Mugnano. Tiziana Cantone, via i primi link. Google e YouTube fanno pulizia dei riferimenti alla donna suicida

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Un piccolo passo, senza passare per il tribunale. È bastata una diffida per smuovere le acque dei due colossi del web: Google Inc e YouTube LLc. La guerra tra madre di Tiziana Cantone e le Company della Silicon Valley continua, anche se ogni vittoria sembra un tentativo di svuotare l’oceano. Ieri si è aperto uno spiraglio con una semplice email: «Confermiamo che Google Inc ha deindicizzato dai risultati restituiti le pagine che contengono i risultati per nome e cognome della signora Cantone tutti i link alle pagine di terzi». Una frase secca, formale, contenuta in un documento firmato da tre avvocati che rappresentano i due giganti di internet in Italia: Marco Berliri, Massimiliano Masnada e Alberto Bellan. Può sembrare poco, ma indica una resa del profitto di fronte al dolore di una madre. Google e YouTube (Google interviene nella email anche per conto di YouTube che ha acquistato per 1,7 miliardi di dollari) hanno accettato di rimuovere gli Url che riconducono ai video e alle foto di Tiziana Cantone, la trentunenne che si è suicidata il 13 settembre a Mugnano, dopo essere finita nel tritacarne di internet con dei video dal contenuto hot, senza il suo consenso. Il risultato di resa dei colossi del web è ben poco, ma sono indicativi di un modo di agire diverso da quello stabilito da Facebook che ha impugnato la sentenza di condanna del tribunale di Napoli nord con il risultato di un secondo «no» pronunciato dai giudici. Peraltro definitivo e non impugnabile. Questa volta tutto parte da una diffida inoltrata dagli avvocati difensori della madre di Tiziana Cantone, Andrea Orefice e Andrea Imperato, a una serie di motori di ricerca e hosting provider. Si è cercato di ottenere la cancellazione di tutti i riferimenti riconducibili alla bella trentunenne dalla ricerca in internet. Gli uffici legali di alcuni motori non hanno risposto all’appello; altri, come la Company russa Yandex e un’altra giapponese, hanno inoltrato una mail chiarendo che non comprendono l’italiano. Google e YouTube, invece, hanno reagito in maniera positiva eliminando i link. C’è, però, ancora un «ma». E ruota attorno al Serp, acronimo di Search Engine Resul Page: pagine di risultati fornite da un motore di ricerca. È come scavare in un sacco che ne contiene un altro e un altro ancora. In sostanza, se Google garantisce la cancellazione dal suo sistema di ricerca del nome «Tiziana Cantone», non può però garantire che ciò avvenga per i siti web o per gli hosting provider che, in qualche modo, rimandano a Google. E non può cancellare tutti gli altri contenuti futuri, se non segnalati. Fino ad ora sono circa 180 presenti in rete. Tecnicamente «non è possibile deindicizzare le pagine che includono altre notizie lecite». Una vittoria a metà. I video e le immagini, anche solo gli sfottò su Tiziana restano ancora visibili. Due siti internet hanno pubblicato frasi offensive nei confronti di Tiziana Cantone dopo la morte. Nell’elenco dei 180 Url si trovano, infatti, sia la prima pubblicazione di un contenuto a luci rosse del 29 aprile del 2015, che l’ultima del 15 settembre 2016, giorno del funerale della povera Tiziana. Al termine della email spedita dai tre legali di Google si chiarisce anche che la Company rifiuta il pagamento delle spese legali sancito dalla sentenza emessa il 5 settembre dal giudice Monica Marrazzo, che condannava parzialmente Tiziana. E se da un lato la guerra tra Tiziana e i «grandi» del sistema internet continua sul piano civile, la Procura di Napoli nord ad Aversa, in un’indagine penale, sta convocando una serie di persone rintracciate grazie agli indirizzi Ip sul web per capire chi ha caricato il primo video. Si è vinta la battaglia, dunque, non la guerra. (Marilù Musto – Il Mattino) 

