Ultima chance per Gabbiadini notte speciale uno gol per ricominciare

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L’attaccante vuole scacciare gli incubi del fallimento Sarri lo lancia: «Stia tranquillo, presto verrà fuori»

 

E’ tutto così (maledettamente) chiaro: c’è una squadra che gioca un calcio, ed è il suo, e un centravanti che interpreta un ruolo, e lo fa a modo suo. E’ tutto così limpido, da restare persino confusi in questa nuvola, che il rischio di perdersi è trasparente. La prova del nove – e vabbè che poi vada in giro con il 23 – è d’una limpidezza assoluta: segno, dunque sono, e Manolo Gabbiadini lo sa bene, da quando ha preso la «patente» da bomber, che la vita in area di rigore non fa sconti. «E infatti: io non gli chiedo di adattarsi a me, ma al nostro calcio, quello a cui ho accompagnato il Napoli. Non c’è un allenatore che può andare contro le caratteristiche di un calciatore, ma non c’è neanche un allenatore che per assecondare la vocazione di un proprio giocatore sacrifica le attitudini di altri sette-otto suoi uomini».  
E’ tutto così elementare, che non serve spingersi sino a Sherlock Holmes per andare a scovare nei segreti del 4-3-3 ciò che Maurizio Sarri s’aspetta da Manolo Gabbiadini, l’hombre del partido assai speciale, in cui non c’è soltanto in palio la possibilità di conquistare gli ottavi della Champions con un mese d’anticipo, ma anche la dignità assoluta di un attaccante ritrovatosi conficcato in un cono d’ombra. «Non credo neanche che spostarsi di cinque sei metri possa cambiare molto. Gabbiadini sta attraversando un momento difficile, ma ne verrà fuori». E’ Napoli-Besiktas e non è certo una partita qualsiasi, con ciò che comporta per chiunque, Gabbiadini compreso. 
 
SERATA D’ONORE. E’ la strana, dura, impietosa legge del calcio dei bomber: segno, quindi esisto, e non c’è mica bisogno d’un trattato, né di un algoritmo, affinché Gabbiadini ripiombi nel suo mondo, quei sedici metri che sembra siano il proprio habitat naturale, per uscire da un tunnel nel quale Sarri ha tracciato la segnaletica. E’ 4-3-3, e sono tagli, attacchi centrali, due esterni che magari andranno un po’ più dentro al campo, quasi a formare un albero di Natale, per illuminare un percorso semplice-semplice che però il bomber ha smarrito. «Noi abbiamo già un po’ cambiato, rispetto all’anno scorso: stringiamo le ali, portiamo Hamsik a ridosso, a volte giochiamo a due in mezzo al campo. Sono cose che accadono a partita in corso». E’ la nuova versione del calcio di Sarri, quella che non prevede (più) la presenza d’una star onnivora e bulimica come el pipita, una sorta di rapace capace d’ogni cosa, e che tenta di privilegiare l’ostentazione del proprio football attraverso il palleggio e la verticalità. I centosei gol dell’anno scorso, figli dei centoquattro più centoquattro di Rafa Benitez, hanno squarciato un orizzonte festoso, nel quale Gabbiadini s’è smarrito, forse per i bagliori, il luccichio d’una manovra a tratti esagerata e comunque da lui distante. «Abbiamo codici che conosciamo e caratteristiche di centrocampisti e di esterni che ci hanno portato a cambiarci d’abito, un anno fa».  
 
TOCCA A LUI. Fuori dal rombo, è stata un’altra vita, che Manolo Gabbiadini ha attraversato però marginalmente, perché per un anno c’è stato un cannibale a far tutto da sé, a togliere gli spazi, l’aria e pure la fantasia. «Ma Gabbiadini non è un problema: io ho fiducia totale in questa squadra e nel suo modo di essere. Non eravamo fenomeni fino a tre settimane fa, non siamo stupidi adesso. Contro il Besiktas giocheremo come sappiamo, cercando di non commettere quegli errori che ci sono costati cari tra l’Atalanta e la Roma. Ci serve solo ritrovare le distanze». E un centravanti, che sia Gabbiadini, capace di impadronirsi del Napoli, di farlo da solo e prima che diventi (eventualmente) troppo tardi. Vero, Watson? 
 

