Da Giuseppe a Giusy Polverino la scenografa di Cava de Tirreni si racconta

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Da Giuseppe a Giusy Polverino la scenografa di Cava de Tirreni si racconta su La Città di Salerno con un’intervista  firma di Alfonsina Caputano «Mi definisco una guerriera. La battaglia che ho dovuto ingaggiare con me stessa e il lungo percorso di cambiamento che ho dovuto intraprendere mi hanno resa più forte e più sensibile con la mia famiglia e con il mondo esterno». Solo da qualche mese la scenografa, costumista e designer cavese Claudia Giusy Polverino per l’anagrafe non è più Giuseppe. L’intervento chirurgico di Rcs (riassegnazione del sesso) ha completato un viaggio doloroso, iniziato nella prima adolescenza. Ora Giusy dice: «Sono rinata una seconda volta e sono finalmente in pace con me stessa e con gli altri». Un punto d’arrivo che, però, non le fa dimenticare le dolorose tappe del suo percorso. Quando ha capito che l’immagine che le rimandava lo specchio non corrispondeva alla sua vera identità? «Verso i 13 anni avvertivo un senso di disagio. Evitavo tutto ciò che era maschile: non volevo giocare in cortile con i miei compagni e mi piaceva truccarmi di nascosto. Durante gli anni in cui ho frequentato il liceo artistico, però, ho un po’ dimenticato le mie difficoltà. L’amore per l’arte e per gli studi mi hanno aperto un altro mondo. E in quel mondo mi sono come dissolta, annientando Giusy e il suo desiderio di rivelarsi». LEGGI ANCHE: matrimonio gay Melinda e Deborah dopo il sì: «Siamo felicissime e vogliamo un bimbo» Il sindaco Sica ha celebrato l’unione civile. Le due spose: «Speriamo che chi nasconde il proprio amore possa uscire allo scoperto» Qual è stato il momento più difficile? «Con il procedere dell’adolescenza il confronto con lo specchio è diventato sempre più difficile. L’evoluzione del mio corpo non andava di pari passo con la mia mente. A venti anni sono andata in terapia psicologica. Questo è il primo passo per intraprendere il cambiamento di identità. Il medico deve valutare se sei lucida ed equilibrata. Se si tratta di una scelta consapevole. In contemporanea ho iniziato i dosaggi ormonali che avrebbero portato a un parziale cambiamento del mio aspetto. È stato un momento difficile, anche perché nel frattempo mi ero iscritta alla facoltà di architettura e mi stavo affermando negli studi». Come hanno reagito al suo cambiamento coloro che la circondavano? «Come spesso capita i primi a non accettare una trasformazione sono le persone che ti amano di più. I miei genitori non riuscivano a capire cosa stava succedendo, all’inizio. So che per loro è stato un grosso fardello da portare. Io ero Giuseppe e si aspettavano determinate cose da me. Il chiacchiericcio della gente ha reso le cose ancora più difficili e non è stato semplice far comprendere a mia madre e mio padre che, anche se stavo cambiando nell’aspetto, sarei stata sempre io e che in fondo sarebbe cambiato poco. Per fortuna l’amore ha una sua saggezza. Adesso mi sono vicini e mi hanno supportato in tutte le tappe del mio cambiamento, accompagnandomi spesso quando dovevo affrontare i tanti e dolorosi interventi di chirurgia estetica». C’è stato un episodio che l’ha in qualche modo ferita? «Non uno in particolare, ma tanti piccoli episodi. Quando camminavo avvertivo la curiosità morbosa della gente. Diversi amici hanno iniziato a non salutarmi più. Questo mi ha fatto molto soffrire. Anche perché pensavo alla loro superficialità: prestavano attenzione solo a quello che stava accadendo al mio corpo, ma nessuno si poneva il problema di come mi sentissi, di quanto fosse difficile per me percorrere quella strada. Più diventavo donna e più mi emarginavano, anche se gli stessi che mi giudicano, anche adesso, poi mi cercano in privato per esperienze particolari». Alla fine si ritiene soddisfatta? «Sì. E mi reputo anche fortunata perché ho avuto il coraggio di vivere la mia vita, anche grazie all’appoggio dei miei genitori. E questo al contrario di molti che hanno preferito mimetizzarsi in un fidanzamento o un matrimonio fasullo. Sono anche fiera di me perché ogni giorno mi batto per dimostrare che, anche se nel mio mondo c’è molta prostituzione, le persone come me non sono tutte professioniste della notte. Quella è una scelta per noi come per tante donne». Laureata in architettura a pieni voti e specializzata in scenografia e costume. È fondatrice e presidente dell’associazione sbandieratori “Borgo di San Nicolò”. Ha collaborato, a Cinecittà, con piccole compagnie teatrali e, attualmente, è docente di disegno ed effetti speciali scenografici all’Accademia della moda a Nocera. Cosa riserva il futuro a Giusy Polverino? «Le mie energie sono tutte orientate verso una battaglia contro la discriminazione sul lavoro. L’Italia è un paese arretrato che tende a rimandare la risoluzione di problematiche scottanti. Io voglio contribuire a questo processo di cambiamento, anche con la mia arte. Non vorrei mai più essere oggetto di discriminazione come è avvenuto in passato».

