La violenza contro le donne uccide due volte nel silenzio. Al Cardarelli di Napoli si inaugura il Centro Dafne

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Un cattivo marito spaventa sempre, se poi la depressione colpisce la donna, vittima di aggressioni nel silenzio, ansia e rischi aumentano. «Di questo, però, non si parla quasi mai negli studi medici», afferma Elvira Reale, la psicologa con 30 anni esperienza che ha creato i centri anti-femminicidio negli ospedali a Napoli. E spiega: la violenza può uccidere due volte. Con un colpo di pistola, come è stato per la povera Stefania Formicola, 28enne ammazzata il 19 ottobre a Melito, nell’hinterland partenopeo. E, lentamente, giorno dopo giorno. «I maltrattamenti, soprattutto se ripetuti in famiglia, i più comuni, hanno una capacità estremamente alta di causare malattie gravi e croniche, in primis la depressione, perché la violenza lede l’autostima (fattore protettivo) e innesca anche altre patologie, come le cardiovascolari, in quanto rappresenta un potente generatore di stress traumatico». I danni psichici e comportamentali individuati dall’Organizzazione mondiale della sanità sono numerosi: disturbi dell’alimentazione e del sonno, sindromi da dolore cronico, fobie e attacchi di panico, sindrome del colon irritabile, istinti suicidi e autolesionisti, disfunzioni sessuali, fumo, abuso di alcol e droghe, oltre a depressione, ansia, disturbi da stress post-traumatico e psicosomatici, e l’elenco potrebbe continuare. «Alla base ci sono motivi e fatti della vita quotidiana che possono essere modificati, ma la tendenza tra i professionisti è ricondurre i problemi sanitari femminili a variabili ormonali e biologiche, come la menopausa o il parto, senza indagare sul resto come invece si fa con gli uomini». Ciò significa, sintetizza Reale, che «è più difficile accedere alla prevenzione» che inizia con il necessario sostegno, spezzando il legame di dipendenza dal coniuge. La giornata internazionale contro la violenza di genere, in programma tra 48 ore, il 25 novembre, è l’occasione per diffondere le indicazioni tecniche attraverso iniziative in tutt’Italia ed è anche la data simbolica scelta per inaugurare il Centro Dafne al Cardarelli di Napoli (piano terra, nel padiglione M). Lo gestisce l’associazione Salute Donna presieduta da Reale, che siede nella commissione regionale sul tema, e lo sostiene il manager Ciro Verdoliva, anche colorando di rosso nella circostanza la facciata dell’ospedale. Il centro del Cardarelli si aggiunge agli altri due in funzione nei pronto soccorso di San Paolo e Loreto Mare; mentre nel distretto Asl in piazza Nazionale c’è un servizio dedicato agli uomini che provano a cambiare. «I dati Istat rivelano che l’11.8% delle aggressioni, da parte del partner, avviene durante la gravidanza», fa notare Rosetta Papa, direttore di Tutela salute donna alla Asl di Napoli. E con la nascita dei figli le vittime sopportano di più: aspettano dai sei ai dieci anni, in media, prima di decidersi a denunciare. Trascurando se stesse. Ma c’è un ulteriore punto di debolezza, tutto femminile. «L’approccio androcentrico nelle cure ha condotto a fallimenti diagnostici e terapeutici, a scapito della nostra salute», interviene Lina De Cesare, primario Asl e organizzatrice di un corso di aggiornamento sulla Medicina di genere, nonché cintura nera e maestro di kick boxing che domani dalle 16 alle 20 tiene una lezione dimostrativa di difesa personale nella palestra in Luigia via Sanfelice 7 a Napoli. Precisa: «La variabile sesso-genere spesso non è considerata nella sperimentazione preclinica, nonostante le evidenze scientifiche». Sono gli svantaggi in gonnella che si notano, in particolare, nell’analisi delle statistiche su infarto e patologie cardiovascolari. «Anche come conseguenza della violenza, queste malattie – ribadisce Reale – colpiscono di più le donne»: il 38% (contro il 25 degli uomini) muore entro un anno dalla lesione. «Capita che – dice de Cesare – non riconoscano per tempo i sintomi, perché diversi da quelli maschili di cui si discute ancora quasi in forma esclusiva nei testi scientifici, tant’è che neppure gli operatori sanitari riescono ancora a distinguerli adeguatamente». La violenza, dunque, è un motivo di stress che aumenta i rischi per patologie cardiovascolari ed è uno dei principali fattori nella depressione, pure, come si sa, prevalente in «rosa». Soluzioni? Uscire dall’isolamento, incontrare amici e persone care più volte alla settimana, per almeno mezz’ora, un po’ come si fa (o si dovrebbe fare) per proteggere il cuore con la pratica sportiva. Mezz’ora di esercizi da «manuale di autodifesa». «La salute e l’istruzione (quindi l’educazione a corretti stili di vita) sono presupposti fondamentali», conclude Papa, che con il progetto Obiettivo materno-infantile nell’Asl prevede, tra gli interventi di prevenzione da rafforzare, tramite i consultori familiari e il raccordo con le istituzioni, ulteriori misure per contrastare la violenza contro le donne in tutte le sue forme». (Maria Pizzo – Il Mattino) 

