Napoli. Dopo cibo e vestiti per i ragazzi profughi è sfida cittadinanza, si pensa a una strategia di inserimento

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Una città foreigners friendly. Ossia amichevole verso gli stranieri. Due giorni dopo lo sbarco dei 466 extracomunitari al molo 21 del porto di Napoli, all’alba di domenica scorsa, Napoli conferma ancora una volta la sua anima (la sua identità) ancestrale: quella di una città millenaria dal grande cuore pulsante, avvezzo all’accoglienza di immigrati stranieri essendo stata anche storico punto di partenza, tra Ottocento e Novecento, di migranti italiani e meridionali nelle Americhe e in Australia. «Welcome refugees, Napoli is your home», recitava ad esempio uno striscione esposto (e poi rimosso) nei pressi della Questura di Napoli in via Medina da alcuni attivisti del centro sociale Insurgencia, rivolto ai profughi appena approdati dalla nave «Gregoretti» della Guardia Costiera: «Benvenuti, Napoli è casa vostra». «E mentre nel Ferrarese gli autobus di immigrati, con 11 profughe di cui una incinta, sono stati accolti con proteste a barricate» – dice Dylan De Chiara, un attivista del movimento Insurgencia – «Napoli si rivela città dell’accoglienza, tema cruciale della contemporaneità, sul quale stiamo riflettendo da tempo. Ma a differenza di altre parti d’Italia e d’Europa conclude De Chiara – questo argomento qui suscita consenso e la risposta della cittadinanza è stata molto importante». Lo confermano Pierluigi Umbriano e Gianluca Petruzzo, rispettivamente coordinatore di Napoli e presidente nazionale dell’Associazione interetnica e antirazzista 3 Febbraio, che a Sant’Antimo ha reso i bengalesi protagonisti di una lotta non violenta contro la schiavitù e il caporalato: «La mobilitazione dei napoletani, in una diffusa gara di solidarietà verso questa nuova ondata di profughi esprime calore, comprensione e vera accoglienza: lo stesso spirito con il quale ci muoveremo, sabato 5 novembre, per partecipare all’incontro internazionale dei movimenti popolari a cui ci ha invitato in Vaticano Papa Francesco», dicono. Il commento del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, è invece sarcastico: da un lato i partenopei «che fanno le corse per portare cibo e vestiario ai migranti», dall’altro «parti d’Italia dove si organizzano per cacciarli»: immagini, sottolinea, che «ci rendono profondamente orgogliosi di essere napoletani». Intanto la mobilitazione per l’accoglienza prosegue senza sosta. Può confermarlo il surplus di donazioni (accanto a proposte di disponibilità a dare una mano da parte di centinaia di cittadini volontari) pervenute in poche ore al Centro comunale polifunzionale San Francesco a Marechiaro, che da domenica ospita nella struttura – con 10 dipendenti H24 coadiuvati, per l’occasione, da 12 operatori della cooperativa sociale Dedalus suddivisi in gruppi di quattro per tre turni – 51 dei 110 migranti minori non accompagnati sbarcati a Napoli (gli altri sono in 12 strutture convenzionate con il Comune, tra Napoli e provincia). Tra questi 51, quattro ragazzi provenienti da Eritrea, Mali, Costa d’Avorio e Guinea – incoraggiati dai mediatori culturali in un clima protetto – hanno dichiarato ieri, prima della visita auxologica che l’avrebbe comunque rivelata, la loro vera età: non sono minorenni. Hanno tra i 18 anni appena compiuti e i 24 anni. E da oggi, in seguito a un accordo del Comune con la Prefettura che ora li prenderà in carico, saranno perciò trasferiti in strutture per adulti: i CAS (Centri di accoglienza straordinaria). «Sono 72 a Napoli e provincia, che funzionano come centri di primo livello di accoglienza» spiega Gabriella d’Orso, dirigente dell’Area Immigrazione della Prefettura di Napoli. E dopo? Quale sorte attende questi ragazzi in fuga da violenze, guerre e fame, con necessità di tutela non tanto diverse da quelle dei loro