Sorrento Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare: il giudizio finale (Mt 25,31-42)

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La parabola che racconta Gesù ci porta al momento conclusivo della storia dell’uomo e del mondo: «quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria». È il momento in cui si renderà chiaro, si “leggerà” ciò che noi liberamente abbiamo scritto nel “libro della vita”. Il Figlio dell’uomo nel giudizio non farà altro che costatare ciò che noi, in questa vita, facciamo per meritarci “il corpo glorioso” descritto da san Paolo. E il “giudizio”, lo “sguardo” su di noi sarà lo stesso che noi abbiamo ora nei confronti del povero, dell’ultimo. Sarà un giudizio di accoglienza, di benedizione, se oggi accogliamo gli anawin di biblica memoria, i poveri, i reietti, i dimenticati; sarà un giudizio di repulsione, di maledizione, se noi oggi respingiamo chi ha bisogno del nostro sguardo misericordioso. Il metro di giudizio, quindi, saranno anche le opere corporali che evidenziano delle situazioni particolari nell’esperienza di vita di ognuno di noi. Avere fame e sete (anche di giustizia come nelle Beatitudini) costituisce un bisogno primario che, se non risolto, porta alla morte fisica di un essere vivente; essere migrante, ed essere nudo sottolinea la grave precarietà nella quale ci si può trovare, precarietà che se non risolta può portare alla morte morale (vedi Goro), a trattare l’altro come i “lebbrosi”; essere malato ed essere in carcere mettono in evidenza uno stato di perdita di libertà, situazione che pone l’altro in nostra balia, dipendente da noi e dalle nostre cure.
«Ho avuto fame… ho avuto sete», ripete quasi come un mantra Gesù, per ricordarci non solo i bisogni affettivi e spirituali ma realmente quanta fame di cibo c’è nel mondo. Che stridente contraddizione vedere spadroneggiare in tv programmi di cucina mentre nella pubblicità ci chiedono aiuto per bambini malnutriti, assetati… Nonostante il grande progresso (stiamo tentando di arrivare anche su Marte) ancora milioni di persone muoiono per semplice mancanza di cibo! E questo non dipende dal fatto che stiamo vivendo un’epoca post-atomica e che non c’è cibo o non se ne riesca a produrre a sufficienza, no, il fatto è che non è distribuito equamente: mentre nei paesi sviluppati crescono le malattie per il “troppo” mangiare, in tanti Sud del mondo si continua a morire di fame. Certo ci si sente impotenti di fronte alla vastità del fenomeno, ma il grido reale di tanti bambini: “ho fame”, ci chiede, anche nel nostro piccolo, di fare delle scelte; comprare ciò che è veramente necessario, non sprecare ciò che abbiamo e, se possibile, risparmiare per far sì che altri esseri come noi possano essere nutriti. Certo sarà una goccia, ma un fiume è formato da tante di esse. E a proposito di acqua, l’altra grande necessità che grava su tutta l’umanità è la disponibilità di acqua, dalla quale dipende la nostra vita sul pianeta. E anche a tale proposito c’è una grande sperequazione: i ricchi ne hanno così tanto da poter lavare le loro machine e irrigare i loro prati, mentre ai poveri manca e sono condannati a morte. Certo possiamo iniziare anche da più lontano, cercando di vincere la fame e la sete di “istruzione”, offrendo la possibilità a tanti nostri “figli” lontani di andare a scuola per poter essere protagonisti del loro domani. Coloro che ci riusciranno, cioè coloro che non moriranno di fame, sete, infezioni, colera, tifo…, attraverso l’istruzione potranno essere “vivi” e capaci di gestire il futuro della loro terra. Quanto fin qui scritto compete a tutti, senza distinzione di etnia o di religione. Noi cristiani, di più, dobbiamo vincere la fame e la sete di spiritualità di Cristo che ogni persona, magari senza saperlo, ha dentro di sé. L’esperienza della evangelizzazione ci convince che testimoniare la propria fede, “donarla”, dà senso più pieno alla vita di coloro che incontriamo. Allora non possiamo far mancare il nostro aiuto perché altri possano sperimentare la bellezza e la gioia dell’incontro con Gesù, per sperimentare una pienezza di vita perché Gesù stesso ce lo ricorda in un pomeriggio assolato dopo anche lui implorava dell’acqua: «Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi l’acqua che il gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14) .