Un cattivo marito spaventa sempre, se poi la depressione colpisce la donna, vittima di aggressioni nel silenzio, ansia e rischi aumentano. «Di questo, però, non si parla quasi mai negli studi medici», afferma Elvira Reale, la psicologa con 30 anni esperienza che ha creato i centri anti-femminicidio negli ospedali a Napoli. E spiega: la violenza può uccidere due volte. Con un colpo di pistola, come è stato per la povera Stefania Formicola, 28enne ammazzata il 19 ottobre a Melito, nell’hinterland partenopeo. E, lentamente, giorno dopo giorno. «I maltrattamenti, soprattutto se ripetuti in famiglia, i più comuni, hanno una capacità estremamente alta di causare malattie gravi e croniche, in primis la depressione, perché la violenza lede l’autostima (fattore protettivo) e innesca anche altre patologie, come le cardiovascolari, in quanto rappresenta un potente generatore di stress traumatico». I danni psichici e comportamentali individuati dall’Organizzazione mondiale della sanità sono numerosi: disturbi dell’alimentazione e del sonno, sindromi da dolore cronico, fobie e attacchi di panico, sindrome del colon irritabile, istinti suicidi e autolesionisti, disfunzioni sessuali, fumo, abuso di alcol e droghe, oltre a depressione, ansia, disturbi da stress post-traumatico e psicosomatici, e l’elenco potrebbe continuare. «Alla base ci sono motivi e fatti della vita quotidiana che possono essere modificati, ma la tendenza tra i professionisti è ricondurre i problemi sanitari femminili a variabili ormonali e biologiche, come la menopausa o il parto, senza indagare sul resto come invece si fa con gli uomini». Ciò significa, sintetizza Reale, che «è più difficile accedere alla prevenzione» che inizia con il necessario sostegno, spezzando il legame di dipendenza dal coniuge. La giornata internazionale contro la violenza di genere, in programma tra 48 ore, il 25 novembre, è l’occasione per diffondere le indicazioni tecniche attraverso iniziative in tutt’Italia ed è anche la data simbolica scelta per inaugurare il Centro Dafne al Cardarelli di Napoli (piano terra, nel padiglione M). Lo gestisce l’associazione Salute Donna presieduta da Reale, che siede nella commissione regionale sul tema, e lo sostiene il manager Ciro Verdoliva, anche colorando di rosso nella circostanza la facciata dell’ospedale. Il centro del Cardarelli si aggiunge agli altri due in funzione nei pronto soccorso di San Paolo e Loreto Mare; mentre nel distretto Asl in piazza Nazionale c’è un servizio dedicato agli uomini che provano a cambiare. «I dati Istat rivelano che l’11.8% delle aggressioni, da parte del partner, avviene durante la gravidanza», fa notare Rosetta Papa, direttore di Tutela salute donna alla Asl di Napoli. E con la nascita dei figli le vittime sopportano di più: aspettano dai sei ai dieci anni, in media, prima di decidersi a denunciare. Trascurando se stesse. Ma c’è un ulteriore punto di debolezza, tutto femminile. «L’approccio androcentrico nelle cure ha condotto a fallimenti diagnostici e terapeutici, a scapito della nostra salute», interviene Lina De Cesare, primario Asl e organizzatrice di un corso di aggiornamento sulla Medicina di genere, nonché cintura nera e maestro di kick boxing che domani dalle 16 alle 20 tiene una lezione dimostrativa di difesa personale nella palestra in Luigia via Sanfelice 7 a Napoli. Precisa: «La variabile sesso-genere spesso non è considerata nella sperimentazione preclinica, nonostante le evidenze scientifiche». Sono gli svantaggi in gonnella che si notano, in particolare, nell’analisi delle statistiche su infarto e patologie cardiovascolari. «Anche come conseguenza della violenza, queste malattie – ribadisce Reale – colpiscono di più le donne»: il 38% (contro il 25 degli uomini) muore entro un anno dalla lesione. «Capita che – dice de Cesare – non riconoscano per tempo i sintomi, perché diversi da quelli maschili di cui si discute ancora quasi in forma esclusiva nei testi scientifici, tant’è che neppure gli operatori sanitari riescono ancora a distinguerli adeguatamente». La violenza, dunque, è un motivo di stress che aumenta i rischi per patologie cardiovascolari ed è uno dei principali fattori nella depressione, pure, come si sa, prevalente in «rosa». Soluzioni? Uscire dall’isolamento, incontrare amici e persone care più volte alla settimana, per almeno mezz’ora, un po’ come si fa (o si dovrebbe fare) per proteggere il cuore con la pratica sportiva. Mezz’ora di esercizi da «manuale di autodifesa». «La salute e l’istruzione (quindi l’educazione a corretti stili di vita) sono presupposti fondamentali», conclude Papa, che con il progetto Obiettivo materno-infantile nell’Asl prevede, tra gli interventi di prevenzione da rafforzare, tramite i consultori familiari e il raccordo con le istituzioni, ulteriori misure per contrastare la violenza contro le donne in tutte le sue forme». (Maria Pizzo – Il Mattino) 

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