Papa e immigrati. Contrario ai muri, ma avverte: «Accoglienza prudente. Non vanno ghettizzati, può essere un rischio»

0

Mentre torna dalla Svezia Papa Francesco corregge il tiro sull’immigrazione, ne amplia i contorni, inglobando all’approccio umanitario aspetti che in precedenza aveva lasciato in secondo piano. Innanzitutto la distinzione tra migrante e rifugiato, il primo che cerca benessere, il secondo che “non è libero” e scappa dalla guerra e, come tale, va accolto. Poi ha parlato della “prudenza”, virtù necessaria a chi governa perché se non si predispongono adeguati piani di integrazione si finisce per creare dei “ghetti”. Con il rischio di esasperare la gente e causare smottamenti elettorali verso le destre estreme. Che poi è quello che in questi due giorni in Svezia gli hanno spiegato diversi interlocutori preoccupati dall’avanzata di un partito di estrema destra di radici neonaziste: secondo recenti sondaggi ha superato il 20 per cento. Dall’alto, sorvolando il vecchio continente, forse il fenomeno migratorio può essere considerato più facilmente nel suo insieme, intravedendone anche gli effetti secondari a seconda delle diverse prospettive. Naturalmente resta l’impostazione evangelica: «Mai chiudere la porta del cuore». La Svezia dopo una lunga tradizione di accoglienza ha iniziato a chiudere le proprie frontiere. Lei a Lund ha parlato della tenerezza, eppure ci sono Paesi europei che reagiscono con paura a persone che fuggono dalla Siria e dall’Iraq. Cosa ne pensa? «Prima di tutto, come argentino, come sudamericano, lasciatemi ringraziare tanto la Svezia per la sua accoglienza: tanti argentini, cileni, uruguaiani son ostati accolti al tempo delle dittature militari. La Svezia ha una lunga tradizione di accoglienza: non solo nel ricevere ma anche nell’integrare, nel cercare subito casa, scuola, lavoro, integrare in un popolo. Mi hanno detto una statistica, che su 9 milioni di abitanti, circa 850.000 sono i nuovi svedesi, cioè migranti, rifugiati o loro figli. Detto questo vorrei dire che occorre distinguere tra migrante e rifugiato. Il migrante deve essere trattato con certe regole, migrare è un diritto ma un diritto molto regolato. Invece un rifugiato viene da una situazione di guerra, fame, angoscia terribile. Un rifugiato ha bisogno di più cura, di più lavoro, e anche in questo la Svezia ha sempre dato un esempio. Fare imparare la lingua, integrare nella cultura. Non dobbiamo spaventarci per l’integrazione delle culture perché l’Europa è stata fatta con una integrazione continua delle culture, di tante culture». Ma cosa ne pensa dei Paesi che chiudono le frontiere? «Credo che in teoria non si possa chiudere il cuore a un rifugiato. Ma ci deve essere anche la prudenza dei governanti che credo debbano essere molto aperti nel riceverli ma anche fare un calcolo di come poterli sistemare. Perché un rifugiato non lo si deve solo ricevere, ma lo si deve integrare. E se un Paese ha una capacità di integrazione faccia quanto può, se ha di più faccia di più, ma sempre con il cuore aperto. Non è umano chiudere le porte e il cuore, e alla lunga questo si paga. Si paga politicamente, come anche una imprudenza nei calcoli, nel ricevere più di quelli che si possono integrare». Qual è il pericolo? «Quando un rifugiato o un migrante non è integrato, si ghettizza, entra in un ghetto, e una cultura che non si sviluppa in un rapporto con un’altra cultura entra in conflitto, e questo è pericoloso. Credo che il consigliere più cattivo dei Paesi che tendono a chiudere le frontiere sia la paura. E il consigliere più buono la prudenza. In questi giorni ho parlato con un funzionario del governo svedese e mi diceva che hanno qualche difficoltà, perché vengono in tanti e non si fa in tempo a sistemarli, a trovare scuola, casa, lavoro, a far imparare la lingua. La prudenza deve fare questo calcolo. Io non credo che se la Svezia diminuisce la sua capacità di accoglienza lo faccia per egoismo o perché ha perso la capacità. Se c’è qualcosa del genere è per quello che ho detto: tanti oggi guardano alla Svezia perché ne conoscono l’accoglienza, ma non c’è il tempo necessario per sistemare tutti». A Lund è stato accolto da una arcivescova, capo della Chiesa luterana. Quando ci saranno donne prete cattoliche? «Sull’ordinazione delle donne l’ultima parola, chiara, è stata quella di San Giovanni Paolo II, e questa rimane. Le donne però possono fare tante cose meglio degli uomini». Perché ha ricevuto il presidente Maduro? «Il presidente del Venezuela ha chiesto un appuntamento perché veniva dal Medio Oriente e faceva uno scalo tecnico a Roma. Quando un presidente chiede, lo si riceve. Il dialogo è l’unica strada per tutti i conflitti, o si dialoga o si grida. Io ce la metto tutta nel dialogo, col cuore, credo si debba andare su quella strada. Ambedue le parti hanno chiesto alla Santa Sede di essere presente. Il dialogo che favorisce il negoziato è l’unica strada per uscire dai conflitti. Non c’è altra strada. Se si fosse fatto in Medio Oriente, quante vite si sarebbero state risparmiate». (Franca Giansoldati – Il Mattino) 

