Napoli -Dinamo -Kiev la spinta dei quarantamila tifosi.Vietato sbagliare

0

 

Piccoli «geni» crescono: e in questa notte ch’è suggestiva, la ribellione ai «colossi» parte dal basso, perché nel calcio verticale ci vuole la testa per ragionare e servono piedi per verticalizzare. «E io, infatti, mi diverto un sacco». Benvenuti al San Paolo, in questa terra di lillipuziani (ma, sia chiaro, con rispetto parlando), in una serata in cui sarà necessario – e forse indispensabile – restare rigorosamente se stessi, guardandosi dentro e raschiando il fondo della propria natura: perché stavolta, mentre l’eco della Champions entra nel cervello, bisognerà argomentare con la materia grigia di Insigne, di Callejon e di Mertens, la «triade» in salsa partenopea che s’è presa il Napoli sulle spalle e ha deciso di portarlo in giro per l’Europa che conta. «Non chiedetemi cosa io voglia, se il primo o il secondo posto: a me interessa passare il turno, per cominciare».

 
 
PICCOLI E BELLI. Bentrovati in Champions League, quest’oasi che induce a fantasticare, questo macrouniverso nel quale Dries Mertens, travestito da Speddy Gonzales, ha deciso di andare a far la guerra (con Callejon e con Insigne) a modo suo, avanzando con fierezza tra quei Gulliver che l’aspettano a petto in fuori e quadricipiti in mostra. Perché piccoli è bello. «In questo ruolo mi diverto molto, so che devo imparare ancora tanto e però intanto me lo gusto: sto giocando di più, sto anche segnando, come successo con la Nazionale, e so che non abbiamo alternative, se vogliamo cullare il nostro sogno. Bisogna vincere, perché battere la Dinamo Kiev varrebbe quasi la qualificazione». 
 
VERO NUEVE. Falso, anzi autenticissimo, come Sarri l’ha (ri)fatto dal 15 ottobre in poi: il Mertens che non t’aspetti, quel centravanti uscito dal frullatore nel quale son rimasto – ognuno a modo suo – prima Milik e poi Gabbiadini, è l’attaccante atipico che ha contribuito, insieme al Napoli, a dimenticare Higuain, a segnare ventitré reti (in campionato) contro i ventiquattro dell’anno scorso, a trovare soluzioni alternative per uscire dal pantano e dalla malinconia, per dimostrare che c’è anche un altro calcio e lo chiamarete tiki-taka o come diavolo vi sembrerà giusto. «In Champions, tutto sommato, sta andando bene. E anche a Udine, devo dire, al di là della vittoria, c’è stato un football assai godibile. E’ stato un successo utilissimo, ovviamente, e io sono contentissimo per Insigne, per la sua doppietta. E pure stasera contano i tre punti, qui è dura, sempre, ma in Europa ho il sospetto che sia più agevole per noi». 
 
CONFRONTO. E’ un’ora e mezza da attraversare trattenendo il fiato, novanta minuti che spingono ad accelerare: è un match fisicamente impari, di qua il tridente tascabile e di là i corazzieri, ma è la partita che piace (molto) a Mertens, sei reti per cominciare quest’anno storcendo persino il muso (a Pescara, dopo essersi alzato dalla panchina) e ora finito in quel tunnel che si chiama astinenza e che dura da quattro partite, ventisei giorni (con l’Empoli) un’eternità per chi vive come un’ossessione la sua esistenza da attaccante. «E’ l’ultima gara interna del girone e dunque dobbiamo provarci: siamo in vantaggio, vogliamo difendere ciò che abbiamo conquistato e tre punti potrebbero essere quasi decisivi. Avremo la nostra gente, giocheremo nell’unico modo in cui sappiamo farlo. Io non ho preferenze, da esterno o al centro mi va bene sempre e comunque. E comunque noi siamo una squadra, come dimostrato sabato sera, in cui la manovra comincia dal portiere, praticamente dal basso». E mira in alto… 