Possiamo essere anche noi la fonte posta ai crocicchi delle strade per assetare lo stanco viandante…
Felice cammino, Aniello Clemente.
https://lateologia.wordpress.com/2016/11/08/ho-avuto-fame-e-mi-avete-dato-da-mangiare-il-giudizio-finale-mt-2531-42/La parabola che racconta Gesù ci porta al momento conclusivo della storia dell’uomo e del mondo: «quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria». È il momento in cui si renderà chiaro, si “leggerà” ciò che noi liberamente abbiamo scritto nel “libro della vita”. Il Figlio dell’uomo nel giudizio non farà altro che costatare ciò che noi, in questa vita, facciamo per meritarci “il corpo glorioso” descritto da san Paolo. E il “giudizio”, lo “sguardo” su di noi sarà lo stesso che noi abbiamo ora nei confronti del povero, dell’ultimo. Sarà un giudizio di accoglienza, di benedizione, se oggi accogliamo gli anawin di biblica memoria, i poveri, i reietti, i dimenticati; sarà un giudizio di repulsione, di maledizione, se noi oggi respingiamo chi ha bisogno del nostro sguardo misericordioso. Il metro di giudizio, quindi, saranno anche le opere corporali che evidenziano delle situazioni particolari nell’esperienza di vita di ognuno di noi. Avere fame e sete (anche di giustizia come nelle Beatitudini) costituisce un bisogno primario che, se non risolto, porta alla morte fisica di un essere vivente; essere migrante, ed essere nudo sottolinea la grave precarietà nella quale ci si può trovare, precarietà che se non risolta può portare alla morte morale (vedi Goro), a trattare l’altro come i “lebbrosi”; essere malato ed essere in carcere mettono in evidenza uno stato di perdita di libertà, situazione che pone l’altro in nostra balia, dipendente da noi e dalle nostre cure.
«Ho avuto fame… ho avuto sete», ripete quasi come un mantra Gesù, per ricordarci non solo i bisogni affettivi e spirituali ma realmente quanta fame di cibo c’è nel mondo. Che stridente contraddizione vedere spadroneggiare in tv programmi di cucina mentre nella pubblicità ci chiedono aiuto per bambini malnutriti, assetati… Nonostante il grande progresso (stiamo tentando di arrivare anche su Marte) ancora milioni di persone muoiono per semplice mancanza di cibo! E questo non dipende dal fatto che stiamo vivendo un’epoca post-atomica e che non c’è cibo o non se ne riesca a produrre a sufficienza, no, il fatto è che non è distribuito equamente: mentre nei paesi sviluppati crescono le malattie per il “troppo” mangiare, in tanti Sud del mondo si continua a morire di fame. Certo ci si sente impotenti di fronte alla vastità del fenomeno, ma il grido reale di tanti bambini: “ho fame”, ci chiede, anche nel nostro piccolo, di fare delle scelte; comprare ciò che è veramente necessario, non sprecare ciò che abbiamo e, se possibile, risparmiare per far sì che altri esseri come noi possano essere nutriti. Certo sarà una goccia, ma un fiume è formato da tante di esse. E a proposito di acqua, l’altra grande necessità che grava su tutta l’umanità è la disponibilità di acqua, dalla quale dipende la nostra vita sul pianeta. E anche a tale proposito c’è una grande sperequazione: i ricchi ne hanno così tanto da poter lavare le loro machine e irrigare i loro prati, mentre ai poveri manca e sono condannati a morte. Certo possiamo iniziare anche da più lontano, cercando di vincere la fame e la sete di “istruzione”, offrendo la possibilità a tanti nostri “figli” lontani di andare a scuola per poter essere protagonisti del loro domani. Coloro che ci riusciranno, cioè coloro che non moriranno di fame, sete, infezioni, colera, tifo…, attraverso l’istruzione potranno essere “vivi” e capaci di gestire il futuro della loro terra. Quanto fin qui scritto compete a tutti, senza distinzione di etnia o di religione. Noi cristiani, di più, dobbiamo vincere la fame e la sete di spiritualità di Cristo che ogni persona, magari senza saperlo, ha dentro di sé. L’esperienza della evangelizzazione ci convince che testimoniare la propria fede, “donarla”, dà senso più pieno alla vita di coloro che incontriamo. Allora non possiamo far mancare il nostro aiuto perché altri possano sperimentare la bellezza e la gioia dell’incontro con Gesù, per sperimentare una pienezza di vita perché Gesù stesso ce lo ricorda in un pomeriggio assolato dopo anche lui implorava dell’acqua: «Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi l’acqua che il gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14) .
Possiamo essere anche noi la fonte posta ai crocicchi delle strade per assetare lo stanco viandante…
Felice cammino, Aniello Clemente.
Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare: il giudizio finale (Mt 25,31-42)