I curdi scommettono sulla presenza di Abu Bakr al Baghdadi a Mosul: «Se sarà ucciso finirà l’Isis»

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Il leader dello Stato islamico, Abu Bakr al Baghdadi, si nasconderebbe a Mosul. Ad affermarlo fonti governative della regione del Kurdistan iracheno, citate in un articolo del quotidiano britannico «Independent». Fuad Hussein, capo dello staff del presidente Massoud, avrebbe infatti rivelato alla testata inglese che «Baghdadi è là (a Mosul) e, se sarà ucciso, significherà il collasso totale di tutto il suo sistema». Una affermazione corroborata da numerose informazioni che il governo curdo ha raccolto da differenti fonti qualificate all’interno della città. Un colpo mortale la possibile uccisione del califfo, non tanto per la catena di comando della struttura terroristica, che ha già pronti possibili rimpiazzi ai suo vertici, ma per il prestigio dell’uomo, considerato unico e insostituibile proprio per il carisma e l’autorità che circonda la sua figura. Proprio da Mosul il terrorista più ricercato al mondo, dato in più occasioni per morto o ferito dalle autorità irachene, ha lanciato al mondo la sua sfida: a inizio luglio 2014, poche settimane dopo che lo Stato islamico aveva preso il controllo della città, al Baghdadi apparve in un video che lo ritraeva nella moschea Al Nouri mentre pronunciava un sermone in cui ordinava ai fedeli musulmani riuniti di obbedirgli e si autoproclamava «califfo» di un territorio che si estendeva dalla Siria all’Iraq. Nel video al Baghdadi ringraziava Allah per aver ristabilito il califfato che era stato perso per secoli. «Io non vi prometto quello che re e governanti promettono ai loro sudditi, lussuria, sicurezza e piacere. Ma vi prometto quello che Allah promette a quelli che credono in lui», aveva detto. Negli ultimi otto, nove mesi, al Baghdadi si sarebbe tenuto nascosto anche a molti dei suoi fedelissimi, dice sempre Hussein, braccio destro del presidente curdo Masoud Barzani, e sarebbe sempre più dipendente dai comandanti del califfato di Mosul e Tall Afar, città strategica a ovest. E proprio a Tall Afar le milizie sciite riunite sotto la sigla Hashd al Shaabi (Forze di mobilitazione sciite) o Pmu (Unità di mobilitazione popolare), avrebbero ripreso il controllo della strada che collega l’ultima roccaforte jihadista in Iraq con Raqqa, «capitale» del Califfato in Siria. Lo ha detto il portavoce della milizia sciita Jaafar al Husseini, spiegando che i suoi uomini hanno interrotto la principale linea di comunicazione e di fornitura di beni ai militanti. Ma le Pmu non puntano solo a prendere Tall Afar, città a maggioranza sunnita di etnia turkmena: stanno avanzando anche verso Mosul, nonostante sia stato loro vietato di prendere parte all’operazione militare per la riconquista della città. Una avanzata iniziata cinque giorni fa e che ha permesso di riconquistare settecento chilometri quadrati dall’inizio dell’operazione, centoquindici solo ieri. In un comunicato, le Forze di mobilitazione sciite aggiungono di avere preso il controllo anche dell’oleodotto a sud ovest di Mosul e di aver liberato cinque villaggi, neutralizzato cinque autobomba e ucciso quarantasette miliziani dell’Isis. La possibile conquista di Tall Jaafar da parte delle milizie sciite è una delle linee rosse poste da Ankara in merito a un suo diretto intervento in Iraq. La popolazione turkmena (circa il 75%, mentre il restante è sciita) infatti ha legami storici con la Turchia. Ma il premier iracheno Haydar al Abadi lancia un nuovo monito a Erdogan: «Se le truppe di Ankara mettono piede in Iraq è guerra». Le truppe turche in realtà in Iraq già ci sono, ma sono attualmente confinate in una loro base militare nell’area di Bashiqa, presenza questa che ha causato gravi frizioni diplomatiche tra i due paesi negli ultimi mesi. E scatta un nuovo allarme. «Sono 17.748 gli sfollati, la metà dei quali bambini sotto i 18 anni, a seguito delle operazioni militari per riprendere Mosul», dice Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef Italia, che aggiunge: «Ci giungono evidenze e segnalazioni, solo nell’ultima settimana di ottobre, di almeno tre bambini reclutati e usati come kamikaze, che si uniscono ad almeno altre 32 segnalazioni di ragazzi usati come kamikaze nel 2016». (Cristiano Tinazzi – Il Mattino)

