Nelle zone terremotate poche aree sicure e tempi stretti. Corsa ad ostacoli per i container. Moduli abitativi a Natale

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«Nessuna soluzione calata dall’alto». Dopo la forte opposizione di molti terremotati alla prospettiva di essere momentaneamente trasferiti in strutture ricettive sulla costa, il premier ha aperto a un metodo decisionale condiviso. Per gli sfollati che dovranno aspettare sei o sette mesi per le casette di legno, ma non vogliono allontanarsi dal loro territorio per così tanto tempo, il piano Bsi chiama container. Sulla carta si tratta di un’operazione rapida e molto popolare. Ma il limite temporale di cui si è parlato per la loro installazione, fissato al massimo entro Natale, è indice di alcune difficoltà, alle quali non sarà facile ovviare, emerse già ieri nel confronto tra il commissario per la ricostruzione e i quaranta sindaci del Maceratese, riuniti nella sede della Provincia. «I sindaci – ha avvertito Errani – si mettano subito al lavoro con i tecnici: per l’assegnazione dei container abbiamo bisogno di schede veritiere, corrispondenti alle esigenze reali dei cittadini, dati precisi». Ed eccolo il primo intoppo. Stabilire il numero esatto di container da utilizzare non è impresa da poco. Quanti ne occorrono? Il governo punta a ridurre al minimo il numero di ospiti da accogliere nei moduli provvisori, perché vede nei moduli provvisori una soluzione ponte per quanti (allevatori, negozianti e imprenditori) non vogliono abbandonare ciò che resta delle loro attività e per quanti hanno del tutto perduto la loro casa nei crolli. Ma la terza scossa di magnitudo 6.5 ha in pratica azzerato i sopralluoghi del post Amatrice e aggiunto nuove realtà da esaminare, così che classificare l’entità dei danni e distinguere quali case potranno tornare a essere abitate dopo gli interventi strutturali, da quelle che prima, lievemente danneggiate, sono diventate permanentemente inabitabili dopo la scossa, è un’operazione che richiede tempo. Di qui sorge anche l’incognita qualitativa del piano container: ne esistono di piccoli (per single e coppie), medi (per famiglie di tre-quattro persone) e grandi (per nuclei familiari più ampi). E senza rendiconti tarati sui fabbisogni specifici non possono essere acquistati o noleggiati a caso. Anche perché, in particolare gli anziani, vorrebbero avere accesso a un container per restare vicini alla loro terra: sia quanti avranno diritto a una casetta, sia quanti potranno tornare tra poco tempo nelle vecchie abitazioni parzialmente lesionate, che invece si preferirebbe mandare in hotel. Mettersi d’accordo sui numeri è complicato anche perché, a fronte di questa confusione, i tempi sono serrati. Il governo punta a inserire nel decreto da varare in Consiglio dei ministri, già giovedì o venerdì, un provvedimento ad hoc per accelerare le procedure d’acquisto dei container, senza passare dalle lungaggini della gara europea. Aggiungere a nuovi acquisti i vecchi container in giacenza, già utilizzati in Umbria e in Emilia, potrebbe essere d’aiuto. Ma ancora una volta si tratterebbe di valutarne lo stato di conservazione e stabilire se non siano troppo usurati o ormai inadeguati a un nuovo ciclo di vita. Una volta acquistati i container sarà necessario collocarli inoltre in un’area pianeggiante sicura. Tra zone a forte rischio di frane e alluvioni, e fette di territorio montagnoso molto scosceso, le alternative che consentano di conciliare prossimità ai Paesi colpiti e sicurezza, tra Umbria, Marche e Lazio, sono limitate. Anche perché i luoghi individuati per le casette di legno che dovranno essere pronte entro sette mesi non possono essere gli stessi individuati per i moduli abitativi, in quanto richiedono interventi di urbanizzazione differenti. L’intento è in questo senso quello di concentrare nella minor parte di territorio possibile le mini città dei container e le mini città