nasce quando a Napoli c’era Giocchino Murat e a Firenze il Granducato. Già, perché il toscano, uno dei sigari più caratterizzati nel panorama mondiale, nasce da un errore, grazie ad un fortuito temporale estivo, quando nella Manifattura Tabacchi di Firenze un cumulo di tabacco lasciato ad essiccare al sole venne improvvisamente bagnato dalla pioggia. Il sigaro italiano deve la sua fortuna ad una decisione presa dall’allora direttore dello stabilimento, quella di non buttare tutto nell’Arno ma aspettare che asciugasse. Il tabacco cominciò a fermentare. Un processo naturale che fece la fortuna del sigaro, dando vita alla sua famosa formula «segreta»: Kentucky, acqua e amido di mais. Segreti di cui tutti sono gelosi: nel giro in fabbrica il direttore Stefano Mariotti invita garbatamente a non fotografare, dunque ci è solo possibile raccontare di una macchina costruita negli anni ‘50 che ripete gli otto movimenti che le sigaraie facevano a mano regalando un prodotto che solo con la tecnologia odierna è migliorabile dopo 60 anni. Ma la storia di Cava è intimamente legata alla lavorazione del tabacco che è arrivata a fare reddito per oltre duemila famiglie negli anni d’oro. Anche questa attività nasce da uno sbaglio, o meglio dalla crisi del settore tessile che ebbe nella coltivazione e nella lavorazione del tabacco (allora chiamato “erba santa”) un esempio ante litteram di riconversione industriale. Le prime coltivazioni nella valle del Metauro, che collega l’Agro-nocerino alla Costiera Amalfitana, risalgono al 1819 quando su iniziativa del sindaco Giovanni Stendardo si avviò la regolamentazione della coltura del tabacco, favorita dal buon guadagno per i coltivatori, dovuto ad alcune leggi emanate da Gioacchino Murat che imposero il monopolio del governo sulla vendita del tabacco, sia in polvere per il fiuto che per il fumo. Fu la rinascita per Cava ed il tabacco divenne il perno dell’economia per oltre 150 anni. L’incremento della produzione e delle maestranze rese necessario, nel 1872, provvedere a una nuova sede e la scelta cadde sull’ex orfanatrofio di Santa Maria del Rifugio, nato per volontà della Congrega di Carità, come «Conservatorio di Donzelle Povere», in viale Crispi, che ospitava anche un battaglione di fanteria, divenuto di proprietà comunale. Viene scelto solo tabacco Kentucky, OGM free, naturale al 100%, lo si stagiona fino a 12 mesi e lo si affida alla cura delle mani esperte delle sue sigaraie e alle macchine pensate per questa produzione. Un processo assolutamente naturale. Gran parte del merito della fama del Toscano va riconosciuta ai grandi maestri che nel tempo hanno scelto il sigaro italiano come fonte di ispirazione. Dalla musica classica al cinema, passando per la letteratura, la politica e la televisione, citiamo Giuseppe Garibaldi, Pietro Mascagni, Giacomo Puccini, Mario Soldati, Marcello Mastroianni, Totò, Burt Lancaster, Amedeo Modigliani Servillo, Paolo Sorrentino e tanti altri. Fu proprio Mario Soldati, grande fumatore di sigari, a suggerire di chiamarne uno “Garibaldi” durante la sua visita allo stabilimento di Cava. Dalla semina alla raccolta, dalle fasi di lavorazione al prodotto finito, Manifatture Sigaro Toscano si fa, inoltre, garante di standard professionali e qualitativi in linea con le più moderne aziende del settore. I coltivatori di Kentucky campani e italiani rappresentano un anello strategico della catena produttiva del Toscano e la Manifattura è il loro principale interlocutore assorbendo il 90% a valore dell’intera produzione nazionale, percentuale che arriva al 100% nel caso della foglia da fascia, la parte qualitativamente più pregiata della coltivazione. Un insieme di sforzi atti a mantenere in Italia una materia prima di alta qualità e garantire prospettive e continuità della filiera italiana. Un esempio di made in Italy che non è toccato né dalla crisi e tantomeno dalle campagne antifumo perché il fumatore di sigari è un po’ come quello di pipa, non ci rinuncia e ama farlo quando ha tempo e spazio a disposizione. (Luciano Pignataro – Il Mattino)