Mentre torna dalla Svezia Papa Francesco corregge il tiro sull’immigrazione, ne amplia i contorni, inglobando all’approccio umanitario aspetti che in precedenza aveva lasciato in secondo piano. Innanzitutto la distinzione tra migrante e rifugiato, il primo che cerca benessere, il secondo che “non è libero” e scappa dalla guerra e, come tale, va accolto. Poi ha parlato della “prudenza”, virtù necessaria a chi governa perché se non si predispongono adeguati piani di integrazione si finisce per creare dei “ghetti”. Con il rischio di esasperare la gente e causare smottamenti elettorali verso le destre estreme. Che poi è quello che in questi due giorni in Svezia gli hanno spiegato diversi interlocutori preoccupati dall’avanzata di un partito di estrema destra di radici neonaziste: secondo recenti sondaggi ha superato il 20 per cento. Dall’alto, sorvolando il vecchio continente, forse il fenomeno migratorio può essere considerato più facilmente nel suo insieme, intravedendone anche gli effetti secondari a seconda delle diverse prospettive. Naturalmente resta l’impostazione evangelica: «Mai chiudere la porta del cuore». La Svezia dopo una lunga tradizione di accoglienza ha iniziato a chiudere le proprie frontiere. Lei a Lund ha parlato della tenerezza, eppure ci sono Paesi europei che reagiscono con paura a persone che fuggono dalla Siria e dall’Iraq. Cosa ne pensa? «Prima di tutto, come argentino, come sudamericano, lasciatemi ringraziare tanto la Svezia per la sua accoglienza: tanti argentini, cileni, uruguaiani son ostati accolti al tempo delle dittature militari. La Svezia ha una lunga tradizione di accoglienza: non solo nel ricevere ma anche nell’integrare, nel cercare subito casa, scuola, lavoro, integrare in un popolo. Mi hanno detto una statistica, che su 9 milioni di abitanti, circa 850.000 sono i nuovi svedesi, cioè migranti, rifugiati o loro figli. Detto questo vorrei dire che occorre distinguere tra migrante e rifugiato. Il migrante deve essere trattato con certe regole, migrare è un diritto ma un diritto molto regolato. Invece un rifugiato viene da una situazione di guerra, fame, angoscia terribile. Un rifugiato ha bisogno di più cura, di più lavoro, e anche in questo la Svezia ha sempre dato un esempio. Fare imparare la lingua, integrare nella cultura. Non dobbiamo spaventarci per l’integrazione delle culture perché l’Europa è stata fatta con una integrazione continua delle culture, di tante culture». Ma cosa ne pensa dei Paesi che chiudono le frontiere? «Credo che in teoria non si possa chiudere il cuore a un rifugiato. Ma ci deve essere anche la prudenza dei governanti che credo debbano essere molto aperti nel riceverli ma anche fare un calcolo di come poterli sistemare. Perché un rifugiato non lo si deve solo ricevere, ma lo si deve integrare. E se un Paese ha una capacità di integrazione faccia quanto può, se ha di più faccia di più, ma sempre con il cuore aperto. Non è umano chiudere le porte e il cuore, e alla lunga questo si paga. Si paga politicamente, come anche una imprudenza nei calcoli, nel ricevere più di quelli che si possono integrare». Qual è il pericolo? «Quando un rifugiato o un migrante non è integrato, si ghettizza, entra in un ghetto, e una cultura che non si sviluppa in un rapporto con un’altra cultura entra in conflitto, e questo è pericoloso. Credo che il consigliere più cattivo dei Paesi che tendono a chiudere le frontiere sia la paura. E il consigliere più buono la prudenza. In questi giorni ho parlato con un funzionario del governo svedese e mi diceva che hanno qualche difficoltà, perché vengono in tanti e non si fa in tempo a sistemarli, a trovare scuola, casa, lavoro, a far imparare la lingua. La prudenza deve fare questo calcolo. Io non credo che se la Svezia diminuisce la sua capacità di accoglienza lo faccia per egoismo o perché ha perso la capacità. Se c’è qualcosa del genere è per quello che ho detto: tanti oggi guardano alla Svezia perché ne conoscono l’accoglienza, ma non c’è il tempo necessario per sistemare tutti». A Lund è stato accolto da una arcivescova, capo della Chiesa luterana. Quando ci saranno donne prete cattoliche? «Sull’ordinazione delle donne l’ultima parola, chiara, è stata quella di San Giovanni Paolo II, e questa rimane. Le donne però possono fare tante cose meglio degli uomini». Perché ha ricevuto il presidente Maduro? «Il presidente del Venezuela ha chiesto un appuntamento perché veniva dal Medio Oriente e faceva uno scalo tecnico a Roma. Quando un presidente chiede, lo si riceve. Il dialogo è l’unica strada per tutti i conflitti, o si dialoga o si grida. Io ce la metto tutta nel dialogo, col cuore, credo si debba andare su quella strada. Ambedue le parti hanno chiesto alla Santa Sede di essere presente. Il dialogo che favorisce il negoziato è l’unica strada per uscire dai conflitti. Non c’è altra strada. Se si fosse fatto in Medio Oriente, quante vite si sarebbero state risparmiate». (Franca Giansoldati – Il Mattino) 

Lascia una risposta