Processing...
Pittori del Seicento napoletano. Nascita e trionfo della natura morta
Sulla scia di Luca Forte va studiato l operato di tre personalita di artisti che si ricollegano alla sua severa lezione realistica, mutuando, anche se in tono minore, la serrata e lucida capacita di definizione volumetrica.Si tratta di un ignoto Monogrammista S.B., di Francesco Antonio Cicalese e dell ancora anonimo Maestro della Floridiana.La prima figura, il Monogrammista S.B., ancora poco conosciuto dagli studiosi, e stata diligentemente delineata dal De Vito nel 1990, il quale, espungendo dal catalogo di Luca Forte alcune opere come Frutta, dolce e uccellini di collezione privata, ha identificato la sigla S.B. e la data 1655 in due tele conservate in collezione Lodi, nelle quali vi e la stessa serie di oggetti che si osserva in altri dipinti, tra cui un dolce ripetuto alla perfezione tanto da costituire la firma nascosta dell autore.Negli ultimi anni il famigerato dolce e taluni altri particolari patognomonici dell artista, quali l uccellino morto rovesciato all indietro sul piano di appoggio oppure un tenero ramoscello posto ai margini della composizione, sono comparsi in numerose opere passate sui mercati antiquariali internazionali con le attribuzioni piu disparate, segno evidente della scarsa conoscenza di quest ancora misterioso monogrammista, che pensiamo al momento possa collocarsi cronologicamente tra il V ed il VII decennio, in area centro italiana e nutrito su testi meridionali da Luca Forte al Quinsa.Francesco Antonio Cicalese e attivo a Napoli intorno alla meta del XVII secolo e di questo artista minore, ma citato dalle fonti, non possediamo alcun dato biografico.Fu il Causa a pubblicare la sua prima opera, firmata e datata 1657, Natura morta di frutta e fiori in un paesaggio che comparve presso la galleria Sant Anna di Zurigo nel 1954.In seguito sono comparsi due ovali in collezione Calogero a Napoli, firmati per esteso e databili 1642, nei quali palpabile e la relazione con i quadri di Luca Forte, nel comune trattamento luministico di derivazione caravaggesca e nella sagomatura del piano di appoggio.Negli ultimi anni della sua attivita il pittore si dedico anche ad altri generi, come e confermato da una tela raffigurante Sant Antonio da Padova in gloria, firmata e datata 1685 e conservata a Napoli nella chiesa di San Severo alla Sanita.Modesta e la personalita del Maestro della Floridiana, un nome di intesa intorno al quale il Causa raggruppo un certo numero di nature morte legate da consonanze formali e stilistiche; in particolare tre tele di Frutta esposte a Napoli nel museo Duca di Martina nella Floridiana da cui il nome del Maestro ed una nei depositi di Capodimonte. In seguito il Causa segnalo altre due opere presso il museo civico di Prato e preciso i termini cronologici della sua attivita che protrudevano oltre la meta del secolo.La sua attivita, attraverso una scrittura secca e tagliente sul tipo di quella praticata dai generisti napoletani piu nordicizzati della fase precedente mostra notevoli somiglianze con l ultima produzione di Luca Forte e qualche assonanza puo essere rilevata anche con quelle poche opere assegnate con certezza all altrettanto misterioso Quinsa.Di recente la critica ha spostato l'ignoto maestro fuori dell'ambito napoletano.La prova piu tangibile dei serrati rapporti di contiguita tra cultura figurativa spagnola ed il fresco caravaggismo propugnato da Luca Forte ci e fornito dalla personalita, ancora tutta da definire, di Giovanni Quinsa, noto per una sola opera, firmata e datata 1641, alla quale la critica ha affiancato per affinita stilistica alcune altre tele.Lo spagnolo e probabilmente attivo a Napoli nel secondo quarto del secolo come si evince dallo studio delle sue opere, che fanno da tramite verso il viceregno per esperienze dei suoi conterranei Blas de Lidesma e Van der Hamen, oltre allo stesso Zurbaran.Il Causa riteneva che il Quinsa potesse essere stato l artefice dell introduzione di una specialita che in Spagna ottenne molto