Fonte.corrieredellosport

 

Piccoli «geni» crescono: e in questa notte ch’è suggestiva, la ribellione ai «colossi» parte dal basso, perché nel calcio verticale ci vuole la testa per ragionare e servono piedi per verticalizzare. «E io, infatti, mi diverto un sacco». Benvenuti al San Paolo, in questa terra di lillipuziani (ma, sia chiaro, con rispetto parlando), in una serata in cui sarà necessario – e forse indispensabile – restare rigorosamente se stessi, guardandosi dentro e raschiando il fondo della propria natura: perché stavolta, mentre l’eco della Champions entra nel cervello, bisognerà argomentare con la materia grigia di Insigne, di Callejon e di Mertens, la «triade» in salsa partenopea che s’è presa il Napoli sulle spalle e ha deciso di portarlo in giro per l’Europa che conta. «Non chiedetemi cosa io voglia, se il primo o il secondo posto: a me interessa passare il turno, per cominciare».

 
 
PICCOLI E BELLI. Bentrovati in Champions League, quest’oasi che induce a fantasticare, questo macrouniverso nel quale Dries Mertens, travestito da Speddy Gonzales, ha deciso di andare a far la guerra (con Callejon e con Insigne) a modo suo, avanzando con fierezza tra quei Gulliver che l’aspettano a petto in fuori e quadricipiti in mostra. Perché piccoli è bello. «In questo ruolo mi diverto molto, so che devo imparare ancora tanto e però intanto me lo gusto: sto giocando di più, sto anche segnando, come successo con la Nazionale, e so che non abbiamo alternative, se vogliamo cullare il nostro sogno. Bisogna vincere, perché battere la Dinamo Kiev varrebbe quasi la qualificazione». 
 
VERO NUEVE. Falso, anzi autenticissimo, come Sarri l’ha (ri)fatto dal 15 ottobre in poi: il Mertens che non t’aspetti, quel centravanti uscito dal frullatore nel quale son rimasto – ognuno a modo suo – prima Milik e poi Gabbiadini, è l’attaccante atipico che ha contribuito, insieme al Napoli, a dimenticare Higuain, a segnare ventitré reti (in campionato) contro i ventiquattro dell’anno scorso, a trovare soluzioni alternative per uscire dal pantano e dalla malinconia, per dimostrare che c’è anche un altro calcio e lo chiamarete tiki-taka o come diavolo vi sembrerà giusto. «In Champions, tutto sommato, sta andando bene. E anche a Udine, devo dire, al di là della vittoria, c’è stato un football assai godibile. E’ stato un successo utilissimo, ovviamente, e io sono contentissimo per Insigne, per la sua doppietta. E pure stasera contano i tre punti, qui è dura, sempre, ma in Europa ho il sospetto che sia più agevole per noi». 
 
CONFRONTO. E’ un’ora e mezza da attraversare trattenendo il fiato, novanta minuti che spingono ad accelerare: è un match fisicamente impari, di qua il tridente tascabile e di là i corazzieri, ma è la partita che piace (molto) a Mertens, sei reti per cominciare quest’anno storcendo persino il muso (a Pescara, dopo essersi alzato dalla panchina) e ora finito in quel tunnel che si chiama astinenza e che dura da quattro partite, ventisei giorni (con l’Empoli) un’eternità per chi vive come un’ossessione la sua esistenza da attaccante. «E’ l’ultima gara interna del girone e dunque dobbiamo provarci: siamo in vantaggio, vogliamo difendere ciò che abbiamo conquistato e tre punti potrebbero essere quasi decisivi. Avremo la nostra gente, giocheremo nell’unico modo in cui sappiamo farlo. Io non ho preferenze, da esterno o al centro mi va bene sempre e comunque. E comunque noi siamo una squadra, come dimostrato sabato sera, in cui la manovra comincia dal portiere, praticamente dal basso». E mira in alto… 

Fonte.corrieredellosport