fonte.corrieredellosport

 
L’attaccante vuole scacciare gli incubi del fallimento Sarri lo lancia: «Stia tranquillo, presto verrà fuori»

 


E’ tutto così (maledettamente) chiaro: c’è una squadra che gioca un calcio, ed è il suo, e un centravanti che interpreta un ruolo, e lo fa a modo suo. E’ tutto così limpido, da restare persino confusi in questa nuvola, che il rischio di perdersi è trasparente. La prova del nove – e vabbè che poi vada in giro con il 23 – è d’una limpidezza assoluta: segno, dunque sono, e Manolo Gabbiadini lo sa bene, da quando ha preso la «patente» da bomber, che la vita in area di rigore non fa sconti. «E infatti: io non gli chiedo di adattarsi a me, ma al nostro calcio, quello a cui ho accompagnato il Napoli. Non c’è un allenatore che può andare contro le caratteristiche di un calciatore, ma non c’è neanche un allenatore che per assecondare la vocazione di un proprio giocatore sacrifica le attitudini di altri sette-otto suoi uomini».  
E’ tutto così elementare, che non serve spingersi sino a Sherlock Holmes per andare a scovare nei segreti del 4-3-3 ciò che Maurizio Sarri s’aspetta da Manolo Gabbiadini, l’hombre del partido assai speciale, in cui non c’è soltanto in palio la possibilità di conquistare gli ottavi della Champions con un mese d’anticipo, ma anche la dignità assoluta di un attaccante ritrovatosi conficcato in un cono d’ombra. «Non credo neanche che spostarsi di cinque sei metri possa cambiare molto. Gabbiadini sta attraversando un momento difficile, ma ne verrà fuori». E’ Napoli-Besiktas e non è certo una partita qualsiasi, con ciò che comporta per chiunque, Gabbiadini compreso. 
 
SERATA D’ONORE. E’ la strana, dura, impietosa legge del calcio dei bomber: segno, quindi esisto, e non c’è mica bisogno d’un trattato, né di un algoritmo, affinché Gabbiadini ripiombi nel suo mondo, quei sedici metri che sembra siano il proprio habitat naturale, per uscire da un tunnel nel quale Sarri ha tracciato la segnaletica. E’ 4-3-3, e sono tagli, attacchi centrali, due esterni che magari andranno un po’ più dentro al campo, quasi a formare un albero di Natale, per illuminare un percorso semplice-semplice che però il bomber ha smarrito. «Noi abbiamo già un po’ cambiato, rispetto all’anno scorso: stringiamo le ali, portiamo Hamsik a ridosso, a volte giochiamo a due in mezzo al campo. Sono cose che accadono a partita in corso». E’ la nuova versione del calcio di Sarri, quella che non prevede (più) la presenza d’una star onnivora e bulimica come el pipita, una sorta di rapace capace d’ogni cosa, e che tenta di privilegiare l’ostentazione del proprio football attraverso il palleggio e la verticalità. I centosei gol dell’anno scorso, figli dei centoquattro più centoquattro di Rafa Benitez, hanno squarciato un orizzonte festoso, nel quale Gabbiadini s’è smarrito, forse per i bagliori, il luccichio d’una manovra a tratti esagerata e comunque da lui distante. «Abbiamo codici che conosciamo e caratteristiche di centrocampisti e di esterni che ci hanno portato a cambiarci d’abito, un anno fa».  
 
TOCCA A LUI. Fuori dal rombo, è stata un’altra vita, che Manolo Gabbiadini ha attraversato però marginalmente, perché per un anno c’è stato un cannibale a far tutto da sé, a togliere gli spazi, l’aria e pure la fantasia. «Ma Gabbiadini non è un problema: io ho fiducia totale in questa squadra e nel suo modo di essere. Non eravamo fenomeni fino a tre settimane fa, non siamo stupidi adesso. Contro il Besiktas giocheremo come sappiamo, cercando di non commettere quegli errori che ci sono costati cari tra l’Atalanta e la Roma. Ci serve solo ritrovare le distanze». E un centravanti, che sia Gabbiadini, capace di impadronirsi del Napoli, di farlo da solo e prima che diventi (eventualmente) troppo tardi. Vero, Watson? 
 

fonte.corrieredellosport