Da Giuseppe a Giusy Polverino la scenografa di Cava de Tirreni si racconta su La Città di Salerno con un'intervista  firma di Alfonsina Caputano «Mi definisco una guerriera. La battaglia che ho dovuto ingaggiare con me stessa e il lungo percorso di cambiamento che ho dovuto intraprendere mi hanno resa più forte e più sensibile con la mia famiglia e con il mondo esterno». Solo da qualche mese la scenografa, costumista e designer cavese Claudia Giusy Polverino per l’anagrafe non è più Giuseppe. L’intervento chirurgico di Rcs (riassegnazione del sesso) ha completato un viaggio doloroso, iniziato nella prima adolescenza. Ora Giusy dice: «Sono rinata una seconda volta e sono finalmente in pace con me stessa e con gli altri». Un punto d’arrivo che, però, non le fa dimenticare le dolorose tappe del suo percorso. Quando ha capito che l’immagine che le rimandava lo specchio non corrispondeva alla sua vera identità? «Verso i 13 anni avvertivo un senso di disagio. Evitavo tutto ciò che era maschile: non volevo giocare in cortile con i miei compagni e mi piaceva truccarmi di nascosto. Durante gli anni in cui ho frequentato il liceo artistico, però, ho un po’ dimenticato le mie difficoltà. L’amore per l’arte e per gli studi mi hanno aperto un altro mondo. E in quel mondo mi sono come dissolta, annientando Giusy e il suo desiderio di rivelarsi». LEGGI ANCHE: matrimonio gay Melinda e Deborah dopo il sì: «Siamo felicissime e vogliamo un bimbo» Il sindaco Sica ha celebrato l'unione civile. Le due spose: «Speriamo che chi nasconde il proprio amore possa uscire allo scoperto» Qual è stato il momento più difficile? «Con il procedere dell’adolescenza il confronto con lo specchio è diventato sempre più difficile. L’evoluzione del mio corpo non andava di pari passo con la mia mente. A venti anni sono andata in terapia psicologica. Questo è il primo passo per intraprendere il cambiamento di identità. Il medico deve valutare se sei lucida ed equilibrata. Se si tratta di una scelta consapevole. In contemporanea ho iniziato i dosaggi ormonali che avrebbero portato a un parziale cambiamento del mio aspetto. È stato un momento difficile, anche perché nel frattempo mi ero iscritta alla facoltà di architettura e mi stavo affermando negli studi». Come hanno reagito al suo cambiamento coloro che la circondavano? «Come spesso capita i primi a non accettare una trasformazione sono le persone che ti amano di più. I miei genitori non riuscivano a capire cosa stava succedendo, all’inizio. So che per loro è stato un grosso fardello da portare. Io ero Giuseppe e si aspettavano determinate cose da me. Il chiacchiericcio della gente ha reso le cose ancora più difficili e non è stato semplice far comprendere a mia madre e mio padre che, anche se stavo cambiando nell’aspetto, sarei stata sempre io e che in fondo sarebbe cambiato poco. Per fortuna l’amore ha una sua saggezza. Adesso mi sono vicini e mi hanno supportato in tutte le tappe del mio cambiamento, accompagnandomi spesso quando dovevo affrontare i tanti e dolorosi interventi di chirurgia estetica». C’è stato un episodio che l’ha in qualche modo ferita? «Non uno in particolare, ma tanti piccoli episodi. Quando camminavo avvertivo la curiosità morbosa della gente. Diversi amici hanno iniziato a non salutarmi più. Questo mi ha fatto molto soffrire. Anche perché pensavo alla loro superficialità: prestavano attenzione solo a quello che stava accadendo al mio corpo, ma nessuno si poneva il problema di come mi sentissi, di quanto fosse difficile per me percorrere quella strada. Più diventavo donna e più mi emarginavano, anche se gli stessi che mi giudicano, anche adesso, poi mi cercano in privato per esperienze particolari». Alla fine si ritiene soddisfatta? «Sì. E mi reputo anche fortunata perché ho avuto il coraggio di vivere la mia vita, anche grazie all’appoggio dei miei genitori. E questo al contrario di molti che hanno preferito mimetizzarsi in un fidanzamento o un matrimonio fasullo. Sono anche fiera di me perché ogni giorno mi batto per dimostrare che, anche se nel mio mondo c’è molta prostituzione, le persone come me non sono tutte professioniste della notte. Quella è una scelta per noi come per tante donne». Laureata in architettura a pieni voti e specializzata in scenografia e costume. È fondatrice e presidente dell’associazione sbandieratori “Borgo di San Nicolò”. Ha collaborato, a Cinecittà, con piccole compagnie teatrali e, attualmente, è docente di disegno ed effetti speciali scenografici all’Accademia della moda a Nocera. Cosa riserva il futuro a Giusy Polverino? «Le mie energie sono tutte orientate verso una battaglia contro la discriminazione sul lavoro. L’Italia è un paese arretrato che tende a rimandare la risoluzione di problematiche scottanti. Io voglio contribuire a questo processo di cambiamento, anche con la mia arte. Non vorrei mai più essere oggetto di discriminazione come è avvenuto in passato».