compagni minorenni, ma più garantiti dalla loro età sul piano del diritto d’asilo? «Dopo un periodo di permanenza nei Cas – continua d’Orso – i ragazzi passeranno a un secondo livello di accoglienza negli SPRAR(servizio centrale del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), gestiti dal Ministero dell’Interno che al momento, in Campania, ospitano 1.282 persone, mentre nei soli CAS campani si contano ora circa 14.000 migranti, minori esclusi». Una moltitudine. In crescita. È un esercito di “invisibili”: bambine e ragazzi «della nostalgia» che in Italia hanno raggiunto già quota 20.000. Quasi il doppio di quelli arrivati in tutto il 2015: dopo Napoli, lunedì nella sola Sicilia sono sbarcati 500 minori non accompagnati. E mentre oggi si attende il voto alla Camera del disegno di legge di riordino del sistema di accoglienza e protezione dei minori migranti soli (prima firmataria e relatrice Sandra Zampa del Pd), Napoli continua a mobilitarsi per «i ragazzi dell’altrove». Giunti impauriti da molto lontano. «Saturati i bisogni di indumenti, scarpe e prodotti per l’igiene intima, ora servono lenzuola nuove e federe» è l’appello che lancia Lia Colucci, direttrice del centro polifunzionale San Francesco di Napoli. La risposta non si farà attendere: il grande cuore di Napoli batte sempre più in fretta, nelle emergenze. Lo dimostra una nuova iniziativa messa in campocon i 26 centri di educativa territoriale della città: gli adolescenti (fra i 13 e i 16 anni) dei centri napoletani, a turno, garantiranno ogni pomeriggio l’animazione e socializzazione dei loro coetanei stranieri ospiti a Marechiaro «in un mutuo scambio di esperienze che garantisca, con l’aiuto di educatori, un avvio alla normalità di queste giovani vite traumatizzate», spiega Barbara Trupiano, dirigente del servizio infanzia e adolescenza del Comune di Napoli (assessorato al Welfare). Un progetto che intreccia il dovere morale di una buona accoglienza con la formazione di nuovi cittadini consapevoli. (Donatella Trotta – Il Mattino)  

Una città foreigners friendly. Ossia amichevole verso gli stranieri. Due giorni dopo lo sbarco dei 466 extracomunitari al molo 21 del porto di Napoli, all’alba di domenica scorsa, Napoli conferma ancora una volta la sua anima (la sua identità) ancestrale: quella di una città millenaria dal grande cuore pulsante, avvezzo all’accoglienza di immigrati stranieri essendo stata anche storico punto di partenza, tra Ottocento e Novecento, di migranti italiani e meridionali nelle Americhe e in Australia. «Welcome refugees, Napoli is your home», recitava ad esempio uno striscione esposto (e poi rimosso) nei pressi della Questura di Napoli in via Medina da alcuni attivisti del centro sociale Insurgencia, rivolto ai profughi appena approdati dalla nave «Gregoretti» della Guardia Costiera: «Benvenuti, Napoli è casa vostra». «E mentre nel Ferrarese gli autobus di immigrati, con 11 profughe di cui una incinta, sono stati accolti con proteste a barricate» – dice Dylan De Chiara, un attivista del movimento Insurgencia – «Napoli si rivela città dell’accoglienza, tema cruciale della contemporaneità, sul quale stiamo riflettendo da tempo. Ma a differenza di altre parti d’Italia e d’Europa conclude De Chiara – questo argomento qui suscita consenso e la risposta della cittadinanza è stata molto importante». Lo confermano Pierluigi Umbriano e Gianluca Petruzzo, rispettivamente coordinatore di Napoli e presidente nazionale dell’Associazione interetnica e antirazzista 3 Febbraio, che a Sant’Antimo ha reso i bengalesi protagonisti di una lotta non violenta contro la schiavitù e il caporalato: «La mobilitazione dei napoletani, in una diffusa gara di solidarietà verso questa nuova ondata di profughi esprime calore, comprensione e vera accoglienza: lo stesso spirito con il quale ci muoveremo, sabato 5 novembre, per partecipare all’incontro internazionale