successo: la realizzazione di interni di cucina, i famosi bodegones, che da noi troveranno un interprete esemplare in Giovan Battista Recco, al quale il Bologna ha assegnato definitivamente la nota Dispensa che per alcuni anni la critica ha reputato dello stesso iberico.Una personalita quella del Quinsa ancora da esplorare a fondo, probabilmente cercando le sue tracce nelle antiche collezioni private spagnole.A proposito del Forte e della Natura morta con tuberosa abbiamo citato il nome di Filippo Napoletano, proposto dal De Vito come autore della tela.La figura dell artista era stata tratteggiata dal Longhi nel 1657 e tra le sue opere lo studioso aveva citato un Rinfrescatoio, incluso negli inventari medicei e del quale si era persa ogni traccia.Si deve al Chiarini il recupero del dipinto dai depositi della galleria di palazzo Pitti e la ricostruzione dell itinerario artistico del pittore che nell ambito della natura morta lavora unicamente dal 1617 al 1621, quando e chiamato a Firenze dal granduca Cosimo II e dal cardinale Carlo de Medici.Oltre al Rinfrescatoio, di chiara derivazione dagli esempi di natura morta caravaggesca, due altri dipinti di genere Due conchiglie, nei depositi di palazzo Pitti e Due cedri, nel museo botanico di Firenze, sono il segno tangibile degli interessi scientifico naturalistici del pittore, sulla scia di un attenzione per gli studi dal vero catalizzata dall operato del medico Johannes Faber di Bamberga.Riguardo alla proposta del De Vito di assegnargli la Natura morta con tuberosa, il parere della critica tende oggi ad escluderla per la sostanziale estraneita nella resa luministica e nella raffigurazione del dato reale tra i due dipinti.Giacomo Recco, Napoli 1603 prima del 1653 considerato dalla critica tra gli iniziatori della natura morta nella nostra citta, ci e noto, piu che per le sue opere, attraverso numerosi documenti d archivio, che ci hanno permesso di puntualizzare i suoi dati biografici.Citato da don Camillo Tutini tra i fondatori del genere a Napoli, viene poi ricordato in un manoscritto compilato tra il 1670 ed il 75, reperito dal Ceci, come pittore di fiori, frutti, pesci ed altro . Il De Dominici lo segnala come padre di Giuseppe. Il Prota Giurleo reperisce il contratto di matrimonio del 1627, da cui ricava la data di nascita ed il contratto di discepolato del 1632, con il quale viene messo a bottega presso Giacomo il quindicenne Paolo Porpora. Ed infine il Delfino ha pubblicato un documento del 1630, nel quale il Nostro entra in societa con uno sconosciuto pittore, tale Antonio Cimino, con l intento di esercitare la compravendita di dipinti e di eseguire qualsivoglia quadri, et figure di qualsivoglia sorta ... ad oglio come a fresco .Pur in assenza di tele certe e documentate, sulla base di queste poche notizie e di considerazioni di carattere stilistico, la critica ha ricostruito un catalogo dell artista a partire da un Vaso di fiori in collezione Rivet a Parigi, su cui si legge la data 1626 e da una coppia di vasi di fiori in collezione Romano, di cui uno siglato G.R. , di impostazione arcaica, tale da non generare dubbi con la sigla di Giuseppe Recco.Negli ultimi anni, ad ulteriore conferma della confusione che regna sovrana in campo attribuzionistico, sono passati in asta numerose opere assegnate piu o meno forzatamente a Giacomo Recco, che e cosi divenuto, da pittore senza quadri, artista di riferimento di una folla di anonimi autori di dipinti di fiori i piu varii, nel cui ambito contenitore di fiorante entrano ed escono le tele piu disparate.Le opere tradizionalmente attribuite a Giacomo Recco dagli studiosi piu accreditati includono oltre alle tre gia riferite il Vaso con fiori con lo stemma del cardinale Poli, gia assegnato a Giovanni da Udine intorno alla meta del secolo XVI e ricondotto in ambito seicentesco e napoletano dal Causa, assieme ad altri due vasi pubblicati dallo Sterling, sempre come opera dell allievo di Giulio Romano sono firmati ... e datati 1538 e 1553 ed anch essi senza dubbio di epoca