delle future casette. «Il punto – conferma il presidente dell’Ordine dei geologi campani Francesco Russo, che fu studioso e testimone del terremoto dell’Irpinia e della ricostruzione – è individuare un posto che consenta a chi ha necessità di vigilare sulle proprie attività e che non sia contemporaneamente a rischio. Parliamo di zone dalla geologia piuttosto complessa. Spianare un’area e cospargerla di brecciolino richiede poco tempo – chiarisce – mentre attrezzarla con i sottoservizi richiede, con buona volontà, almeno una o due settimane. C’è bisogno di acqua, scarichi, canalette per servizi igienici indipendenti, luce e gas. Ma con i wc chimici si può guadagnare tempo. Se si riescono a sfruttare impianti sportivi già dotati del necessario si riuscirà a procedere più velocemente con gli allacci». Al netto delle incognite e delle difficoltà che si prospettano, il padre della Protezione civile, Giuseppe Zamberletti, è comunque ottimista: «I container sono la soluzione migliore, visto che il terremoto si è verificato a fine ottobre e andiamo incontro all’inverno. In Campania, dopo la scossa terribile del novembre del 1980, piazzammo 15.000 container e 25.000 roulotte in brevissimo tempo. È vero, per le forniture occorreranno una quindicina di giorni. Ma entro Natale, visti i numeri notevolmente più contenuti rispetto alla tragedia di 36 anni fa, il governo riuscirà sicuramente a sistemare gli sfollati nei container». Ma c’è un’altra ragione forse persino più importante del rigore invernale, dietro il ricorso alla soluzione tampone. «I moduli abitativi – chiarisce Zamberletti – consentono di scongiurare il rischio di una diaspora. E di restituire a cittadini stravolti dalla perdita improvvisa di legami sociali, economici e comunitari la parvenza del ritorno a una vita quasi ordinaria, nella quale ci si arrangia, ma è offerta loro la possibilità di interagire, essere solidali, essere insieme, proprio come accadeva prima che il terremoto annientasse i loro borghi e le loro abitudini». (Francesco Lo Dico – Il Mattino) 

«Nessuna soluzione calata dall’alto». Dopo la forte opposizione di molti terremotati alla prospettiva di essere momentaneamente trasferiti in strutture ricettive sulla costa, il premier ha aperto a un metodo decisionale condiviso. Per gli sfollati che dovranno aspettare sei o sette mesi per le casette di legno, ma non vogliono allontanarsi dal loro territorio per così tanto tempo, il piano Bsi chiama container. Sulla carta si tratta di un’operazione rapida e molto popolare. Ma il limite temporale di cui si è parlato per la loro installazione, fissato al massimo entro Natale, è indice di alcune difficoltà, alle quali non sarà facile ovviare, emerse già ieri nel confronto tra il commissario per la ricostruzione e i quaranta sindaci del Maceratese, riuniti nella sede della Provincia. «I sindaci – ha avvertito Errani – si mettano subito al lavoro con i tecnici: per l’assegnazione dei container abbiamo bisogno di schede veritiere, corrispondenti alle esigenze reali dei cittadini, dati precisi». Ed eccolo il primo intoppo. Stabilire il numero esatto di container da utilizzare non è impresa da poco. Quanti ne occorrono? Il governo punta a ridurre al minimo il numero di ospiti da accogliere nei moduli provvisori, perché vede nei moduli provvisori una soluzione ponte per quanti (allevatori, negozianti e imprenditori) non vogliono abbandonare ciò che resta delle loro attività e per quanti hanno del tutto perduto la loro casa nei crolli. Ma la terza scossa di magnitudo 6.5 ha in pratica azzerato i sopralluoghi del post Amatrice e aggiunto nuove realtà da esaminare, così che classificare l’entità dei danni e distinguere quali case potranno tornare a essere abitate dopo gli interventi strutturali, da quelle che prima, lievemente danneggiate, sono diventate permanentemente inabitabili dopo la scossa, è un’operazione che richiede tempo. Di qui sorge anche