Alzheimer, pronti i farmaci per i casi precoci.Nuova speranza da un farmaco sperimentale. Annuncio del ministro Lorenzin

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Un milione di solitudini senza memoria. Tanti sono gli italiani colpiti dall’Alzheimer. Quella malattia che strappa la memoria e l’autonomia. Oggi non è possibile sperare in una cura che cancelli la malattia. Ma solo in terapie che, in rari casi, riescono a rallentare la sua progressione. Dai laboratori di ricerca un annuncio che potrebbe dare inizio ad una nuova era: a metà del 2017 saranno autorizzate due nuove molecole per combattere l’Alzheimer. Come ha fatto sapere il ministro della Salute Beatrice Lorenzin durante un convegno a Milano sul possibile spostamento dell’Agenzia europea del farmaco da Londra a Milano (il governo, per questo, ha messo a disposizione 56 milioni di euro). «L’impatto di queste molecole sarà fortissimo – commenta il ministro – Anche se questi farmaci non guariscono tenderanno, comunque, a limitare gli effetti degenerativi. Si tratta di sostanze che non potranno essere somministrate a chiunque. Hanno effetti collaterali e vanno presi solo ad uno stadio iniziale della malattia. Non quando è già conclamata». Questo significa che in ogni centro in cui vengono fatte le valutazioni per identificare la presenza o meno dell’Alzheimer dovranno, in tempi stretti, cambiare gli screening e lavorare per diagnosi precoci. «Verificare i segni anche a 55 anni – aggiunge il ministro – coinvolgendo gli specialisti di medicina generale, i geriatri e i neurologi. Che ci permettano di reclutare i pazienti e poi di verificare a quali è possibile dare questi nuovi farmaci». Il tempo medio per arrivare ad una diagnosi è ancora molto alto, circa 1,8 anni. Da noi i pazienti con questo particolare tipo di danno neurologico sono destinati ad aumentare dal momento che siamo il paese più longevo d’Europa con 13,4 milioni di ultrasessantenni, circa il 22% della popolazione. Una ricerca Censis-Aima (Associazione italiana malati Alzheimer) ha rilevato un dato particolare: i malati e chi li assiste invecchiano insieme. Un mondo fragile. L’età media di chi sta male è di 78,8 anni e quella di parenti-badanti si avvicina ai sessanta. Condizione che rende tutto molto complicato. E, soprattutto, isolato dal resto della vita sociale. Ci sarà da lavorare sui costi. L’impatto economico non è marginale. E occorre evitare che si ripeta quello che è accaduto con i farmaci per l’epatite C, costosissimi e destinati solo ad alcuni pazienti dopo aver seguito una lunga trafila burocratica. I costi saranno la battaglia del ministro Lorenzin. «Questa è la battaglia sui fondi per le innovazioni, è il tipo di lavoro che stiamo facendo sul «payment by result», sul pagare in base al rapporto prezzo-volume, e così via. Stiamo introducendo modelli organizzativi anche nella trattativa del prezzo che rendano sostenibile l’innovazione per tutti». Una svolta per questi pazienti, per i più giovani ed anche per le famiglie. Convivere con chi non ha più memoria è devastante. (Carla Massi – Il Mattino)  

Un milione di solitudini senza memoria. Tanti sono gli italiani colpiti dall’Alzheimer. Quella malattia che strappa la memoria e l’autonomia. Oggi non è possibile sperare in una cura che cancelli la malattia. Ma solo in terapie che, in rari casi, riescono a rallentare la sua progressione. Dai laboratori di ricerca un annuncio che potrebbe dare inizio ad una nuova era: a metà del 2017 saranno autorizzate due nuove molecole per combattere l’Alzheimer. Come ha fatto sapere il ministro della Salute Beatrice Lorenzin durante un convegno a Milano sul possibile spostamento dell’Agenzia europea del farmaco da Londra a Milano (il governo, per questo, ha messo a disposizione 56 milioni di euro). «L’impatto di queste molecole sarà fortissimo – commenta il ministro – Anche se questi farmaci non guariscono tenderanno, comunque, a limitare gli effetti degenerativi. Si tratta di sostanze che non potranno essere somministrate a chiunque. Hanno effetti collaterali e vanno presi solo ad uno stadio iniziale della malattia. Non quando è già conclamata». Questo significa che in ogni centro in cui vengono fatte le valutazioni per identificare la presenza o meno dell’Alzheimer dovranno, in tempi stretti, cambiare gli screening e lavorare per diagnosi precoci. «Verificare i segni anche a 55 anni – aggiunge il ministro – coinvolgendo gli specialisti di medicina generale, i geriatri e i neurologi. Che ci permettano di reclutare i pazienti e poi di verificare a quali è possibile dare questi nuovi farmaci». Il tempo medio per arrivare ad una diagnosi è ancora molto alto, circa 1,8 anni. Da noi i pazienti con questo particolare tipo di danno neurologico sono destinati ad aumentare dal momento che siamo il paese più longevo d’Europa con 13,4 milioni di ultrasessantenni, circa il 22% della popolazione. Una ricerca Censis-Aima (Associazione italiana malati Alzheimer) ha rilevato un dato particolare: i malati e chi li assiste invecchiano insieme. Un mondo fragile. L’età media di chi sta male è di 78,8 anni e quella di parenti-badanti si avvicina ai sessanta. Condizione che rende tutto molto complicato. E, soprattutto, isolato dal resto della vita sociale. Ci sarà da lavorare sui costi. L’impatto economico non è marginale. E occorre evitare che si ripeta quello che è accaduto con i farmaci per l’epatite C, costosissimi e destinati solo ad alcuni pazienti dopo aver seguito una lunga trafila burocratica. I costi saranno la battaglia del ministro Lorenzin. «Questa è la battaglia sui fondi per le innovazioni, è il tipo di lavoro che stiamo facendo sul «payment by result», sul pagare in base al rapporto prezzo-volume, e così via. Stiamo introducendo modelli organizzativi anche nella trattativa del prezzo che rendano sostenibile l’innovazione per tutti». Una svolta per questi pazienti, per i più giovani ed anche per le famiglie. Convivere con chi non ha più memoria è devastante. (Carla Massi – Il Mattino)