successiva.Altro vaso che presentando caratteri analoghi, e stato da Veca aggiunto al corpus di Giacomo Recco e il Vaso di fiori con lo stemma della famiglia Spada.La precisa collocazione cronologica di questi vasi e stata possibile grazie ad un attento studio degli stemmi nobiliari, per i quali decisivo e stato il contributo fornito da Federico Zeri.Questa minuziosita e precisione dei particolari nelle raffigurazioni delle effigi nobiliari ci mostrano un Giacomo Recco non solo artista di grande abilita e di profonda cultura, ma anche sapiente di araldica ed esperto in significati simbolici, oltre che profondo conoscitore delle esperienze figurative fiamminghe. Inoltre era probabilmente nella condizione di pittore affermato, in grado di essere quotato nel giro che conta, cosi da ricevere commissioni da importanti cardinali e da nobili famiglie. Tutto cio e in pieno contrasto con le condizioni della bottega del Recco come ci viene prospettata dalla attenta lettura del documento recentemente scoperto dal Delfino, da cui si evince che vi si commerciassero quadri di ogni genere e di non grande qualita.Le opere raggruppate sotto il nome di Giacomo Recco, pur nell ipotesi che la critica cambi completamente le sue valutazioni da un momento all altro, presentano una serie di caratteri distintivi molto particolari, che sono espressione di una personalita artistica ancora attirata dal repertorio cinquecentesco ricco di fregi e di decorazioni, poco o nulla toccata dai risultati delle indagini luministiche e nello stesso tempo fortemente influenzata dalla leziosita ed artificiosita dei fioranti fiamminghi.Il vaso assurge a punto focale della composizione e, riccamente decorato, ha pari dignita con i fiori, disposti sempre simmetricamente ed illuminati in maniera innaturale, pur se definiti minuziosamente nella loro verita ottica, tanto da sfidare la precisione scientifica di uno Jacopo Ligozzi.E sono vasi originalissimi, sfingi bizzarre, maschere leonine che richiamano antiche borchie. I fiori sono tutti variopinta espressione del precoce sboccio primaverile: narcisi, giacinti, calendule, anemoni. Essi sono staccati l uno dall altro con alcune corolle rivolte verso il basso e sono indagati separatamente anche quando si sovrappongono, affollandosi sul fondo scuro. L esecuzione un po calligrafica tradisce un aria antica che ci rammenta gli esempi anteriori, collegati dalla critica sotto il nome di un ipotetico Maestro del vaso a grottesche, operante nell Italia centro settentrionale nel primo quarto del XVII secolo. Il trattamento della luce e classico di un protocaravaggesco con un attenzione puntigliosa all esaltazione dei valori cromatici dei fiori, che sono disposti in maniera schematica e si materializzano verso chi guarda il quadro senza possedere profondita, a tal punto che traggono in inganno l occhio dell osservatore nella foto in bianco e nero, ove, non potendosi apprezzare il colore, appaiono tristemente bidimensionali.Le matrici artistiche e culturali di Giacomo Recco sono difficili da definire, anche se bisogna considerare la presenza a Napoli intorno al 1590 di Jan Brueghel e la persistenza in citta, come sottolineato dalla Tecce, di un manipolo agguerrito di tardo manieristi, attivo fino alla meta del terzo decennio del 600. Un notevole influsso derivo senza dubbio dalla fama dilagante per l Europa dei fioranti nordici, legati ad un decorativismo ancora di gusto cinquecentesco, e del tutto digiuni della lezione del luminismo caravaggesco che cominciava a plasmare la pittura di genere a Roma. La produzione pittorica che piu si avvicina alle prove del Nostro e quella di Osias Beert il vecchio, come ha piu volte puntualizzato nei suoi saggi il Veca.La fama di Giacomo Recco e legata alla sua abilita di fiorante, quasi uno specialista nella specialita, e aumento con ogni probabilita contemporaneamente a quella di Mario Nuzzi detto Mario dei fiori, a lungo erroneamente ritenuto regnicolo, il cui nome crebbe nei secoli, mentre il prestigio di Giacomo in poco tempo svani quasi nel