l’incognita qualitativa del piano container: ne esistono di piccoli (per single e coppie), medi (per famiglie di tre-quattro persone) e grandi (per nuclei familiari più ampi). E senza rendiconti tarati sui fabbisogni specifici non possono essere acquistati o noleggiati a caso. Anche perché, in particolare gli anziani, vorrebbero avere accesso a un container per restare vicini alla loro terra: sia quanti avranno diritto a una casetta, sia quanti potranno tornare tra poco tempo nelle vecchie abitazioni parzialmente lesionate, che invece si preferirebbe mandare in hotel. Mettersi d’accordo sui numeri è complicato anche perché, a fronte di questa confusione, i tempi sono serrati. Il governo punta a inserire nel decreto da varare in Consiglio dei ministri, già giovedì o venerdì, un provvedimento ad hoc per accelerare le procedure d’acquisto dei container, senza passare dalle lungaggini della gara europea. Aggiungere a nuovi acquisti i vecchi container in giacenza, già utilizzati in Umbria e in Emilia, potrebbe essere d’aiuto. Ma ancora una volta si tratterebbe di valutarne lo stato di conservazione e stabilire se non siano troppo usurati o ormai inadeguati a un nuovo ciclo di vita. Una volta acquistati i container sarà necessario collocarli inoltre in un’area pianeggiante sicura. Tra zone a forte rischio di frane e alluvioni, e fette di territorio montagnoso molto scosceso, le alternative che consentano di conciliare prossimità ai Paesi colpiti e sicurezza, tra Umbria, Marche e Lazio, sono limitate. Anche perché i luoghi individuati per le casette di legno che dovranno essere pronte entro sette mesi non possono essere gli stessi individuati per i moduli abitativi, in quanto richiedono interventi di urbanizzazione differenti. L’intento è in questo senso quello di concentrare nella minor parte di territorio possibile le mini città dei container e le mini città delle future casette. «Il punto – conferma il presidente dell’Ordine dei geologi campani Francesco Russo, che fu studioso e testimone del terremoto dell’Irpinia e della ricostruzione – è individuare un posto che consenta a chi ha necessità di vigilare sulle proprie attività e che non sia contemporaneamente a rischio. Parliamo di zone dalla geologia piuttosto complessa. Spianare un’area e cospargerla di brecciolino richiede poco tempo – chiarisce – mentre attrezzarla con i sottoservizi richiede, con buona volontà, almeno una o due settimane. C’è bisogno di acqua, scarichi, canalette per servizi igienici indipendenti, luce e gas. Ma con i wc chimici si può guadagnare tempo. Se si riescono a sfruttare impianti sportivi già dotati del necessario si riuscirà a procedere più velocemente con gli allacci». Al netto delle incognite e delle difficoltà che si prospettano, il padre della Protezione civile, Giuseppe Zamberletti, è comunque ottimista: «I container sono la soluzione migliore, visto che il terremoto si è verificato a fine ottobre e andiamo incontro all’inverno. In Campania, dopo la scossa terribile del novembre del 1980, piazzammo 15.000 container e 25.000 roulotte in brevissimo tempo. È vero, per le forniture occorreranno una quindicina di giorni. Ma entro Natale, visti i numeri notevolmente più contenuti rispetto alla tragedia di 36 anni fa, il governo riuscirà sicuramente a sistemare gli sfollati nei container». Ma c’è un’altra ragione forse persino più importante del rigore invernale, dietro il ricorso alla soluzione tampone. «I moduli abitativi – chiarisce Zamberletti – consentono di scongiurare il rischio di una diaspora. E di restituire a cittadini stravolti dalla perdita improvvisa di legami sociali, economici e comunitari la parvenza del ritorno a una vita quasi ordinaria, nella quale ci si arrangia, ma è offerta loro la possibilità di interagire, essere solidali, essere insieme, proprio come accadeva prima che il terremoto annientasse i loro borghi e le loro abitudini». (Francesco Lo Dico – Il Mattino)