Il leader dello Stato islamico, Abu Bakr al Baghdadi, si nasconderebbe a Mosul. Ad affermarlo fonti governative della regione del Kurdistan iracheno, citate in un articolo del quotidiano britannico «Independent». Fuad Hussein, capo dello staff del presidente Massoud, avrebbe infatti rivelato alla testata inglese che «Baghdadi è là (a Mosul) e, se sarà ucciso, significherà il collasso totale di tutto il suo sistema». Una affermazione corroborata da numerose informazioni che il governo curdo ha raccolto da differenti fonti qualificate all’interno della città. Un colpo mortale la possibile uccisione del califfo, non tanto per la catena di comando della struttura terroristica, che ha già pronti possibili rimpiazzi ai suo vertici, ma per il prestigio dell’uomo, considerato unico e insostituibile proprio per il carisma e l’autorità che circonda la sua figura. Proprio da Mosul il terrorista più ricercato al mondo, dato in più occasioni per morto o ferito dalle autorità irachene, ha lanciato al mondo la sua sfida: a inizio luglio 2014, poche settimane dopo che lo Stato islamico aveva preso il controllo della città, al Baghdadi apparve in un video che lo ritraeva nella moschea Al Nouri mentre pronunciava un sermone in cui ordinava ai fedeli musulmani riuniti di obbedirgli e si autoproclamava «califfo» di un territorio che si estendeva dalla Siria all’Iraq. Nel video al Baghdadi ringraziava Allah per aver ristabilito il califfato che era stato perso per secoli. «Io non vi prometto quello che re e governanti promettono ai loro sudditi, lussuria, sicurezza e piacere. Ma vi prometto quello che Allah promette a quelli che credono in lui», aveva detto. Negli ultimi otto, nove mesi, al Baghdadi si sarebbe tenuto nascosto anche a molti dei suoi fedelissimi, dice sempre Hussein, braccio destro del presidente curdo Masoud Barzani, e sarebbe sempre più dipendente dai comandanti del califfato di Mosul e Tall Afar, città strategica a ovest. E proprio a Tall Afar le milizie sciite riunite sotto la sigla Hashd al Shaabi (Forze di mobilitazione sciite) o Pmu (Unità di mobilitazione popolare), avrebbero ripreso il controllo della strada che collega l’ultima roccaforte jihadista in Iraq con Raqqa, «capitale» del Califfato in Siria. Lo ha detto il portavoce della milizia sciita Jaafar al Husseini, spiegando che i suoi uomini hanno interrotto la principale linea di comunicazione e di fornitura di beni ai militanti. Ma le Pmu non puntano solo a prendere Tall Afar, città a maggioranza sunnita di etnia turkmena: stanno avanzando anche verso Mosul, nonostante sia stato loro vietato di prendere parte all’operazione militare per la riconquista della città. Una avanzata iniziata cinque giorni fa e che ha permesso di riconquistare settecento chilometri quadrati dall’inizio dell’operazione, centoquindici solo ieri. In un comunicato, le Forze di mobilitazione sciite aggiungono di avere preso il controllo anche dell’oleodotto a sud ovest di Mosul e di aver liberato cinque villaggi, neutralizzato cinque autobomba e ucciso quarantasette miliziani dell’Isis. La possibile conquista di Tall Jaafar da parte delle milizie sciite è una delle linee rosse poste da Ankara in merito a un suo diretto intervento in Iraq. La popolazione turkmena (circa il 75%, mentre il restante è sciita) infatti ha legami storici con la Turchia. Ma il premier iracheno Haydar al Abadi lancia un nuovo monito a Erdogan: «Se le truppe di Ankara mettono piede in Iraq è guerra». Le truppe turche in realtà in Iraq già ci sono, ma sono attualmente confinate in una loro base militare nell’area di Bashiqa, presenza questa che ha causato gravi frizioni diplomatiche tra i due paesi negli ultimi mesi. E scatta un nuovo allarme. «Sono 17.748 gli sfollati, la metà dei quali bambini sotto i 18 anni, a seguito delle operazioni militari per riprendere Mosul», dice Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef Italia, che aggiunge: «Ci giungono evidenze e segnalazioni, solo nell’ultima settimana di ottobre, di almeno tre bambini reclutati e usati come kamikaze, che si uniscono ad almeno altre 32 segnalazioni di ragazzi usati come kamikaze nel 2016». (Cristiano Tinazzi – Il Mattino)