nulla, per riemergere faticosamente dopo oltre 300 anni di oblio.I tantissimi inventari di collezioni napoletane raramente descrivono opere di Recco senior, quello del Vandeneynden riporta un suo quadro di frutti di mare e pesci. Altri documenti ricordano stranamente, uccellami e frutta, pesci ed una figura rappresentante la pieta, mai un vaso con dei fiori.Seguendo questa traccia il De Vito, fortunosamente, ha identificato una tela eseguita in collaborazione e firmata per esteso: Artemisia Gentilesca e Giacomo Recco . In questa tela, oggi ad ubicazione sconosciuta, si possono riconoscere nel brano di figura rappresentante un bambino biondo i modi pittorici della grande pittrice con la cura dedicata alle pieghe e quel delicato fraseggio dei tocchi chiari e quelli scuri , mentre nella parte di natura morta risalta il ghiaccio inondato da un brillio di cristalli che parrebbero quello della nera antracite, il pane croccante umido, l ostrica ancora pulsante nella semivalva De Vito .In tema di collaborazioni, un documento in cui Giacomo tiene a battesimo una figlia di Stanzione ci permette di ipotizzare che possa essere sua la mano che esegue i numerosi inserti di fiori che arricchiscono la base di tante composizioni del cavaliere Massimo e che hanno fatto arrovellare di ipotesi generazioni di critici.Il sasso lanciato dal De Vito, sempre baldanzoso e provocatore, ha messo in crisi le opere autografe di Giacomo Recco, perche non sufficientemente documentate, essendo prive della firma ed, in ogni caso, non perfettamente inserite nel contesto storico sociale dell epoca in cui vengono collocate. Sotto il fuoco di fila di queste contestazioni la figura di Giacomo perde sempre piu spessore divenendo poco piu che un indefinibile ectoplasma, e forse dobbiamo constatare che aveva ragione il De Dominici, quando affermava che la specialita a Napoli raggiunse gloria e considerazione solo con la generazione successiva, contrassegnata dalla folgorante apparizione sulla scena di Paolo Porpora.Nelle ultime mostre, tra cui quella di Monaco Firenze 2003 e nelle ultime aste internazionali Giacomo Recco e completamente scomparso e la sua tanto celebrata attivita di fiorante sembra attualmente confinata unicamente nelle carte dei biografi, mentre si definisce sempre piu l'opera dei cosidetti Maestri dei vasi a grottesche, un gruppo anonimo di artisti operanti nei primi decenni del Seicento in diversi centri italiani. Lo stato degli studi sui dipinti di fiori della fase arcaica e ancora lacunosa ed al momento sono piu i dubbi che le certezze. In particolare, ritornando a Giacomo Recco, il corpus di opere che a partire dagli anni Ottanta, sulla base delle indicazioni del Causa si era andato costituendo attorno al suo nome, soprattutto dipinti che presentano il corpo figurato con stemmi gentilizi e stato spostato da Mina Gregori, in un articolo pubblicato nel 1997, sulla base di indicazioni inventariali e di dati biografici nel catalogo di Tommaso Salini.Con Paolo Porpora Napoli 1617 Roma 1673 entriamo nel pieno della storia della natura morta a Napoli.Del pittore i documenti di archivio ci hanno fornito i dati biografici piu significativi, ma un solo quadro porta la sua firma, per cui la ricostruzione del suo percorso artistico resta in gran parte ipotetica.Egli appartiene alla seconda generazione di specialisti di natura morta, come ci conferma l uso del passato nella descrizione del De Dominici: Porpora dipingeva con miglior maniera e piu bel componimento di quel che aveva dipinto Luca Forte . Lo stesso biografo ci fornisce l elenco degli oggetti preferiti dal pittore nelle sue rappresentazioni: pesci, ostriche, lumache, buccine ed altre conche marine, ed ancora lucertole, piccioni e cose da cucina . Come a voler far risaltare quella che fu l originale specializzazione del Porpora, un unicum nel multiforme quadro della pittura di natura morta in Italia: il sottobosco, quel mondo affascinante e misterioso, dove la vita lotta contro la morte e del quale il nostro artista si dimostro profondo