Un piccolo passo, senza passare per il tribunale. È bastata una diffida per smuovere le acque dei due colossi del web: Google Inc e YouTube LLc. La guerra tra madre di Tiziana Cantone e le Company della Silicon Valley continua, anche se ogni vittoria sembra un tentativo di svuotare l’oceano. Ieri si è aperto uno spiraglio con una semplice email: «Confermiamo che Google Inc ha deindicizzato dai risultati restituiti le pagine che contengono i risultati per nome e cognome della signora Cantone tutti i link alle pagine di terzi». Una frase secca, formale, contenuta in un documento firmato da tre avvocati che rappresentano i due giganti di internet in Italia: Marco Berliri, Massimiliano Masnada e Alberto Bellan. Può sembrare poco, ma indica una resa del profitto di fronte al dolore di una madre. Google e YouTube (Google interviene nella email anche per conto di YouTube che ha acquistato per 1,7 miliardi di dollari) hanno accettato di rimuovere gli Url che riconducono ai video e alle foto di Tiziana Cantone, la trentunenne che si è suicidata il 13 settembre a Mugnano, dopo essere finita nel tritacarne di internet con dei video dal contenuto hot, senza il suo consenso. Il risultato di resa dei colossi del web è ben poco, ma sono indicativi di un modo di agire diverso da quello stabilito da Facebook che ha impugnato la sentenza di condanna del tribunale di Napoli nord con il risultato di un secondo «no» pronunciato dai giudici. Peraltro definitivo e non impugnabile. Questa volta tutto parte da una diffida inoltrata dagli avvocati difensori della madre di Tiziana Cantone, Andrea Orefice e Andrea Imperato, a una serie di motori di ricerca e hosting provider. Si è cercato di ottenere la cancellazione di tutti i riferimenti riconducibili alla bella trentunenne dalla ricerca in internet. Gli uffici legali di alcuni motori non hanno risposto all’appello; altri, come la Company russa Yandex e un’altra giapponese, hanno inoltrato una mail chiarendo che non comprendono l’italiano. Google e YouTube, invece, hanno reagito in maniera positiva eliminando i link. C’è, però, ancora un «ma». E ruota attorno al Serp, acronimo di Search Engine Resul Page: pagine di risultati fornite da un motore di ricerca. È come scavare in un sacco che ne contiene un altro e un altro ancora. In sostanza, se Google garantisce la cancellazione dal suo sistema di ricerca del nome «Tiziana Cantone», non può però garantire che ciò avvenga per i siti web o per gli hosting provider che, in qualche modo, rimandano a Google. E non può cancellare tutti gli altri contenuti futuri, se non segnalati. Fino ad ora sono circa 180 presenti in rete. Tecnicamente «non è possibile deindicizzare le pagine che includono altre notizie lecite». Una vittoria a metà. I video e le immagini, anche solo gli sfottò su Tiziana restano ancora visibili. Due siti internet hanno pubblicato frasi offensive nei confronti di Tiziana Cantone dopo la morte. Nell’elenco dei 180 Url si trovano, infatti, sia la prima pubblicazione di un contenuto a luci rosse del 29 aprile del 2015, che l’ultima del 15 settembre 2016, giorno del funerale della povera Tiziana. Al termine della email spedita dai tre legali di Google si chiarisce anche che la Company rifiuta il pagamento delle spese legali sancito dalla sentenza emessa il 5 settembre dal giudice Monica Marrazzo, che condannava parzialmente Tiziana. E se da un lato la guerra tra Tiziana e i «grandi» del sistema internet continua sul piano civile, la Procura di Napoli nord ad Aversa, in un’indagine penale, sta convocando una serie di persone rintracciate grazie agli indirizzi Ip sul web per capire chi ha caricato il primo video. Si è vinta la battaglia, dunque, non la guerra. (Marilù Musto – Il Mattino)