dei movimenti popolari a cui ci ha invitato in Vaticano Papa Francesco», dicono. Il commento del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, è invece sarcastico: da un lato i partenopei «che fanno le corse per portare cibo e vestiario ai migranti», dall’altro «parti d’Italia dove si organizzano per cacciarli»: immagini, sottolinea, che «ci rendono profondamente orgogliosi di essere napoletani». Intanto la mobilitazione per l’accoglienza prosegue senza sosta. Può confermarlo il surplus di donazioni (accanto a proposte di disponibilità a dare una mano da parte di centinaia di cittadini volontari) pervenute in poche ore al Centro comunale polifunzionale San Francesco a Marechiaro, che da domenica ospita nella struttura – con 10 dipendenti H24 coadiuvati, per l’occasione, da 12 operatori della cooperativa sociale Dedalus suddivisi in gruppi di quattro per tre turni – 51 dei 110 migranti minori non accompagnati sbarcati a Napoli (gli altri sono in 12 strutture convenzionate con il Comune, tra Napoli e provincia). Tra questi 51, quattro ragazzi provenienti da Eritrea, Mali, Costa d’Avorio e Guinea – incoraggiati dai mediatori culturali in un clima protetto – hanno dichiarato ieri, prima della visita auxologica che l’avrebbe comunque rivelata, la loro vera età: non sono minorenni. Hanno tra i 18 anni appena compiuti e i 24 anni. E da oggi, in seguito a un accordo del Comune con la Prefettura che ora li prenderà in carico, saranno perciò trasferiti in strutture per adulti: i CAS (Centri di accoglienza straordinaria). «Sono 72 a Napoli e provincia, che funzionano come centri di primo livello di accoglienza» spiega Gabriella d’Orso, dirigente dell’Area Immigrazione della Prefettura di Napoli. E dopo? Quale sorte attende questi ragazzi in fuga da violenze, guerre e fame, con necessità di tutela non tanto diverse da quelle dei loro compagni minorenni, ma più garantiti dalla loro età sul piano del diritto d’asilo? «Dopo un periodo di permanenza nei Cas – continua d’Orso – i ragazzi passeranno a un secondo livello di accoglienza negli SPRAR(servizio centrale del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), gestiti dal Ministero dell’Interno che al momento, in Campania, ospitano 1.282 persone, mentre nei soli CAS campani si contano ora circa 14.000 migranti, minori esclusi». Una moltitudine. In crescita. È un esercito di “invisibili”: bambine e ragazzi «della nostalgia» che in Italia hanno raggiunto già quota 20.000. Quasi il doppio di quelli arrivati in tutto il 2015: dopo Napoli, lunedì nella sola Sicilia sono sbarcati 500 minori non accompagnati. E mentre oggi si attende il voto alla Camera del disegno di legge di riordino del sistema di accoglienza e protezione dei minori migranti soli (prima firmataria e relatrice Sandra Zampa del Pd), Napoli continua a mobilitarsi per «i ragazzi dell’altrove». Giunti impauriti da molto lontano. «Saturati i bisogni di indumenti, scarpe e prodotti per l’igiene intima, ora servono lenzuola nuove e federe» è l’appello che lancia Lia Colucci, direttrice del centro polifunzionale San Francesco di Napoli. La risposta non si farà attendere: il grande cuore di Napoli batte sempre più in fretta, nelle emergenze. Lo dimostra una nuova iniziativa messa in campocon i 26 centri di educativa territoriale della città: gli adolescenti (fra i 13 e i 16 anni) dei centri napoletani, a turno, garantiranno ogni pomeriggio l’animazione e socializzazione dei loro coetanei stranieri ospiti a Marechiaro «in un mutuo scambio di esperienze che garantisca, con l’aiuto di educatori, un avvio alla normalità di queste giovani vite traumatizzate», spiega Barbara Trupiano, dirigente del servizio infanzia e adolescenza del Comune di Napoli (assessorato al Welfare). Un progetto che intreccia il dovere morale di una buona accoglienza con la formazione di nuovi cittadini consapevoli. (Donatella Trotta – Il Mattino)