conoscitore, esperto delle piu inconsuete specialita zoologiche ed entomologiche, l esaltato cantore di splendidi monumenti vegetali, il morboso esegeta di rari bestiari e di malsani fremiti di palude Causa .Il De Dominici ci riferisce che il Porpora ha frequentato la bottega di Aniello Falcone, palestra dei naturalisti a passo ridotto, e tale circostanza ha fatto ipotizzare che fosse lui l artefice dei numerosi brani di natura morta che arricchiscono le tele dell oracolo delle battaglie .Un contratto di discepolato reperito dal Prota Giurleo lo vede quindicenne per tre anni allievo di Giacomo Recco, dal quale probabilmente derivo l abilita nelle rappresentazioni floreali. Il matrimonio del Porpora avviene a Roma nel 1654, citta dove si stabilira definitivamente e lavorera per circa venti anni, facendo parte dal 1656 dell Accademia di San Luca, che nel 1673 gli paghera messe di suffragio per la sua anima. Stranamente questo dettaglio, gia segnalato nel 1933 dal Thieme Becker, e ribadito in anni piu recenti da Spike, e sfuggito agli studiosi, i quali in testi anche autorevoli, come il catalogo della mostra sulla Civilta del Seicento, continuavano ad indicare vagamente una data di morte tra il 1670 ed il 1680. La presenza di una sola opera firmata, un soggetto floreale identificato dal Briganti nella collezione romana del principe Agostino Chigi e l assoluta mancanza di date, non permettono di definire una cronologia del suo percorso artistico se non in base a criteri stilistici. E percio impossibile separare la produzione napoletana giovanile, da quella romana piu matura.Solo per le tele di sottobosco possiamo ipotizzare che nascano a Roma, dove sono presenti a meta secolo celebri specialisti stranieri come Otto Marseus van Schrieck e Matthias Withoos, i quali sono insuperati esperti nella rappresentazione di un microcosmo nascosto nell oscurita, ove combattono per la sopravvivenza rane, rospi, serpenti e lucertole, in compagnia di granchi e conchiglie, farfalle svolazzanti e funghi stanziali in un brillio di luci soffuse e di acque stagnanti che esplicano con magistero impeccabile le loro cupe ed illusionistiche fantasie.Nei quadri a soggetto floreale il Porpora mostra un attenzione di matrice naturalista nella resa luministica dei petali dei fiori, delle foglie e della frutta, dimostrando la grande fantasia e l afflato lirico del caravaggesco di razza, che e in grado di riprodurre con un rispetto della verita ottica straripanti costruzioni floreali, che nulla hanno in comune con le successive fastose e pompose creazioni dei fioranti barocchi.Gli effetti cromatici di una corposita quasi tattile tutta partenopea sono puntigliosamente ricercati senza trascurare una cristallina definizione dei volumi.Le sue composizioni trasudano gioia di vivere e colori vivaci e rappresentano senza ombra di dubbio uno dei piu alti traguardi raggiunti dalla natura morta italiana, risultato ottenuto in un contrasto ben dosato di luci squillanti e melanconiche penombre.I quadri che la critica ritiene tra i piu antichi sono: Fiori, frutta e zucca e Fiori con coppa di cristallo entrambi a Capodimonte, eloquente esempio della sua indiscussa abilita di fiorante, che seppe coniugare sapientemente la precisione del dato reale con la ricchezza e complessita delle soluzioni compositive.Nelle sue tele i fiori si dispongono ad occupare la gran parte della superficie disponibile e sono rappresentati con una tavolozza cromatica esuberante che nelle zone piu affollate e disordinate della composizione fa gia presagire quella moda fastosa e barocca che avra successo intorno alla meta del secolo.Il suo gusto tende a differenziarsi palpabilmente dalla politezza ottica di un Luca Forte o dalla corposa volumetria di un Maestro di Palazzo San Gervasio e si inserisce autorevolmente nel novero dei piu aggiornati specialisti del genere europei.Di recente De Vito 1999 al Porpora e stato attribuito un gruppo di quadri di soggetto marino, che andrebbe a riempire il vuoto temporale precedente la sua partenza per Roma e sarebbe in sintonia con una produzione ancora ignota, ma ricordata dalle fonti, del suo maestro Giacomo Recco quale esecutore di dipinti con pesci e conchiglie.Giunto a Roma, il Porpora, risulta presente nell'Accademia di San Luca dal 1655 al 1670 ed accede nella Congregazione dei virtuosi del Pantheon nel 1666.Nella citta eterna gareggia alla pari come fiorante con la fama di Mario Nuzzi, il famoso Mario dei fiori, dando luogo a composizioni caratterizzate da un gusto gia barocco, senza pero rinunciare ad una ferma precisione realistica degli oggetti rappresentati.Nel campo del sottobosco supera, per vivacita di rappresentazione e cura del dettaglio naturalistico, i piu affermati specialisti nordici e centro europei. Il sottobosco, misterioso ed affascinante, e un soggetto molto richiesto e raffigurato nei paesi di lingua tedesca, ove grande successo incontrano scene di lotta per la sopravvivenza che si consumano silenziosamente ed ineluttabilmente nella eterna penombra di alberi secolari vicino a ruscelletti e stagni brulicanti di vita primordiale. E un mondo animale, ritratto con precisione naturalista, impegnato in attivita banali, che nel simbolismo nordico diventano prodigiose metafore della eterna lotta tra il bene ed il male, e talune volte tendono ad incarnare i solenni misteri della fede cristiana.Nelle tele del Porpora questi profondi simbolismi sono trascurati o affiorano di sfuggita, perche estranei al gusto della committenza italiana e napoletana in particolare, senza dimenticare che i clienti del nostro artista probabilmente continuarono ad essere in larga misura della citta natale.E un sottobosco cupo quello rappresentato, un intreccio di radici legnose e di alberi cavi, avvolti da un tappeto di muschio, mentre a terra ciottoli e funghi altezzosi, che, come sottolineo il Bottari, giganteggiano come monumenti. L atmosfera e ravvivata dalla presenza di fiori luminosi che sembrano emanare una luce abbagliante, che fa da contrasto, con il suo messaggio di vitalita, allo statico mondo delle piante, dei minerali, delle crittogame.La sua flora e la sua fauna vogliono esaltare le meraviglie della natura, che si possono cogliere anche in un piccolo recesso senza dare conto, a differenza degli artisti nordici, dell eterna lotta simbolica che si svolge ogni momento tra principi metafisici contrapposti: il bene e il male.La vivacita di questi sottoboschi e strettamente legata all abilita del Porpora nel modulare armoniosamente la sua tastiera cromatica, con la forza della intelligenza visiva e lo splendore della veste pittorica che gli permettono, con eguale verita di rappresentazione, di ritrarre fiori allo sboccio e foglie avvizzite, ricorrendo ad una straordinaria varieta di gradazioni di colore. Le composizioni sono immerse quasi sempre in una luce vespertina che produce intensi bagliori e consente di apprezzare in egual misura sia la trasparenza delle ali degli insetti che l umida e ripugnante viscidita della pelle della tartaruga.Scopritore del Porpora fu il Causa e come sempre e alla sua penna che si debbono le descrizioni piu poetiche dei suoi mirabolanti sottoboschi: emozioni sempre piu morbose da racconto nero nel mondo della storia naturale ... piacevolissime crudelta di ranocchie inferocite che ingoiano farfalle prese al volo, serpi viscide che fischiano sotto le frasche, quelle sue fantasie tra notturnali e canicolari di calabroni e coccinelle, quagliotti insidiati dalle volpi e rospi a convegno in foreste di funghi pietrificati .Negli ultimi anni della sua attivita il Porpora, immerso in un ambiente figurativo come quello romano, denso di stimoli culturali, fu influenzato dalla moda tutta nordica, importata da Flanders e Daniel Seghers, di eseguire ghirlande incornicianti volti di vergini e santi. Nacquero cosi le sue ultime composizioni, quel fragoroso diluvio vegetale sul frammento di un sarcofago antico, che possiamo ammirare nel quadro di Fiori e frutta del museo di Valence, apice spettacolare della sua lunga carriera artistica. Michele Pappacoda